Pensieri sparsi su la Grande Estinzione

Il discorso complesso della Grande Estinzione deve fondarsi in relazione al Tempo, ovvero al suo rapporto con l’essere umano, al suo legame con il Futuro. Questa è sì un’epoca di cambiamenti come non ne sono mai stati visti e, come diceva Aristotele, il Tempo è Mutamento, ma vero anche il contrario, ovvero che il Mutamento è Tempo.
La relazione col Tempo da parte dell’essere umano nelle diverse età della Storia è variato in funzione della sua percezione dei cambiamenti, ovvero di come poteva modificarsi la realtà intorno a lui nel corso della propria esistenza. Fino alla Rivoluzione Industriale i cambiamenti che l’uomo osservava nel mondo durante il corso della propria vita erano molto lenti, quasi inesistenti, la vita dell’individuo era sempre uguale a se stessa, come a quella dei propri antenati e per questo, si presumeva anche dei propri discendenti. Per questo il senso di Futuro era differente, molto fragile, era un orizzonte labile e vicino, legato per lo più agli eventi della vita quotidiana. E poiché il senso di Futuro è in forte connessione alla capacità immaginativa che l’individuo ha di esso, l’immaginazione era legata per lo più alle azioni stesse della vita quotidiana, per esempio l’esito di una caccia (immaginare la preda), o gli andamenti stagionali (la speranza in un buon raccolto). Ma a questo sostanzialmente si limitava, come un universo di cui non si era in grado di conoscere altro. Il Futuro, in pratica, non esisteva davvero, non come lo intendiamo noi, non come comincia a essere concepito a partire XVII secolo.
Il Futuro inizia a essere davvero immaginato (ovvero immaginabile) quando la scienza e la tecnologia si mettono in moto dimostrando che le modificazioni del mondo possono essere rapide al punto da essere apprezzabili nel corso di una generazione o, al limite, di un’esistenza umana. La vita dei padri è diversa da quella dei nonni e sarà diversa da quella dei figli. Eppure l’impressione è che da questo punto di vista esista un limite, come una sorta di asintoto iperbolico culturale o sociale che, quando le modificazioni, al contrario, diventano molto rapide, come abbiamo assistito soprattutto negli ultimi vent’anni (e alle quali stiamo ancora assistendo), questo effetto valichi un confine, come attraverso uno specchio, e (ri)assuma il significato opposto: il Futuro di nuovo non c’è più, perché il Futuro è già tutto qui. Le modificazioni sono talmente veloci da essere non più immaginabili. Ed è così che allora anche la possibilità dell’Utopia viene meno, perché anche il senso dell’Utopia è legato allo stesso orizzonte di Futuro, inteso come senso della possibilità e della speranza di un mondo migliore, o almeno di una speculazione intorno a esso.
Ma c’è altro, perché in questa visione non si può esimere dal considerare anche l’incidenza del modello economico che ha comunque modificato i paradigmi di percezione del mondo e di intendere la società rispetto al Futuro (e quindi anche al Tempo). L’abitudine che è educazione e condizionamento (pavloviano) al capitalismo totale, sfrenato, ha ridotto l’uomo allo zombie dentro il centro commerciale. Eppure per lo zombie dentro il centro commerciale – in fondo – è il mondo migliore possibile e questo, implicitamente, porta a negare l’Utopia, divenuta improvvisamente un orpello inutile del pensiero, e quindi, insieme con essa, anche il Futuro e la speranza stessa.
Ed è proprio su questi aspetti che, a mio avviso risiede una considerazione fondante. Quello cui stiamo assistendo e che stiamo vivendo in questi anni ci sta sottraendo il senso del Tempo in termini di Futuro. Se a questo si aggiunge che i mutamenti climatici, pur rapidissimi su scala temporale geologica, sono comunque lenti su scala temporale umana, questo fa sì che da un lato il Futuro non interessi più per un duplice motivo: 1) perché è sufficiente l’adozione del modello capitalista per rendere questo il mondo migliore possibile a dispetto delle crisi in atto, dentro il paradigma condiviso che avere è sempre comunque più psicologicamente premiante di essere; 2) perché i pericoli insiti in questi cambiamenti non sono direttamente percepibili, se non come accidenti lontani nello Spazio (incendi in Siberia…) e nel Tempo (chissà se e quando questi effetti arriveranno fino a noi e in che misura…), quando non addirittura messi in discussioni come semplici casualità di un destino tragico (i cambiamenti climatici non esistono…).
Per questo credo che la riflessione debba concentrarsi tra le altre cose sul recupero del senso di Tempo e di Futuro. Perché mai come in questo momento della Storia dell’Uomo quello che facciamo adesso, le decisioni che prendiamo, come decidiamo di vivere le nostre esistenze tutti insieme, avrà ripercussioni oltre le generazioni attuali. Gli effetti delle scelte politiche e sociali di questa prima parte di XXI secolo incideranno profondamente non tanto sulla vita di chi è già sul pianeta, ma soprattutto sulle esistenze di chi verrà al mondo tra dieci, venti, trenta, cinquant’anni. E questa è una situazione unica, che non si è mai verificata prima. Siamo già responsabili dei nostri pronipoti e questa è una visione difficile da far introiettare all’Uomo, non è attrezzato per pensare in termini di simili orizzonti. Insomma, non siamo di fronte alla necessità del recupero di qualcosa che avevamo e che abbiamo perso, un talento, una capacità, un modo di vedere il mondo. Dobbiamo invece sviluppare un’attitudine totalmente nuova, costruirla da zero, perché siamo dentro a una situazione completamente inedita.
C’è anche un altro aspetto che trovo importante ed è il senso della fine, la visione dell’apocalisse. L’uomo è sempre stato educato a pensare alla fine del mondo come a qualcosa di temporalmente breve, quasi istantaneo. I millenaristi indicano sempre un giorno preciso, ancorché sempre ovviamente disatteso. Coloro che non credono alle visioni di matrice religiosa, tendono comunque a pensare all’evento come a un cataclisma cosmico (lo scontro con un asteroide o la leggenda metropolitana di Nibiru, il cui avvicinamento creerà sconvolgimenti di portata globale). Così tutto ciò che è lento non viene percepito come fatale. La lentezza è vista come speranza implicita, come una strada nella quale, bene o male, ci sarà sempre comunque un modo di sfangarla e questo allontana dalla percezione della Grande Estinzione, anzi tende a promuoverne il rifiuto, l’incredulità.
Mi piace molto l’approccio narrativo-animista della Grande Estinzione, anche perché una visione del genere contiene in sé i germi di una visione olistica del mondo, una re-immersione dell’Uomo nei tessuti naturali, negli anelli di accrescimento degli alberi, negli odori della terra, nelle linee delle foglie, nelle vene delle pietre, che sarebbe sufficiente per fargli sviluppare (in maniera naturale) gli strumenti cognitivi necessari a prendersi cura del mondo come di se stesso. In fondo tutto è cominciato con la separazione dell’Uomo dalla Natura, con l’idea di potersene servire come un soggetto estraneo a essa, in posizione di preminenza e possesso. Ogni conquista della scienza è una piccola spallata alla concezione antropocentrica della realtà. Manca solo la scoperta di una vita differente altrove nell’Universo, affinché questo progressivo decentramento e questa normalizzazione della razza umana sia totale.
Infine la mitopoiesi. Su questo la difficoltà a mio avviso è l’attestabilità del mito nell’ambito della modernità. Quando ci si riferisce allo zombi come mito moderno (Deleuze), penso che sia vero, ne ha tutte le caratteristiche, sebbene non credo sia l’unico. Da questo punto di vista, a mio avviso almeno anche l’androide ha tutte le prerogative del mito. Eppure non potremmo parlare di mito se non avessimo avuto (almeno) i film di Romero e di Ridley Scott e tutto quello che ne è seguito. Questo per dire che ho la sensazione che la mitopiesi moderna sia soggetta a una sorta di paradosso: da un lato sembra aver bisogno dei mezzi di comunicazione di massa per essere narrata, sviluppata, diffusa, accolta, assimilata, dall’altro l’inflazione dei mezzi di comunicazione di massa e delle narrazioni di cui ha bisogno e che vi trovano posto, ne depotenziano la carica immaginativa di cui un mito dovrebbe nutrirsi. Ma è anche vero che forse questa è solo una sorta di mitologia 2.0.
Per quanto riguarda infine l’approccio letterario, mi sembra sia come tentare di effettuare una previsione meteorologica, non tanto nel senso di “prevedere il futuro”: non è detto che sia quello lo scopo, anzi sono convinto che non dovrebbe esserlo (prevedere il futuro è impossibile e rischia anche di essere insopportabilmente didascalico), quanto piuttosto avere la sensazione di trovarsi di fronte a un sistema caotico e interdipendente con un numero di variabili impossibile da disciplinare. Una soluzione potrebbe essere dunque quella di eseguire un divide-et-impera dei vari aspetti, applicare il principio di Sovrapposizione degli Effetti, giocando ad affrontare i vari temi separatamente, o per piccoli gruppi affini, secondo le proprie sensibilità di temi, stili e capacità immaginative.
Personalmente, credo che, tra le possibilità e gli scenari che ci troviamo di fronte, dovremo comunque fare i conti con i risvolti tecnologici, in particolare con l’intelligenza artificiale e la prospettiva della singolarità tecnologica. E quindi si dovrà trovare il modo di integrare (anche) questi aspetti dentro le visioni immaginate. Comunque in linea generale concordo nella maniera più assoluta sulla necessità che la letteratura (e quindi gli autori che la fanno) cambi i suoi paradigmi, che si rivolga al futuro, che ricominci a esplorare, a sperimentare, che si dedichi alla tracciatura di mappe intellettuali, di percorsi di riflessione e conoscenza. Credo che sia l’unica cosa che conti adesso, l’unico scopo vero per cui valga la pena farla.
Alessandro Vietti

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