Immaginare l’eternità

Il futuro nell’età dell’Antropocene inferiore

La modernità trionfante (nel senso di periodo storico, ma anche di un preciso modo di concepire lo spazio ed il tempo) si caratterizzava fra le altre cose da un’idea di futuro radicalmente aperto ad ogni possibilità: dalle previsioni utopiche più positive ed emancipatrici, fino agli incubi più cupi di un mondo distrutto dal progresso tecnologico e scientifico. Venne poi la storia del XX secolo, vennero i postmoderni e tutte quelle forme di messa in discussione del progresso e di tutto quanto il senso della nostra storia come società in perenne avanzamento. Che resta oggi di quel futuro irrimediabilmente incerto? Cosa resta di quel malleabile metallo che l’uomo avrebbe dovuto modellare a suo uso e consumo? Cosa resta di quella profonda e radicata tensione dialettica che Baudelaire identificava nella coesistenza fra l’eterno e l’effimero, fra il contingente e l’immutabile?
Nell’epoca dell’Antropocene inferiore (per sottolineare che malgrado tutto, non siamo alla fine, ma all’inizio), la questione non è certo priva di senso, anche se magari non proprio alla moda. Se le scienze (siano esse dure o no) si interrogano sul nostro rapporto alla natura, sul nostro avvenire non solo come comunità, cultura o società, ma soprattutto come specie biologica, a livello più generale e collettivo si assiste alla recrudescenza di visioni catastrofiche o addirittura apocalittiche, a previsioni più o meno fondate e non proprio incoraggianti, alla collassologia come unica forma di procedimento intellettuale capace di proiettarci in avanti (ma non troppo ovviamente). Fra le pratiche ed i linguaggi più in voga ci si trova di fronte ad un’esplosione orgiastica di termini e nozioni che restano per lo più privi di una qualsivoglia definizione, men che mai di una qualunque critica ragionata: sostenibilità, etico-solidale, biologico, green, transizione, ecc. Il mainstream fatto di eroine quindicenni al servizio del greenwashong neoliberale, esalta oltre modo soluzioni individuali e circostanziate, omettendo, o non sottolineando abbastanza, l’importanza strutturale del nostro modo di occupare la superficie della terra. Detto in altri termini, il farmakon consisterebbe nell’accendere meno la luce, nel ridurre la plastica o nel limitare i nostri viaggi in aereo. Nulla o poco più su cose come Chernobyl, Fukushima, i rifiuti tossici, gli squilibri non più solo socio-economici, ma ormai socio-economico-ecologici. Si assiste dunque impotenti ad uno “spirito del tempo” – o ad uno Zeitgeist per dirlo alla tedesca -, diviso fra negazionismo criminale e marketing pseudo-ecologico. In questa panoplia pre-estinzione ogni forma di progetto collettivo, ogni forma di visione che preveda una ristrutturazione radicale, razionale e programmata del nostro rapporto al pianeta e alla sua biologia, viene sapientemente omessa. La nostra idea di futuro si dissolve nei meandri di quello che alcuni storici francesi hanno definito presentismo, una variante dell’esperienza temporale del postmoderno che banalizza il nostro passato storico e allo stesso tempo contrae ogni forma di avvenire in seno ad un presente percepito come eterno ed immutabile.
Esiste pero’ un’eccezione, o meglio esiste una struttura materiale e concreta, concepita dall’uomo, la quale, al di là della sua funzione primaria, possiede l’innata capacità di spingerci a ripensare interamente il nostro rapporto al futuro. La cosa più incredibile – è giusto ripeterlo – è che cio’ di cui parlo non è un’idea, un pensiero immateriale, un immaginario o una finzione. Quello di cui parlo è un qualcosa che possiamo vedere, toccare, visitare, percorrere. Questa “cosa” si chiama Onkalo e si trova in Finlandia. Si tratta di una fitta rete di gallerie che sprofondano nel granito fino ad una profondità di oltre 500 metri. Lo scopo di questa struttura è semplice: la struttura non è altro che il primo sito di stoccaggio di rifiuti nucleari definitivo, ovvero concepito per durare almeno centomila anni (il tempo minimo affinché il materiale radioattivo diventi inerte). Per capire l’unicità di questo dato, è sufficiente un esempio. Il viadotto di Millau, fiore all’occhiello delle infrastrutture transalpine, ha una durata di vita di circa 120 anni dopo i quali esso non sarà più in grado di espletare in sicurezza la sua funzione. Se guardiamo rapidamente le più importanti infrastrutture del pianeta troviamo delle temporalità simili e comunque neanche lontanamente vicine ai centomila anni.
La storia di Onkalo è semplice tutto sommato. Da qualche anno una legge finlandese vieta categoricamente l’esportazione di scorie radioattive e questo ha ovviamente spinto le autorità competenti alla ricerca di una soluzione “definitiva” ad uno dei problemi dell’energia atomica. Da qui nasce il progetto Onkalo. Il primo quesito che gli ideatori si sono posti è ovviamente di ordine puramente tecnico: materiali di costruzione, stabilità del suolo, ma anche e soprattutto l’autosufficienza del sito che non deve necessitare di manutenzione ordinaria né di qualsiasi altra presenza umana. Nonostante qualche dubbio ancora persista, questo quesito non sembra costituire la preoccupazione più grande. Il sito accoglierà i rifiuti finlandesi sino al 2120, dopodiché verrà sigillato e consegnato all’eternità… almeno in teoria. In effetti ciò che maggiormente minaccia la stabilità di Onkalo non può ancora essere commensurato efficacemente con i soli strumenti tecnico-scientifici. Questo poiché l’unico vero pericolo siamo noi, gli esseri umani, ciò che siamo, e ciò che saremo nel corso di centomila anni. È proprio qui che risiede l’eccezionalità di Onkalo e non è un caso che sia proprio questo l’unico vero cruccio dei progettisti. Cosa ne sarà di noi fra mille, duemila, cinquemila o cinquecentomila anni? Che cosa dobbiamo aspettarci? Cosa potrebbero fare i nostri discendenti con Onkalo? Stando alle parole degli addetti, non vi sono “collassologie” o “previsionismi” che tengano. Tutte le possibilità prodotte dal nostro immaginario sono prese in considerazione. In un certo senso potremmo dire che Onkalo possiede la straordinaria caratteristica di tradurre in una serie di azioni concrete tutte le innumerevoli variabili del futuro prodotte dalla nostra immaginazione. Onkalo non si limita a spezzare il granito nel quale ospitare i nostri peggiori rifiuti. Esso spezza quella frontiera spesso invalicabile che separa la realtà dalla finzione.
E allora cosa dobbiamo attenderci? Avremo di fronte un’umanità avanzata, emancipata, cosciente del pericolo rappresentato da tonnellate e tonnellate di scorie nucleari? O forse dovremo temere il peggio…? Un’umanità lacerata, dissennata, attratta dalle potenzialità distruttrici dell’uranio e dei suoi derivati? E se più semplicemente i nostri discendenti non fossero più al corrente di cosa significhi l’avvelenamento da radiazione? Come si comporterebbero davanti ad Onkalo? E se non ci fosse più un’umanità? E se a trovare la porta ci fosse qualcosa di non umano? Non sono domande da poco, anche se in un certo senso siamo ancora all’inizio. Che strategia adottare? Che cosa sperare? Che cosa temere? Dobbiamo segnalare questo sito? Dobbiamo mettere in guardia sul suo contenuto? In quale lingua? Si potrebbero usare numeri, formule matematiche, chimiche, codici binari, simboli ma anche semplicemente disegni… Ma cosa dire? Spiegare con razionalità? Descrivere? Oppure no. In fondo cio che vogliamo è che nessuno liberi il nostro veleno. Allora dovremmo fare paura… Dovremmo prendere in considerazione l’idea di mettere in atto una vera e propria mitologia negativa. “Qui c’è la morte”. “Non entrate”. Tuttavia la nostra “piccola” storia qualcosa ce la deve pur dire. Per esempio che la paura non ci ha mai fermati, che fatti non fummo “per viver come bruti…” che la curiosità vinse la paura in Ulisse, in Colombo e in tutti gli altri. E poi chi lo ha detto che si deve cambiare per forza? E se rimanessimo cosi’ come siamo… avidi, pronti a tutto, in guerra, in crisi, ma soprattutto consapevoli di cosa contiene Onkalo e di cosa ci si puo’ fare…? Allora forse meglio dimenticare. Meglio nascondere tutto, ogni traccia, ogni indizio, ogni conoscenza. Dovremmo seppellire Onkalo nella speranza che questa nostra archeologia dell’Antropocene inferiore non susciti mai la curiosità di un qualcuno o di un qualcosa alla ricerca del proprio passato.
A Onkalo ci si confronta con tutto questo.
Detto questo è bene pero’ chiarire che Onkalo non risolverà i nostri problemi, né tantomeno quelli legati al nucleare, per il quale i rifiuti sono solo una parte della questione. Almeno non in maniera diretta e concreta. Se vogliamo attribuire un significato, un senso, o più semplicemente una funzione indiretta, potremmo affermare che Onkalo puo’ permetterci di riconsiderare quella idea di un futuro aperto e progettuale, quell’unica eredità moderna che vale la pena di salvaguardare. A Onkalo non si progetta il destino dell’umanità, ma di tutto quanto il pianeta, con o senza di noi. Per la prima volta degli esseri umani stanno realizzando concretamente, in modo laico e ponderato, un qualcosa che trascende radicalmente le nostre temporalità storiche e biologiche e per farlo, si stanno servendo dell’unico strumento intellettuale di cui realmente disponiamo: quell’immenso immaginario collettivo prodotto dalla costante interazione fra realtà e finzione.
Onkalo, come detto, accoglierà i rifiuti sino al 2120, dopodiché verrà sigillato e consegnato a tutte quante le incertezze di cui sopra. Per allora, una decisione dovrà essere presa. Comunicare, dimenticare, terrorizzare, mitizzare, descrivere… In un secolo si gioca il destino di Onkalo.
In un secolo, forse, ci giochiamo il nostro destino e quello di tutto il pianeta.
Alfonso Pinto

Chercheur PostdoctoralÉcole Urbaine de Lyon Université de Lyon

alfonso.pinto@universite-lyon.fr
1 Il testo è ispirato al documentario Into Eternity (Michael Madsen, 2010). 

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