Nota di servizio sul romanzo dell’Antropocene

Ora che anche in Italia si comincia a parlare di “romanzo dell’Antropocene”, vale la pena spendere due parole per dire che cosa non è e superare gli inevitabili fraintendimenti. Qualcuno evoca Morselli, Moresco, Siti, per dire che anche da noi il discorso è avviato da tempo.

Invece secondo noi il gioco del chi-c’era-prima ha le gambe corte, ed è solo un modo per disinnescare il discorso e riportarlo a una norma letterario-editoriale tutta italiana. Certo, in Italia, ci sono grandi scrittori che da anni parlano di postumano, di inumano, di animalità, alcuni hanno anche qualcosa delle tematiche del collasso, dell’ambiente in bilico e del dopo-civiltà, ma nessuno, a nostro parere, riesce veramente a uscire dalle solite coordinate cosmologiche occidentali (cristoforiche, laico-cristiane, greco-apollinee), oltre a un certo misticismo di maniera, in un filone letterario ciclico che in modo maligno si potrebbe definire pretesco. A parte qualche allusione leopardiana o nietzschiana, manca quasi del tutto una riflessione autenticamente cosmogonica. Insieme alla ridondanza dei comodi tentativi cosmopoietici cattolici, post-cattolici e new age, manca del tutto una reale comprensione degli impatti immaginifici propri dello scrivere nell’Antropocene.

Anche chi tenta di abbordare il problema antropocenico da prospettiva marxista, sembra ignorare che la ridefinizione dei rapporti sociali generata dal collasso multiplo del sistema-terra non può essere risolta in meri termini di lotta di classe. Il problema è che per Marx la società è solo quella derivata dai grandi monoteismi e, soprattutto, è sempre invariabilmente una società di soli umani. Bisogna invece ipotizzare, e forse indurre, un radicale rovesciamento di paradigma, una visione del mondo in cui tutte le relazioni tra persone umane e non-umane sono viste come fatti sociali totali. Umani, animali, cose. Le ontologie amazzoniche, ad esempio, offrono un modello dinamico per pensare questo cambio di paradigma, e non andrebbero archiviate superficialmente come favolette del buon selvaggio.

Per pensare il romanzo dell’Antropocene, insomma, non basta ragionare (e appoggiarsi) su distopie, fantascienza o speculazione survivalista. Il romanzo dell’Antropocene è anzitutto un problema di cosmografia (tempo, spazio, ambiente, società, cultura), non di plot, setting o opportunità tematica. L’Antropocene, prima che una presunta era geologica o un un evento evocato dall’azione umana, è a tutti gli effetti il tentativo di fondare una nuova cosmologia, con correnti anche molto contraddittorie tra loro (singolarità, accelerazionismo, breakthrough, transumanismo, insurrezione gotica, neohorror, ipernichilismo…). Ora, discutere di società borghese e soggetti narrativi quando si dovrebbe discutere di cosmologia, è proprio ciò che fa la differenza tra il prima e il dopo, tra chi ha solo intuito e chi ha capito che bisogna rimboccarsi le maniche e mettersi a studiare, rinunciando alle comfort zone intellettuali e agli automatismi nazional-editoriali.

Qualunque cosa si possa intendere per Antropocene e il suo sforzo critico, non possiamo basarci su Galileo, Leopardi, Moresco o Siti. C’è un complesso di teorie, intuizioni, shift di paradigmi, scoperte scientifiche e previsioni anche letterarie che sono di adesso, di quest’ultimo decennio. Sarebbe bello dire che Giordano Bruno ha già detto tutto sull’esobiologia con i suoi “molti mondi”, ma non è così. Fare cherry picking è divertente, ma quasi mai utile, se non per scrivere un pezzo on line o discutere allegramente su Facebook. Fino agli anni Cinquanta del Novecento non esisteva neanche il concetto di inverno nucleare e si pensava che i dinosauri si fossero estinti per una qualche stanchezza e un lentissimo cambiamento climatico. L’immaginario contemporaneo non è creato e modificato da qualche esercizio poetico o da una tradizione letteraria, ma dal flusso informativo della scienza e della sua elaborazione narrativa. Per non parlare dell’impatto delle nuove tecnologie sulla neocorteccia. Ballard aveva intuito benissimo qualcosa, ma gli studi continuano. Siti parla di consumismo come se fosse argomento nuovo, o Baricco di Internet spremendo temi e parole-chiave già elaborati e superati in saggi di ben altro valore intellettuale. Le basi documentarie della narrazione dell’Antropocene sono nuove e sono importanti, e senza di quelle c’è pochissimo da fare, tranne un po’ di plagio qua e là. Vivere immersi dei tempi della geologia, scrivere mentre la barriera tra fiction e realtà si riduce ogni giorno di più.

Ancora, il postumano dei vari prosapoetici noti negli anni Novanta e del millennio ha avuto una spinta propulsiva e innovativa nella letteratura italiana, ma questi autori hanno già detto quello che potevano e lo hanno ripetuto. Mai come adesso la carenza di background scientifico del villaggio Italia e della sua classe intellettuale e “creativa” si palesa come l’atto finale di una tragedia del ritardo. Non ricicliamo il postumano nel romanzo dell’Antropocene, perché un certo modo di pensare e fare letteratura non compensa il ritardo che ci separa da quanto succede all’estero. Un ritardo sulle immagini, sulle questioni rilevanti e sulle parole-chiave che somiglia a un oceano.

Per riflettere sull’Antropocene, per pensare il romanzo dell’Antropocene qualunque cosa esso sia, bisogna recuperare le scienze dure e le scienze sociali, c’è insomma un altra piramide tematica e un altro “sentiero dei segni” da imboccare. Il vivere in un pianeta che può essere distrutto davvero, che si riscalda, che vede i suoi ultimi anni di clima stabile è una cosa nuova che la fiction deve esplorare e sta esplorando, un qualche nuovo sense of an ending che deve trovare piste narrative nuove.

Amitav Ghosh ne la Grande cecità (2016, in Italia per Neri Pozza nel 2017) parla alle scrittrici e agli scrittori della loro incapacità di vedere e soprattutto descrivere la complessità dell’evento Antropocene. Svelato il bias, il tempo di un certo romanzo antiquario e di una certa narrazione alla moda è scaduto. Rimangono spettri letterari italiani nuovissimi mantenuti in vita da una certa resistenza all’obsolescenza e dal bacio di direttori editoriali. Quanta altra provincia, nazismo, epica della famiglia, ricerca del sé, poesia del quotidiano si può ancora narrare dipende da quanta cecità si continuerà a praticare. La resistenza è comprensibile. Molti avrebbero voluto ancora molti anni di quieta estate di letteratura e microlettura, ma quella lentezza è finita e tutto, dai segni ambientali alla cronaca, in una nuova velocità, ce lo ricorda.

Una nuova piramide di argomenti e immagini d’interesse intellettuale si è formata.

Il rischio incombente dell’olocausto nucleare e le narrazioni non letterarie della guerra fredda hanno evocato il postmoderno letterario. L’Antropocene è un altro momento narrativo. Il suo svolgersi in letteratura è nuovo qui da noi, ma ha una produzione già importante e potente fuori dall’Italia.

Nel frattempo, in attesa che questo studio della Grande Estinzione diventi uno sguardo intellettuale davvero condiviso, in attesa di questa definizione tematica e di questa mappatura dell’immaginario collettivo, può valere una massima provvisoria, uno shit detector per non farsi disorientare al primo “mio cugino ne parlava dieci anni fa”: il romanzo dell’Antropocene o è cosmogonico o non è.

Antonio Vena | Matteo Meschiari

Foto: Julian Charrière, Polygon, 2014.

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