Come disegnare un cerchio senza compasso

Se prendessimo seriamente in considerazione l’idea di affrontare un’emergenza, dovremmo contestualmente analizzare in un “tempo zero” cosa saremmo capaci di fare concretamente per garantirci la sopravvivenza  e, conseguentemente, la salvezza. Questa disposizione d’animo, davvero insolita nella quotidianità dell’ “oggi”, prevederebbe, al contrario, la disponibilità di un tempo sufficiente per riflettere sulle risorse personali in possesso (materiali e simboliche) e stilare quindi una mappa concettuale ben organizzata, segnalando tutti i possibili pro e contro delle azioni da mettere in campo, cercando di individuare fra le variabili anche quelle di disturbo sottese ai casi sintetizzati. Tutto ciò richiederebbe un certo sforzo sistematico di comprensione e di rappresentazione. È evidente che l’Emergenza non concede il privilegio di disporre di un tempo bastevole a supportare la complessità di tale lavoro. Non rimane che valutare, con attenzione, l’opportunità di concentrarsi su concetti come “preparazione” e “prevenzione”, aprendo l’immaginario e abbandonando una volta per tutte la tendenza a servirsi di certe strategie di problem solving preconfezionate promosse in ambito militare, economico, politico, amministrativo, didattico dall’efficientissimo e performante Occidente. Prima che la Catastrofe planetaria si manifesti in tutta la sua deflagrazione, sarebbe opportuno spogliarci di quell’aria strafottente che ha l’ardire di sussurrare: “Tanto non tocca a me”. E invece tocca a me, eccome. Ben inteso, qui non si tratta di prodigarsi a imparare ad accendere il fuoco con due pietre e uno stecco se la luce elettrica va via e il metano non viene più erogato; la questione è se si è consapevoli che il mondo naturale, che amiamo tanto scindere da quello umano, ha già avviato da tempo un processo di disconnessione che include la necessità di provocare un tremendo disequilibrio di forze  per generare “altro” (estinzioni? Nuove specie? Nuove catene montuose? Deserti? La fine globale?) e, inoltre, se si è pronti a immaginare una qualsivoglia realtà se non quella in cui si vive abitualmente. Sul serio. Proviamo a immaginare che sia scattata l’ora X e che, dopo un primo non misurabile tempo, avendo perso tutto, siamo costretti a guardare chi c’è intorno. Vediamo tanti disperati come noi. Cerchiamo persone che suscitino empatia, pietà, solidarietà. Costituiamo un piccolo gruppo. Passando i giorni è possibile che sorgano i primi pregiudizi. Avviamo quel tipo di pregiudizio definito infraumanizzazione: consideriamo più umani gli appartenenti al nostro gruppo rispetto ai membri degli altri gruppi. Questo significa che il gruppo a cui non apparteniamo esce dalla dimensione morale che impone certe regole di comportamento e di rispetto e che quindi le persone che ne fanno parte sono suscettibili di discriminazione (Leyens et al., 2007). Il che, in una circostanza di sopravvivenza, amplifica enormemente l’istinto di conservazione a scapito di chi pretende di procacciarsi  il cibo e l’acqua che scarseggiano. A questo punto dobbiamo prestare attenzione  a ciò che contempla la teoria del conflitto realistico. Questo costrutto, che nasce in seno alla psicologia sociale da Muzafer Sherif (1966), afferma che quando le risorse a cui mirano i gruppi sociali sono scarse e dunque non sufficienti per ognuno, inevitabilmente si manifesta la competizione che genera conflitto, pregiudizio, discriminazione. Tali risorse possono dividersi in due tipologie: materiali (cibo, terra, potere) e simboliche (prestigio sociale). Questo accade quando più gruppi ambiscono alla stesso bene. Immaginiamo dunque la fattibilità di questa situazione in un contesto di emergenza. Come prevenire il conflitto? Come innescare processi relazionali che prevedano il mutuo appoggio fra gruppi diversi ridotti in miseria? È possibile tramite un cambiamento profondo nel modo di pensare l’uomo con l’uomo e l’uomo con la natura. Una forma di riconciliazione sincera tra natura e società umana in una nuova sensibilità e in una nuova società ecologica (Bookchin, 1982). Riconciliare significa sostenere che un tempo sia stata presente una forte compenetrazione fra qualcosa e qualcuno e una ricerca continua di equilibrio sistemico. Un equilibrio che sostanzialmente sappiamo essere stato distrutto intenzionalmente da interessi imperniati su una larga scala, non certo da singole entità disseminate sul globo. Come avviare la riconciliazione sincera tra natura e società umana? Quale ci figuriamo possa essere la nostra nuova società ecologica, se alle porte del sistema mondiale non si vede che una frustrante messa in scena per la salvezza di madre natura e degli affamati/assetati? Siamo convinti ancora che possiamo delegare il nostro “oggi”  e cedere le nostre aspettative come pegno per la realizzazione “del mondo che vorrei”  che risplenderà tra qualche secolo quando non ci saremo più? Non sapremo mai se i nostri sogni, i nostri desideri saranno ridotti in un quarto spazio, quello spazio completamente svuotato di utilità economica, artistica e sociale: privo di funzione pratica, sfugge agli interessi di gestione dall’alto e di occupazione dal basso. Non ha altro statuto se non quello di esserci. (Meschiari, 2010). Quindi, pensiamo concretamente ad agire ora, subito, con idee, con gesti, con la cura necessaria per proteggere la nostra capacità di immaginare, con l’attitudine che  ha consentito l’evoluzione della specie sapiens: l’abilità di leggere i paesaggi e gli animali perché profondamente noti e inclusi in un unico cerchio ecologico, uomo compreso.

Laura Isgò

Letture

Bookchin M. (1982, ed. italiana 1988,2017), L’ecologia della libertà, Elèuthera, Milano

Leyens J.Ph., Demoulin S., Vaes J., Gaunt R., Paladino M.P. (2007), «Infra-humanization: The wall of group differences», in Social Issues and Policy Review, 1, pp. 139-172

Meschiari M. (2010), Terra sapiens. Antropologie del paesaggio, Sellerio, Palermo

Sherif M. (1996), In common predicament: social psychology of intergroup conflict and cooperation, Houghton Mifflin, Boston, MA

Un pensiero riguardo “Come disegnare un cerchio senza compasso

  1. Non sappiamo se chi ha prodotto l’evoluzione della specie sapiens abbia ancora volontà d’intervento. Sarà molto meglio essere determinati ad aiutarsi, che poi molto più facilmente, credo, saremo aiutati.

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