– Altre retroapocalissi –

Il giocatore
1275 d.C. La scomparsa degli Anasazi

Fa caldo, intorno all’anno Mille. Gli storici lo chiamano PMC, Periodo Caldo Medioevale e ha il suo picco fra il 950 e il 1250 a.C., Eric il vichingo trova il mare libero dai ghiacci e può arrivare in Groenlandia, ma in Nordamerica il grande caldo arriva a dare il colpo di grazia a una cultura che alcuni ritengono viva in quelle terre dal 1.500 a.C. I Navajos li chiamano Anasazi, gli antichi, e certamente quando arrivano nelle loro terre secoli dopo la loro scomparsa, restano stupefatti da quelle costruzioni che rimasero le più alte d’America prima dell’invasione degli Europei. Non sanno scrivere, gli Anasazi, ma conoscono le stelle e coltivano la terra e per farlo abbattono gli alberi che usano per costruire case arrampicate lungo un canyon e una città di legno e terra cruda a forma di ferro di cavallo e strade dritte che seguono le stelle per chilometri. Ma quando il grande caldo arriva, gli alberi sono quasi scomparsi, la terra è arida, non c’è più cibo per tutti, l’atto rituale di mangiare la carne umana diventa un atto di sopravvivenza. Poi succede qualcosa, qualcosa di improvviso che costringe migliaia di persone ad abbandonare immediatamente qualsiasi cosa stiano facendo e fuggire. Quando nel 1888 due cowboy arrivano per caso a Chaco Canyon così descrivono la scena: “Tutto era intatto, esattamente come era stato lasciato dagli abitanti. Gli oggetti erano sistemati nelle stanze come se le persone fossero uscite per far visita ai loro vicini.”

Una tradizione Navajo sugli Anazazi racconta di un uomo chiamato Il giocatore che con incantesimi e stregonerie sottomise il popolo, fece costruire una città ma finì decapitato durante una rivolta. Immaginiamo una saga familiare che inizia prima del mille a.C., quando il paesaggio era di boschi e animali, prosegue nei secoli mentre intorno il paesaggio si modifica lentamente, da foresta a deserto, quello che era un piccolo ruscello diventa fiume e di generazione in generazione scava un canyon e scompare, fino al momento in cui in quella famiglia nasce Il giocatore, fa costruire la città e nel momento della sua decapitazione il tempo del popolo Anasazi giunge al termine.

Holodomor
1932-1933. La carestia in Ucraina

Inverno 1932, Ucraina. Stalin studia a tavolino una carestia per piegare alla sua volontà i contadini ucraini e invia i commissari Kaganovitch, Molotov e Yagoda eseguirla. Kaganovitch, stabilisce una quota di 10.000 esecuzioni alla settimana. Durante l’inverno del 1932-33, 25.000 ucraini al giorno vengono uccisi o muoiono di fame e freddo, 17 morti al minuto di cui uno su tre è un bambino. Il cannibalismo diventa una pratica comune. Tutte le forniture di cibo e il bestiame sono confiscate, viene proibito il commercio e le pratiche religiose, ritirato il passaporto interno. In un solo anno in Ucraina si contano più di sei milioni di morti. Da granaio del mondo il paese è ridotto a una steppa di villaggi vuoti. Holodomor, fame di massa, è il neologismo ucraino per identificare il massacro.

Immaginiamo la storia di una bambina e del suo cane durante l’inverno del 1932. Siamo in una casa contadina nelle praterie. Il cane muore di stenti. La famiglia, affamata, decide di mangiarlo. Lei si ribella, scappa, vaga per la pianura devastata, vede le fucilazioni, le deportazioni, vede morire i nonni. Torna a casa, pentita. I genitori l’accolgono con amore, le preparano da mangiare, la mettono a letto nella sua cameretta. Poi tornano a tavola. Un lungo sguardo fra di loro, in silenzio. Il padre non l’ha perdonata. Mentre dorme la sgozzano. Il giorno dopo, il loro pranzo è a base di carne.

L’ultimo Moriori
1835. Un’estinzione polinesiana

1835, Nuova Zelanda. Un gruppo di cacciatori di foche australiani racconta agli abitanti, i Maori, di essere sbarcato su alcune isole più a nord con abbondanza di pesci, molluschi, anguille, alberi da frutto e abitate da gente pacifica e senza armi. Stanno parlando dei Moriori, un gruppo che cinquecento anni prima si era separato dai Maori e viveva di caccia e raccolta. I Maori, agricoltori e guerrieri piuttosto bellicosi, rapiscono un ufficiale della nave inglese Lord Roney e costringono il capitano a portarli nelle isole dei Moriori. Il 19 novembre sbarcano 500 guerrieri seguiti il 5 dicembre da altri 400. Sono armati con asce e clave ma soprattutto con una nuova arma, i fucili inglesi. Sulla spiaggia dove arrivano sta giocando una bambina di 12 anni. La uccidono e la mangiano. Ai Maori piace la carne umana. Quando i due popoli si incontrano, i Moriori li accolgono amichevolmente, offrendo loro cibo e riposo. Il giorno dopo i Maori dichiarano che da quel momento tutti gli abitanti dell’isola sono loro schiavi e la stessa isola è di loro proprietà. I Moriori si riuniscono per decidere cosa fare, i giovani vogliono combattere, gli anziani propongono di dividere la terra con gli invasori ma non fanno in tempo a dirglielo che vengono attaccati e uccisi. Per qualche giorno sulle isole è l’inferno. La maggior parte dei Moriori viene massacrata, i luoghi di culto sfregiati, chi resta viene deportato come schiavo. Finito il genocidio, i vincitori preparano un sontuoso banchetto coi corpi dei vinti. L’ultimo Moriori, Tame Horomona Rehe, conosciuto come Tommy Solomon, muore il 19 marzo 1933.

Immaginiamo la storia di uno dei maiali che i Maori portano sull’isola a bordo della Lord Roney. Il maiale scappa e s’infila nel posto dove si tiene la drammatica riunione per decidere le sorti del gruppo. Il nonno di Tommy è uno dei giovani che si oppone, mentre la votazione va contro i suoi desideri, trova il maiale e lo nasconde in un luogo segreto dell’isola.

I tredici anni del regno celeste
1851-1864. La rivolta dei Taiping

Siamo in Cina, nella prima metà dell’Ottocento. Hong Xiuquan è un ragazzo del Sud dell’impero, ha una personalità attenta e inquieta, viene in contatto con alcuni missionari protestanti che gli parlano di Dio, di Gesù e del cristianesimo. Hong ne rimane talmente impressionato che inizia ad avere estasi ed esperienze mistiche, si convince di essere il fratello minore di Gesù, si proclama Re Celeste, Tianwang, e dal 1843 inizia a predicare una personale religione che mescola cristianesimo e tradizioni cinesi. Richiamandosi all’antico movimento antidinastico dei Turbanti gialli vuole ripristinare la sovranità della Cina sconvolta dopo le guerre dell’oppio provocate dagli invasori inglesi. Nel 1851 ha migliaia di seguaci, inizia una rivolta e due anni dopo conquista Nanchino, la ribattezza Tianjing e la proclama capitale di un nuovo stato indipendente che chiama Il Regno, Taiping tianguo, Regno celeste della grande pace. La morale predicata da Hong si rifà ai Dieci Comandamenti e ai principi di Confucio. Sono proibiti schiavismo, proprietà fondiaria, poligamia con eccezione per i capi, concubinaggio, commercio privato, stregoneria, giochi d’azzardo, alcool, tabacco e oppio. Si vuole l’uguaglianza tra i sessi al lavoro e in guerra. La popolazione è organizzata in falansteri all’interno dei quali ci si chiamava “fratello” e “sorella”. Beni di consumo, terre, ricchezze sono in comune, il movimento di Hong è al tempo stesso rivoluzionario, puritano, austero, virtuoso, femminista e comunista. Nel 1855 Hong, ormai a capo di uno stato potente, tenta invano di conquistare Pechino e di sollevare le province del Nord contro la dinastia regnante Qing. Ma l’occidente ha altri interessi, dal 1860 francesi e inglesi mandano truppe al potere imperiale. Nanchino è cinta d’assedio e cade il 19 luglio 1864, 100.000 persone sono massacrate. Hong, che viveva da settimane recluso nel suo harem in preda a disordini mentali, si suicida, ma il suo cadavere è riesumato, tagliato a pezzi e bruciato. Il bilancio della rivolta sono decine di milioni di morti, centinaia di città distrutte, la provincia di cui Nanchino è capoluogo desertificata.

Immaginiamo l’ultima notte di Hang dal punto di vista di una delle donne che vivono nel suo harem. Nessuno ha detto loro cosa sta succedendo, solo Hang ne è al corrente, ma la sua mente si sta affievolendo e vaga delirando e rievocando la sua epopea durata tredici anni. Lei vive con il solo desiderio di uscire da quella che considera una terribile prigione. Saluterà l’arrivo dei soldati francesi come una liberazione, ma una volta fuori dall’harem si troverà in un paesaggio desolato di morte e polvere.

Peste animale
430 a.C. La peste di Atene

430 a.C. Atene è da due anni in guerra con Sparta. Pericle ha fatto riparare il popolo dentro le mura della città che è sovraffollata, è arrivata gente dalle campagne e qualcuno di loro ha portato con sé una malattia sconosciuta di fronte alla quale i medici non sanno cosa fare. La gente si ammala in una maniera che nessuno ha mai visto prima, in poco tempo muoiono due terzi della popolazione. Si diffonde il panico. Convinti di dover morire, tutti si abbandonano ad azioni che mai avrebbero fatto in condizioni di vita normali, nessuno rispetta più la legge, non c’è più motivo di costruirsi una reputazione, i costumi sociali vengono abbandonati, la morte colpisce tutti, chi adora gli dei e chi no, la gente si sente abbandonata anche dalle divinità. La città è un caos di morte e dissoluzione. Anche gli Spartani abbandonano l’assedio per paura di venir contaminati da un nemico malato.

Immaginiamo la vita degli animali che vivono nella città durante l’arrivo e lo sviluppo della malattia. Un falco, un topo, una lucertola, un gatto, la loro vita quotidiana, la difficoltà nel procurarsi il cibo, il loro punto di vista, non solo visivo e auditivo. I loro rifugi, le abitudini, le manie, le paure, le strategie di sopravvivenza.

Immagine: Una strada in Ucraina durante Holodomor.

Maurizio Corrado

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