“Non un passo indietro”

(ordine n°227 della STAVKA, 28/7/1942)

Questa secondo testo dedicato alla catastrofe di Chernobyl, al suo immaginario e alla sua estetica, potrebbe a prima vista apparire come una stortura nel quadro de La Grande Estinzione. Il suo contenuto incentrato sul rapporto fra l’incidente e l’universo sovietico è tuttavia una conditio sine qua non, poiché, come anticipato, gli immaginari e le estetiche, ben lungi dall’essere pure elucubrazioni formali, sono in realtà un potentissimo strumento politico-culturale. Non si può scindere Chernobyl da una riflessione sul socialismo sovietico. È un compito che con grande prudenza devo svolgere. L’operazione non è tuttavia semplice, sia per quanto riguarda la tematica in sé, sia per la soggettività di chi scrive. Sarebbe miope e poco onesto da parte mia negare la grande curiosità, il grande interesse, e per certi versi anche una certa nostalgia nei confronti dell’esperienza sovietica, del suo significato per noi occidentali e del suo immaginario. Occorre prudenza. E non per paura, ma solo come una strategia – precisa e voluta – volta ad arginare le inevitabili banalità derivate da decenni di guerra fredda e mitologie varie.

In questa prospettiva, il mio obiettivo non è quello né di assolvere né di condannare in toto. Il comunismo sovietico di fatto ha fallito tanti, tantissimi dei suoi scopi. Se questo è un fatto, tuttavia, non deve venir meno quella voglia di andare oltre le rappresentazioni costruite dal capitalismo che regna ormai sulle ceneri del sol dell’avvenire: male assoluto, fallimento totale, ecc. Miopi visioni, aggravate oggi da un ritorno a quel clima di diffidenza e di ignoranza che già abbiamo lungamente sperimentato. Basti su tutto una delle famose frasi dell’attuale presidente della Federazione Russa Vladimir Putin – personaggio certamente controverso e criticabile, ma sulla cui intelligenza non si dovrebbe dubitare –, con la quale ha sintetizzato un sentimento probabilmente assai diffuso: “Chi non rimpiange il Comunismo non ha cuore. Chi lo rivuole non ha cervello”. Si potrebbero aggiungere le elezioni che vedono spesso il Partito Comunista ottenere risultati più che soddisfacenti per un paese ex-comunista. Potrei continuare… ma non è questo quello che qui ci interessa. Non è questo quello che interessa La Grande Estinzione.

Partiamo dunque da quella dialettica che tanto ci piace, ovvero da quel complesso rapporto fra mito e storia, fra fiction e realtà.  La mitologia storica del disastro ci racconta che Chernobyl non è altro che un puro prodotto sovietico. Per certi versi sarebbe stupido negarlo. Per certi versi… Poiché se è vero che parte della responsabilità è direttamente attribuibile a delle deficienze strutturali e procedurali della governance sovietica, è anche vero che nel 2011, in Giappone, nell’epoca del trionfo neoliberale, si è prodotto un incidente forse ancora più grave e la cui dinamica ricorda come una beffa quello del 26 aprile 1986. Forse alle rugginosità della burocrazia sovietica abbiamo sostituito la fluidità del profitto ed infatti, una delle cause del disastro del Giappone è stata attribuita al ritardo con il quale i dirigenti della TEPCO presero la decisione di raffreddare i reattori in fusione con l’acqua di mare, la quale avrebbe potuto scongiurare le esplosioni rendendo tuttavia inutilizzabile l’impianto. Infallibilità sovietica da un lato… profitto dall’altro… Sta di fatto, come ho detto in precedenza, che noi facciamo la storia soltanto per non imparare mai nulla da essa.

Sulle deficienze sovietiche, la serie HBO, malgrado la sua matrice occidentale, riesce a fare un quadro tutto sommato ragionevole: i ritardi nelle decisioni fondamentali, l’ottusità e l’arroganza di una certa classe dirigente, la politica della segretezza, il negazionismo di fronte all’evidenza, ecc. Forse il ritratto è troppo impietoso, ma tuttavia resta entro i limiti della ragionevolezza. Nonostante tutto gli autori della serie sono riusciti a non cadere nel tranello della macchietta, della caricatura del burocrate sovietico. Non era scontato.

La trama ci porta dalla notte del 26 aprile sino al suicidio di Valerij Legasov (avvenuto esattamente due anni dopo), il vice-direttore dell’Istituto per l’energia atomica Kurchatov che fu incaricato non soltanto di risolvere l’incidente e di dirigere la decontaminazione, ma anche di identificare con precisione i motivi del disastro ed in particolare le ragioni che portarono un reattore RBMK ad esplodere. Legasov è il protagonista principale della serie al quale si affiancano Boris Scherbina, vice-presidente del Consiglio dei Ministri (il quale fu in prima linea con Legasov nella gestione della catastrofe) ed infine la dottoressa Ulana Komyuk dell’Istituto di Minsk. Se i primi due nella realtà giocarono un ruolo centrale nel contenere il disastro, il personaggio della dottoressa (interpretato da Emily Watson) è invece un puro frutto della fantasia. Gran parte delle vicende annesse e connesse (gli abitanti di Prypiat, i soldati, i vigili del fuoco, i liquidatori, i minatori, ecc.), si ispirano invece alle interviste raccolte dal premio Nobel per la letteratura Svetlana Aleksievich (Preghiera per Chernobyl).

La puntata finale, come in un courtroom movie (film giudiziario), ci mostra Legasov ricostruire l’esatta catena di eventi della famosa notte durante il processo contro quelli che furono additati come i soli ed unici responsabili della tragedia: il direttore della centrale Viktor Brjukanov, l’ingegnere capo Nikolaj Fomin, il vicecapo ingegnere in servizio quella notte Anatolij Djatlov e altri tecnici in servizio. Per dovere di cronaca la serie si basa su resoconti attendibili. Riassumiamo per conoscenza. Quella fatidica notte doveva essere eseguito un test di sicurezza sul reattore n°4 della centrale nucleare Vladimir Uljanov Lenin presso Chernobyl. Il reattore era un RBMK moderato a grafite e raffreddato ad acqua. Al comando della sala controllo quella sera vi era Anatoliy Djatlov, il quale, con arroganza ed imprudenza, violò tutte le elementari norme di sicurezza, dando vita ad una serie di eventi che portarono all’esplosione del nocciolo. Il risultato fu la distruzione del reattore, ma anche del tetto dell’edificio il cui crollo liberò nell’atmosfera una gigantesca quantità di materiale sia solido che gassoso altamente radioattivo. Alcuni degli addetti in servizio quella notte affermarono, prima di morire per avvelenamento da radiazioni, che l’esplosione avvenne immediatamente dopo aver attivato il sistema di emergenza che avrebbe dovuto (almeno in teoria) arrestare il reattore. Fine della storia. Un errore umano. Una serie di gesti incoscienti dettati da un eccesso di fiducia nell’infallibile tecnologia sovietica. Quello che Legasov omise al processo consisteva nel fatto che nessuno, quella notte, era a conoscenza di un difetto di progettazione del reattore RBMK: la sua strutturale instabilità a bassi livelli di potenza.

E se lo avessero saputo? Forse il test sarebbe stato svolto in maniera più ortodossa e oggi staremmo a parlare di altro. Neanche Legasov in effetti era a conoscenza di questo difetto progettuale. I rapporti in tal senso esistevano, ma furono mantenuti segreti sino alle sfere più alte dell’energia atomica. Secondo gli autori della serie, Legasov negoziò un compromesso con le autorità: in cambio del suo silenzio, queste ultime avrebbero proceduto a correggere il difetto su tutti i reattori esistenti all’epoca. Gli autori propongono una visione particolarmente pessimista della vicenda. Di fatto però i difetti del reattore evidenziati nel disastro furono corretti (vi sono ancora alcuni reattori RBMK in esercizio, anche se la loro dismissione è prevista nei prossimi anni). Ecco svelato il suicidio di Legasov avvenuto a due anni esatti dalla tragedia. Il suicidio di Legasov è l’ultimo gesto di un uomo costretto dalle circostanze al silenzio a proposito del fatto che il difetto fosse già conosciuto. Il suicidio di Legasov è anche, forse, il gesto di colui il quale sa di avere la morte dentro, sa che la gestione della tragedia lo ha comunque esposto ad una serie di radiazioni letali nel medio termine. Nelle guerre, quelle vere, anche i generali talvolta muoiono. Sia Legasov che Scherbina furono sempre in prima linea. Con l’assoluta e scientifica coscienza dei rischi.

Questo dunque è il resoconto fatto dalla serie, il quale appare tutto sommato in linea con le verità storiche emerse sin qui. Sarebbe dunque miope negare la responsabilità delle storture del sistema sovietico. Vi è però un’altra faccia della vicenda. Anch’essa dai tratti “sovietici”. Oltre alla serie, a questo proposito, posso segnalare il documentario di Thomas Johnson La Battaglia di Chernobyl, che racconta le operazioni di “liquidazione” messe in atto al fine di contenere un’irradiazione che avrebbe potuto rendere inabitabile mezza Europa. Come ho detto, Legasov e Scherbina furono in prima linea. La prima sfida fu quella di spegnere l’incendio che continuava ad immettere nell’atmosfera particelle di vapore altamente radioattive. L’unica idea praticabile era quella di lanciare nella voragine del tetto dei sacchi di boro e sabbia con degli elicotteri. La sequenza della serie HBO che ci mostra questa procedura è straordinaria: il primo degli elicotteri che sorvola la voragine si schianta al suolo a causa delle radiazioni. Occorreranno migliaia di lanci ed improvvisate schermature sui velivoli per far si’ che le radiazioni non li buttino giù. In qualche modo ci riuscirono, anche se è facile immaginare il destino dei piloti. Il riferimento visivo per eccellenza sono le foto di Igor Kostin scattate proprio da uno degli elicotteri che nei giorni seguenti sorvolava la zona. Il secondo problema che si pose riguardava il nocciolo fuso e la lava radioattiva composta da una serie di materiali incandescenti. Se questa avesse sfondato il pavimento e fosse entrata in contatto con l’acqua che si trovava al di sotto (proveniente dalla rottura dei sistemi di raffreddamento e dalle operazioni di spegnimento dei pompieri), si sarebbe prodotta un’esplosione dalle

conseguenze incalcolabili. Dapprima occorse aprire le valvole manualmente e far defluire l’acqua. Ancora sacrifici umani poiché l’acqua e l’intero locale erano estremamente radioattivi. “Si deve fare quello che si deve fare”. E in un modo o nell’altro ciò venne fatto. Poi fu il turno dei minatori di Tula e del Donbass chiamati a scavare un tunnel proprio sotto la centrale al fine di installare uno scambiatore di calore. Licenze poetiche a parte, anche questa sequenza della serie è straordinaria. Il prodotto più autentico del comunismo sovietico, il prototipo del socialismo… il minatore… erede di Stakanov… Accettarono (come se in fondo potessero scegliere), con i volti neri di carbone e con gli occhi perennemente irritati. Compito ingrato. Nel tunnel la temperatura superava i 50° al quale si aggiungeva, ovviamente, il nemico invisibile. Chissà… forse alcuni sapevano, forse immaginavano, forse no. Difficilmente lo sapremo, anche se la serie ci lascia intendere che più o meno si aveva una vaga cognizione del rishcio. Come nelle miniere di altri tempi, allora, i minatori scavarono nudi per attenuare gli effetti del calore (e questa a quanto sembra non è una licenza poetica degli autori, ma un fatto comprovato). “Ma così sarete ancora più esposti alle polveri radioattive” dice loro Legasov nella serie; “Che differenza potrebbero fare i vestiti e le mascherine?” risponde uno dei minatori. Ci riuscirono. Non vi furono ulteriori esplosioni a Chernobyl.

Toccò poi mettere in sicurezza la zona, ovvero eliminare i detriti più radioattivi sparsi sul tetto e nelle immediate vicinanze del sito. Si provò con un robot simile a quello usato per la Luna. Dapprima sembrò funzionare ma nel giro di pochissimo tempo le radiazioni bruciarono i circuiti. La tecnologia non fu di nessun aiuto. Occorse ricorrere a qualcosa di più resistente: il corpo umano. Con protezioni a dir poco grottesche, una cifra impressionante di individui fu inviata sul tetto per eliminare fisicamente i detriti. 40 secondi era il tempo massimo di esposizione, dopodiché bisognava allontanarsi immediatamente e lasciare il posto a qualcun altro. Mi chiedo ancora esattamente a quanti anni di vita persi corrispondano quei 40 secondi. Fu fatto. Venne poi la liquidazione della zona circostante: 30 km quadrati da ripulire rimuovendo e seppellendo i primi 10 cm di terra, eliminando ogni forma di vita animale ed evacuando ogni abitante. Anche questo fu fatto. Infine, era necessario sigillare l’intero edificio che continuava nonostante tutto ad immettere particelle radioattive attraverso il tetto squarciato. Fu realizzato in tempo record una struttura di cemento ed acciaio che rivestiva interamente il tetto e le pareti. Fu costruito il sarcofago, ovvero quell’imponente monumento all’orrore nucleare, quella forma di acciaio che ancora oggi, nel nostro immaginario, simboleggia il disastro. Una cattedrale radioattiva sorse in mezzo ad un’area dichiarata inabitabile. A pensarci bene è proprio in quel momento che nasce tutta quanta l’iconografia del disastro… ci torneremo.

Per quanto riguarda i liquidatori non abbiamo cifre precise anche se le ipotesi più ragionevoli parlano di almeno 500.000 persone fra soldati, operai, minatori e pompieri (preciso che sto parlando solo dei liquidatori e non delle vittime civili). Di certo la caduta dell’Unione Sovietica e il caos seguente non hanno contribuito a delineare un quadro chiaro. C’è però un’immagine che mi ha sempre profondamente colpito.

Alla fine dei lavori una bandiera rossa fu issata sulla ciminiera del reattore numero 4. La battaglia di Chernobyl era stata vinta, nonostante il prezzo pagato sia ancora oggi di fatto sconosciuto. Quanti liquidatori si ammalarono? Quanti morirono? Quanti dovettero accettare di essere abbandonati dopo il 1989? Ma soprattutto quanti di essi sapevano realmente a cosa stavano andando incontro? Quanti erano a conoscenza dei veri livelli di radiazione e dei loro effetti sul corpo umano a breve, medio e lungo termine? È ragionevole pensare che siano stati pochi. Siamo in Unione Sovietica. Non c’è Internet. Però è anche ragionevole credere che non tutti fossero così stupidi e sprovveduti da non sapere che un rischio ci fosse. In più la radioattività non si vede e non si sente, non ha odore… Solo un accenno di metallo sotto la lingua. Forse, invece, non ha proprio senso chiederselo a questo punto. Quell’immane sacrificio umano che fu la liquidazione non era, a questo punto dei fatti, il frutto di un capriccio dittatoriale e sadico. Che scelta avevano? Come fermare la radiazione? Come impedire la contaminazione di mezza Europa? Qualcuno questa battaglia doveva pur vincerla e non per amor di patria, ma per la pura e semplice sopravvivenza. La battaglia di Chernobyl fu vinta, anche se i costi umani furono esorbitanti. Fu persino creata un’apposita decorazione militare: la medaglia del liquidatore. Furono promessi compensi e assistenza per questa enorme massa di sacrificati, ma, come detto, complice anche l’implosione dello stato sovietico, ciò non fu fatto, o comunque non in maniera giusta e sufficiente. Esemplare è il caso di Nagashibay Zhupusov, ex liquidatore, che si è tolto la vita nel giugno 2019 proprio dopo aver visto la serie HBO. Secondo i familiari, al di là dello shock per aver rivissuto con le immagini della serie la sua esperienza, il suo gesto è dovuto al senso di abbandono da parte delle autorità.

Mi chiedo se questo sarebbe ugualmente accaduto se l’Unione Sovietica avesse continuato ad esistere, o comunque, se la sua caduta non fosse stata così repentina e traumatica. Forse si. Forse no. E chi diavolo mai lo potrà sapere? Del resto potremmo dire che i sacrifici dell’uomo sovietico non devono essere dettati da quella ideologia borghese che misura la gratitudine in denaro, ma solo ed unicamente per il bene dell’umanità socialista… O forse invece, magari, una qualche forma di assistenza, un qualche privilegio, sarebbe stato loro concesso. Avrebbero almeno sfilato, salute permettendo, sulla piazza Rossa il primo maggio o il nove dello stesso mese, quando si ricorda la fine della Grande Guerra Patriottica, o come noi la chiamiamo, la Seconda Guerra Mondiale. Alla fine dei conti resta un fatto: ciò che andava fatto è stato fatto. E non sono affatto sicuro che in un altro paese, in un mondo ultra-individualista, questo si sarebbe potuto realizzare.

Ancora una volta la storia ci insegna che si possono costringere milioni di uomini a combattere una guerra, ma non a vincerla. La paura e la costrizione per questo non bastano. Pensate alle migliaia di italiani giustiziati dal nostro eroe, il Generale Cadorna, sulle trincee del 1915-1918… li puoi tenere sulle trincee… li puoi mandare all’assalto con la mitragliatrice puntata sulle loro spalle, ma non puoi costringerli a vincere. E di fatto, nel primo conflitto mondiale, le esecuzioni sommarie permisero forse di evitare gli ammutinamenti, ma non portarono a nessun risultato strategico decisivo, né in Italia, né altrove. E qui arriviamo ad un altro elemento chiave per una riflessione sul rapporto fra Chernobyl e l’esperienza sovietica. Stavolta non è la prima guerra la mondiale, ma la seconda che i Russi chiamano Grande Guerra Patriottica e che rischiò di sancire il loro annientamento. È un fatto ormai assodato che l’Operazione Barbarossa – l’invasione nazista dell’Unione Sovietica – non fosse una guerra convenzionale, ma un vero e proprio tentativo di annientamento. Hitler voleva la sua colonia continentale e gli slavi sarebbero stati gli schiavi del III Reich. Per la Russia dunque non si trattava semplicemente di difendersi, ma di sopravvivere. Non solo. Non è pura speculazione immaginare cosa sarebbe potuto succedere se la Russia, con la sua manodopera, con le sue risorse, con le sue industrie, fosse caduta nelle mani del Fuhrer. Anche qui ci troviamo di fronte ad un problema di rappresentazione storica, un problema culturale che tuttavia i ferventi postcolonialisti si ostinano scientemente ad ignorare. La nostra immagine della guerra è quella della liberazione anglo-americana. È quella delle spiagge di Gela e della Normandia. Ovvi motivi politici. Raccontare le cose in un certo modo non è per forza sinonimo di menzogna, e in fondo non lo è neanche l’omissione. La nostra storia culturale del conflitto di fatto non ha mai sufficientemente messo in evidenza alcuni significativi dati. A titolo di esempio ne fornisco solo alcuni. La Francia conta circa 560.000 vittime fra civili e militari; la Germania nazista circa 7.500.000; l’Italia poco più di 400.000; gli Stati Uniti 400.000 di cui quasi tutti militari. L’Unione Sovietica conta circa 25.000.000 di morti. Forse è meglio ripeterlo. A causa dell’invasione nazista 25 milioni di persone di cui circa 17 milioni di civili, hanno perso la vita in Russia.

Le deficienze sovietiche, la follia stalinista delle purghe, il crollo nervoso di Stalin e la paralisi (dettata dalla paura) dei comandanti sovietici portarono in pochi mesi l’esercito tedesco ad assediare Leningrado (un assedio che durerà 900 giorni), a minacciare Mosca e a minacciare il Volga nei pressi di Stalingrado. La scia lasciata dai tedeschi era solo morte e distruzione. La guerra non fu combattuta dunque per la gloria personale del compagno Stalin o per difendere l’onore del partito. Si trattava di vincere per sopravvivere o di essere sconfitti e dunque annientati. Anche qui le cronache militari sono impietose. Soldati male armati e male addestrati costretti all’assalto dalle mitragliatrici. “Potete scegliere se morire sotto le pallottole dei tedeschi o sotto le nostre. In un modo o nell’altro comunque morirete”. Tant’è vero che in molti, moltissimi disertarono tre le fila dell’Armata Rossa, soprattutto nei primissimi e disastrosi mesi della guerra. Tuttavia, il marcio edificio sovietico (come veniva descritto da Hitler) non crollò Anzi…

L’Ordine 227, comunemente chiamato “non un passo indietro” fu l’inizio della svolta. Era un ordine crudele, che non lasciava speranza, che sacrificò un numero incalcolabile di soldati. Fu l’ordine però che permise la vittoria decisiva a Stalingrado, ovvero l’accerchiamento e l’annientamento della più potente armata tedesca (la VI guidata da Paulus), che fermò i tedeschi e che diede inizio al cammino che porterà i sovietici ad issare la bandiera rossa sul Reichstag di Berlino nel 1945… così come i liquidatori fecero sul tetto del reattore numero 4 della centrale Vladimir Uljanov “Lenin” a Chernobyl.

A questo punto non ci resterebbe che chiudere il cerchio… Chernobyl come Stalingrado… un popolo ed una nazione (ma forse non solo) sull’orlo di un baratro, sull’orlo di un precipizio senza futuro e senza speranze. Certo, la Grande Guerra Patriottica non fu la conseguenza diretta della follia stalinista. Però il disastro del 1941 che portò la Russia – e forse il mondo intero – sull’orlo dell’incubo nazista, fu permesso da una serie di carenze strutturali e contestuali. A Chernobyl, lo abbiamo visto, le responsabilità sono assai più dirette. Pero’ il sacrificio a cui furono chiamati milioni di persone è comparabile. In entrambi i casi, in quel preciso hic et nunc, quel sacrificio era inevitabile. Ed in entrambi i casi fu la costrizione a portare gli uomini al fronte, a dirigerli verso il nemico, ma non a condurli alla vittoria. Per quest’ultima la paura da sola non basta. Ci vuole un senso collettivo di abnegazione per respingere i panzer tedeschi o per tenere in mano anche solo per pochi secondi un pezzo di grafite altamente radioattivo. Che ne fossero coscienti o meno, i liquidatori svolsero il più ingrato dei compiti, senza il quale non solo i Russi, ma gran parte degli europei, oggi non si troverebbe dov’è.

Tutto questo potrebbe apparire retorico, addirittura melenso. Forse anche questo non è altro che un romantico immaginario che mira a seppellire l’orrore di un corpo dilaniato da una granata tedesca o devastato dalla radioattività che ti brucia dall’interno fra atroci sofferenze. Tuttavia, anche gli immaginari talvolta hanno bisogno di dati e di certezze. E almeno su questo i dati sono sufficienti per giustificare se non altro questa mia ipotesi.

Forse la vera eredità dell’esperienza sovietica non è solo l’ottusità della sua burocrazia, l’arroganza e la pochezza umana dei suoi papaveri, ma lo spirito di un popolo intero che di fatto si è dimostrato capace di sacrificarsi per un bene più grande e che inevitabilmente trascende le peculiarità geografiche e politiche di un solo paese.

In questo buio frangente politico occidentale (Trump, Salvini, Bolsonaro, Macron, ecc.) siamo soliti dire che in fondo noi abbiamo ciò che ci meritiamo, che i politici che deleghiamo con il nostro voto non sono una calamità venuta dal cielo, ma l’espressione del nostro modo di pensare, di agire e di concepire il nostro posto nel mondo. Alla luce di quanto ho cercato di giustificare, mi sento di affermare che l’esperienza sovietica non rispose a questa equazione, che l’uomo sovietico, forse, è stato migliore dei suoi dirigenti; che in un certo senso il socialismo è riuscito a creare qualcosa di buono attorno alle innumerevoli contraddizioni e storture. Chi mai potrà fare di questo una certezza? Forse nessuno.

Certo è che una domanda possiamo porcela. Il nostro attuale mondo individualista e neoliberale sarebbe capace di simili sacrifici? La grande estinzione, o comunque l’imminente pericolo di una serie di sconvolgimenti ambientali che modificheranno in peggio le nostre condizioni di vita, è alle porte. Fino a che punto saremo capaci di vincere la battaglia? E qui non si tratta di esporre il nostro corpo a radiazioni mortali. Potrebbe trattarsi semplicemente di una serie di modifiche al nostro stile di vita indiscutibilmente incompatibile con la salute umana ed ambientale. Fino a che punto l’innegabile bene collettivo rappresentato dalla giustizia socio-ambientale sarebbe capace di offuscare il nostro individualismo?

Io stesso, malgrado il mio razionale apprezzamento verso la capacità di sacrificio, sarei profondamente turbato dall’idea di un radicale cambiamento nel mio stile di vita. Le cose possono sempre andare peggio. E tutto ci lascia pensare che così sarà. Allora magari ci costringeranno. Ci invieranno sul fronte con la minaccia delle armi e poi ci ordineranno di non fare un passo indietro… chissà magari la nostra salvezza passerà da una specie di eco-fascismo in chiave futurista… Ma siamo sicuri che basterà questo a vincere la partita che abbiamo follemente scelto di giocare contro noi stessi? Quello che invidio all’uomo sovietico è forse l’innegabile convinzione dell’esistenza di un interesse collettivo, quasi globale, che è capace di storicizzare il presente attraverso l’esistenza di un passato da cui imparare e di un futuro da progettare… non come paese, continente o ideologia, ma come specie biologica. Tuttavia, la mia resta comunque un’idea fedele ad un’utopia d’altri tempi. In questa lunga serie di dubbi e di interrogativi non posso che concludere con due certezze che uniscono realmente il nostro immaginario e la nostra storia. La prima è il disastro di Fukushima, che impietosamente vanifica il sacrificio di centinaia di migliaia di persone. Sembra dircelo in faccia e con arroganza. Non è servito a nulla. Non avete imparato niente. Siamo di nuovo qui… al punto di partenza. La seconda risiede nel fatto che, ad ogni modo, l’Unione Sovietica è riuscita a sopravvivere solo tre anni dopo il disastro di Chernobyl.

Fin qui ho cercato di stabilire il legame fra l’esperienza sovietica e il disastro nucleare del 1986, e di come, tanto nel bene quanto nel male, esso in parte sia figlio di quell’esperimento storico chiamato socialismo reale. E se volessi rovesciare la medaglia? E se fosse il contrario? Se fosse Chernobyl la causa principale della fine dell’URSS? Anche qui vi è un preciso immaginario, anch’esso forse condito da qualche piccola certezza.

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