Visioni della fine. Cosmologia cosmopoiesi cosmopolitica

Antropocene

Il termine “Antropocene” ha una storia tormentata. Usato per la prima volta negli anni Ottanta del Novecento dall’ecologista Eugene F. Stoermer, diventa di dominio pubblico solo nel 2000, grazie al Nobel per la chimica Paul J. Crutzen. Usato informalmente per designare una nuova era geologica condizionata dalle azioni umane, ancora nel giugno 2019 non è stato ufficialmente accettato dalle maggiori società geologiche mondiali. Nell’ambito delle scienze umane, al contrario, si tratta di un termine d’uso (e abuso) comune, un tipico concetto-valvola che, ponendo più o meno al centro la questione ambientale, aumenta la propria massa critica ogni giorno di più, grazie ai contributi di ecologisti, antropologi, sociologi, filosofi, economisti, politologi, letterati, artisti, divulgatori scientifici, giornalisti. Quello che qui interessa, però, è che l’Antropocene non è un topiccome un altro, o un altro modo di parlare di ambiente in maniera multidisciplinare. L’Antropocene, al contrario, è un iperoggetto, per usare la definizione di Timothy Morton, una realtà così vasta e complessa da frantumare le precedenti visioni del mondo e da innescare un enorme lavoro dell’immaginario per provare a costruirne di nuove. In altre parole, mentre i geologi continuano a discutere sulle parole, l’Antropocene è quello che, per parafrasare Marcel Mauss, potremmo definire un “fatto sociale globale”. Se cioè, e a ragione, ci stavamo preoccupando di riscaldamento globale, effetto serra, macro-incedi, fusione del permafrost, inquinamento radioattivo, microplastiche, combustibili fossili, desertificazione, migrazioni climatiche, ecc., nel frattempo l’immaginario collettivo del presente e del futuro della Terra che poteva funzionare fino a un decennio fa si è praticamente vaporizzato e, per dirla con Bruno Latour, la rivoluzione negativa, il collasso, ha già avuto luogo, il turn, come si dice, c’è già stato, l’Apocalisse è alle nostre spalle, anche se poi le sue conseguenze più concrete stanno appena arrivando.

Cosmologia

Per Déborah Danowski e Eduardo Viveiros de Castro «il registro etnografico restituisce una varietà di modi in cui le culture umane hanno immaginato la disarticolazione dei cardini spazio-temporali della storia», e queste che possiamo chiamare escatologie pop, o etnoescatologie, o apocalissi immaginate hanno ovviamente influenzato la percezione del presente e del passato di quelle società. Le visioni della fine hanno insomma un effetto retroattivo sulle visioni dell’inizio, e l’attuale atmosfera di declino, di futuro fosco, di collasso globale alle porte, sta producendo un enorme lavorìo, più o meno consapevole, allo scopo di inventare nuovi miti all’altezza dei tempi, miti che permettano di immaginare in modo nuovo le origini, la fine, il senso, l’idea di tempo, la posizione relativa e assoluta della nostra specie sul pianeta Terra. In altre parole, una cosmologia, o tante cosmologie alternative perché, se una cosa ormai è certa, è che le millenarie visioni del mondo che ci hanno accompagnato fin qui non sono più funzionali per capire pienamente il presente, e anzi servono a molti per negarlo, ignorarlo, nasconderlo. Ma il virus dell’Antropocene ha ormai contagiato tutto, la catastrofe dell’immaginario è già avvenuta, le nuove cosmologie immaginate stanno già producendo cosmogonie, affidate alla scrittura saggistica, alla fiction, alla cultura popolare dei videogiochi e delle serie TV, ai talk show, ai dibattiti filosofici, ai graphic novel, alla pubblicità, alla politica di anticipazione, alle utopie e alle distopie di ogni genere, tutte cosmogonie portatrici di una genesi, di un esodo, di un’apocalisse, e a volte anche di una nuova genesi.

Cosmopoiesi

In questo movimento cosmopoietico dell’immaginario contemporaneo, che trova ispirazione tanto nella scienza quanto nello spiritualismo, si sono venute a definire delle vere e proprie ontologie radicali, delle metafisiche laiche che tentano di ridisegnare la posizione, i confini e il ruolo di Homo sapiens sapiensnel cosmo. Vediamone alcune, anche se in modo sommario.

1) L’Estinzionismo: Les U. Knight, ispirandosi alla Deep Ecology americana, fonda all’inizio degli anni Novanta il Movimento per l’Estinzione Volontaria degli Umani, dove l’astensione dal fare figli mira a una graduale scomparsa della nostra specie a vantaggio di un mondo edenico destinato ai pochi esseri umani sopravvissuti.

2) Il Primitivismo: negli stessi anni, John Zerzan auspica il crollo della civiltà e una regressione allo stato selvatico, opponendo il modello paleolitico egualitario di caccia e raccolta a quello neolitico gerarchico di agricoltura e commercio; in questo frame filosofico si inscrivono una serie di movimenti come quelli di Seattle e, almeno in parte, le azioni terroristiche di Una Bomber.

3) Il Neonichilismo: nel secondo decennio del Duemila Ray Brassier e Quentin Meillassoux, antikantiani, antiumanisti, sostengono la tesi tanatologica, cioè innalzano la pulsione di morte freudiana a principio cosmologico, e ci rappresentano un mondo puramente materiale destinato per entropia alla morte assoluta; un antiantropocentrismo radicale, dove l’uomo è già un fossile inutile nell’universo divoratore.

4) La Singolarità: nel primo decennio del Duemila Vernor Vinge e Ray Kurzweil annunciano un imminente “rapimento cibernetico”, cioè una crescita esponenziale del potere in rete dei computer tanto da superare le capacità di tutti i cervelli umani messi assieme; biologia e tecnologia si fonderanno creando una superiore coscienza macchinica, dove le singole coscienze individuali potranno sopravvivere alla morte biologica.

5) Il Breakthrough: sempre intorno agli anni Dieci del Duemila, Ted Nordhaus e Michael Shellenberger sostengono che solo una tecnoingegneria sempre più evoluta, e finalizzata ad ambizioni progetti di sfruttamento totale delle risorse planetarie e all’implementazione dell’agricoltura transgenica, potrà portare a un reale prosperità planetaria; un progetto di ricchi per i ricchi.

6) L’Accelerazionismo: Benjamin Noys, contrario a ogni ottimismo tecnologico e ispirandosi alla fantascienza cyberpunk, sostiene che il mondo è già finito, tanto vale accelerarne la fine perché questo è l’unico modo per sconfiggere il capitalismo che ci ha portati a questo punto; la macchina contemporanea deve entrare in overdriveper portare a una distruzione creativa.

Cosmopolitica

Da questi esempi (ma sarebbero molti di più) è facile dedurre che le nuove cosmologie dell’Antropocene oscillano tra un anticapitalismo-nichilista e un neoliberismo scientista, tra passione di abolizione e filosofia della gratitudine, tra pulsione di morte e sopravvivenza di una élite. Non importa poi che esistano titoli e autori a cui attribuire la paternità di uno scenario cosmologico, come se fossero il parto di un’unica mente, enfatizzato poi da un gruppo di seguaci. A ben guardare, al contrario, queste cosmologie sono l’esito abbastanza scontato di un macroscenario cosmologico che risiede a monte di ciascuna di esse e che predetermina le possibili declinazioni narrative: l’Antropocene ha stabilito nuove regole, e all’uomo resta una serie illimitata di interpretazioni su pochi temi dominanti. La fine del mondo, sia essa imminente o dilazionata, catastrofica o punteggiata, evoca un’arena semiotica molto ridotta: il mondo prima di noi, il mondo dopo di noi, il mondo senza di noi, noi prima del mondo, noi dopo il mondo, noi senza il mondo. I racconti che possiamo immaginare e che stiamo già immaginando sono ovviamente condizionati dal nostro credo politico, dalla fiducia o sfiducia che vogliamo accordare al sistema economico globale, dall’utilità che riconosciamo all’antropopoiesi, dalla speranza che riponiamo in noi stessi e nei nostri simili. È chiaro che l’utopia o la distopia sono solo racconti alternativi del presente, ma è altrettanto chiaro che questi racconti possono avere una ricaduta concreta sulla vita di tutti i giorni, come individui e come specie. In nome di una cosmologia possono salvarsi tutti oppure nessuno, la voce dei molti o di uno solo può contare tutto oppure niente, la terra gli animali le piante possono essere visti come meri oggetti oppure come persone, la vita può avere valore oppure no. Stiamo vivendo tempi molto interessanti, dove uno dei nuovi immaginari possibili potrà diventare quello dominante, determinando eventi che avranno un effetto diretto sui corpi e le menti delle persone. È il momento di essere vigili, perché le cosmologie, quando cambiano, fanno sempre delle vittime.

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