Le ossa di mio padre

Marina di Melilli. Alfonso Pinto, settembre 2019

Ai più il toponimo “Marina di Melilli” non dice assolutamente nulla. Cercando sulla mappa si finisce in quel tratto di costa compreso fra lo Ionio e il comune di Priolo, poco a nord di Siracusa. Siamo nel pieno della zona industriale di Augusta-Priolo-Melilli, uno dei più grandi complessi petrolchimici d’Europa. Laddove la carta mostra la scritta “Marina di Melilli”, oggi sorge una spianata, larga qualche centinaio di metri e lunga un paio di chilometri che la ferrovia e la strada SS 114 separano dalla raffinerai ISAB Sud, oggi proprietà della Lukoil. In questa spianata, sparse qui e là, sorgono alcune case abbandonate, ruderi intervallati da tutta una serie di strade e stradine completamente dissestate e cosparse di rifiuti di ogni genere. Poi c’è il mare. C’è il golfo formato dalla penisola Magnisi che ospita il sito archeologico di Thapsos. Alla fine di quella che un tempo fu una strada si trova un cancello che separa il niente dal nulla. Poi uno spiazzo vuoto ed infine uno scarico a mare. Un mare blu e azzurro che inganna i sensi. Macchine vanno e vengono. Gente strana. Alcuni dicono che lì si spaccia. Altri che c’è prostituzione. Altri ancora scambismo. Qualcuno afferma che si fanno tutte e tre le cose e, sinceramente, quest’ultima sembrerebbe essere l’opzione più probabile.

Raffineria Isab Sud a Marina di Melilli, Alfonso Pinto, settembre 2019

Marina di Melilli fu un effimero borgo affacciato sul mare e la sua storia probabilmente si perderà nel grande racconto dell’Antropocene inferiore. Quei sensi che ingannano guardando un mare solo in apparenza meraviglioso, non sbagliano però nel dirti che la storia di Marina è stata breve, intensa, ma soprattutto legata a quel mare che ogni giorno sputa fuori il sole e a quelle ciminiere che poi lo nascondono al tramonto. Marina di Melilli fu un borgo che nacque e morì con l’industria. Soprattutto morì. L’industria però è ancora lì, con i suoi camini fumanti e le sue luci che si riflettono su quell’acqua a volte verde, a volte azzurra, a volte blu. Fra Marina e la raffineria, ha vinto la raffineria. Quei frammenti di pietra – ormai luogo di spaccio e di sesso a pagamento – furono in effetti un abitato incastonato fra il mare e gli agrumeti. Furono la casa di circa 1000 persone che lì nacquero, vissero, e talvolta morirono.

C’erano case, c’erano famiglie, c’era una chiesa. C’era soprattutto il mare. Splendido. Rischiarato dalle albe dello Ionio e dai tramonti degli Iblei.

Non è poi così difficile immaginare cosa successe. Il piccolo borgo fu sacrificato alla causa del progresso e del benessere, a quella causa che prometteva la definitiva emancipazione di un angolo di Sicilia ancora troppo afflitto da un’esistenza legata ai capricci del mare e della terra. Marina provò a resistere, ma di quella lotta oggi non restano che racconti e dicerie. Fino a qualche tempo fa, in quel che restava di un muro, si leggeva “Marina risorgerai”. Ma oggi neanche quel muro non esiste più.

Poco lontano però, un altro muro raffigura un’immagine che testimonia il finale tragico di questa storia. Il murale mostra un uomo anziano ed una scritta che recita “Resterò qui fino all’ultimo”. Quell’uomo si chiamava Salvatore Gurreri e venne ucciso nella sua casa di Marina di Melilli nel giugno del 1992 da due balordi della zona. Ufficialmente il movente era la rapina, ma i due ladri omicidi si presero comunque la briga di incaprettarlo e di rinchiuderlo nel portabagagli della sua Alfa. Pieno stile mafioso. Forse un depistaggio.

Ufficialmente Salvatore Gurreri fu l’ultimo abitante di Marina.

Marina di Melilli negli anni ’80. Foto di Enzo Signorelli
La casa di Salvatore Gurreri. Alfonso Pinto, settembre 2019

La storia di Gurreri, della sua ostinata opposizione a quella modernità ormai tardiva rappresentata dall’ISAB, è stata raccontata dalla giornalista e scrittrice Roselina Salemi. Il Nome di Marina attribuisce a Gurreri quella mitologia del piccolo eroe solitario che lotta contro i grandi sino ad un martirio annunciato. È un romanzo. È una mitologia che nel suo alternare verità e racconto, oscura purtroppo (e forse senza volerlo), il percorso di un’intera comunità che aveva lottato assai ben prima contro quella che era percepita come un’ingiustizia inaccettabile. Di quella lotta e di Gurreri ne parla Antonino Comito in un libro dedicato proprio alla parabola del borgo melillese. Antonino Comito in quelle terre ci ha vissuto e ci vive, da operaio prima, da studioso di storia orale poi. Per anni ha raccolto le testimonianze degli ormai ex abitanti di Marina di Melilli. Il quadro delineato da Comuto diverge per lunghi tratti da quella mitologia creata dalla Salemi. 

Se la verità è comunque un atto di giustizia, questa giustizia deve essere resa non solo a tutti quelli che lottarono assai prima di Gurreri – agli abitanti di Marina -, ma forse allo stesso Gurreri il quale – è ragionevole pensarlo – avrebbe forse rifiutato quella mitologia dell’eroe solitario affibiatagli post-mortem. Ogni mitologia pero’ porta con sé fin dalla notte dei tempi dei frammenti di verità. Gurreri morì a più di 80 anni forse anche a causa di quel suo ostinato rifiuto a lasciare la sua casa. Gurreri a modo suo lottò, rinunciando agli indennizzi, alle minacce, alla pace della vecchiaia. Gurreri sparava alle ruspe che venivano mandate a spianare quel tratto di mare che tanto amava. Lottò per anni, incoraggiato forse da quel privilegio che solo l’età concede, quel privilegio che ti permette di guardare alle cose del mondo attraverso delle griglie spazio-temporali sconosciute alla giovinezza. Eroe o no, Gurreri era comunque un solitario e da quanto emerge, questa sua solitudine non era solo il frutto delle circostanze avverse, ma anche di una sua precisa scelta.

Dove sta allora il problema? Dove si trova quella frontiera sottile che si inerpica fra la mitologia ed i fatti?

Occorre andare per ordine e seguire il racconto fatto dai protagonisti interpellati da Antonino Comito. Si legge da qualche parte che Marina era un antico villaggio di pescatori. Non era così. È vero a Marina si pescava perché lì il mare non soltanto lo permetteva, ma non lesinava nemmeno in abbondanza e varietà. Comunque sia, la storia di Marina è assai più recente e la pesca fu soltanto un’attività collaterale. La nascita del borgo si definirebbe oggi un esempio di abitato informale. Nacque quasi per caso dopo la Seconda Guerra Mondiale. Si cominciò a costruire lì semplicemente perché era un posto bellissimo. Lo abbiamo detto. Mare all’alba. Agrumeti al tramonto. E poco a nord, Siracusa. La zona si chiamava Fondaco Nuovo ed apparteneva ad un certo Fanciullo il quale cominciò a vendere alcuni lotti a prezzi tutto sommato ragionevoli. Siamo negli anni ’50. Nei paraggi era sorto anche un lido al quale cominciarono ad aggiungersi delle piccole abitazioni. Non c’erano strade, non c’era la luce e nemmeno l’acqua. A poco a poco le case aumentarono. Gli abitanti erano per lo più gente modesta, ma la bellezza intrinseca dei luoghi attrasse anche qualche nome eccellente. Uno su tutti Angelo Massimino, storico presidente del Catania Calcio, il quale si fece costruire una villa con tanto di piscina con acqua salata e pesci. Tuttavia Massimino da quelle parti lo si vedeva poco. Nel frattempo successe quello che sempre succede in questi casi. Si cominciò a creare una comunità, una collettività. Le strade cominciarono ad essere asfaltate, venne il macellaio, il panettiere, il bar, lo spaccio alimentare, ma soprattutto venne il benessere. Ad Augusta dal ’49 era arrivata la RASIOM di Moratti e con essa le assunzioni a tempo indeterminato con 13 o più mensilità. Arrivarono anche la luce e l’acqua. Arrivo’ la modernità,e come sempre, all’inizio, ebbe il sapore di una vita migliore e di un futuro radioso.   

Alcuni a Marina ci passavano solo l’estate, ma per molti quella era la casa di tutte le stagioni, anche quando lo Ionio, durante i giorni di maltempo, arrivava a bussare alle porte e alle finestre delle case. In quel momento l’industria era una gallina dalle uova d’oro. L’industria voleva dire una casa più grande, più moderna. Una vita diversa. L’industria non erano solo i soldi e la stabilità. Era un’esistenza tutta nuova che guardava al futuro con speranza e al passato con sollievo.

Duro’ poco pero’ perché all’inizio degli anni ’70 strane voci cominciarono a circolare. Il vaso di Pandora era ormai dischiuso. Il polo petrolchimico si espandeva inarrestabile e in breve giunse alle porte di Marina. Ben presto il tramonto sugli agrumeti fu sostituito dal tramonto sulle ciminiere. Erano quelle dell’ISAB Sud, lo stabilimento petrolchimico ottenuto a suon di mazzette dai Garrone negli agrumeti di Marina. Per non farsi mancare niente, poco a nord, a Targia si era installata anche l’Eternit Siciliana.

Come spesso avviene in questi casi, la popolazione si divise fra quelli che salutavano le ciminiere vedendo in loro un simbolo di benessere e di avvenire, e quelli che invece, come in un presagio di apocalisse, vedevano già i pesci morti e sentivano la puzza. Divide et impera. Tant’è vero che di li’ a poco i pesci cominciarono davvero a morire e l’aria si intrise dell’odore di zolfo e benzene.

Anche questo lembo di Sicilia ebbe i suoi anni ’70. Ma il piombo a Marina non era quello delle P38. Il piombo era assai piu’ sottile e si insinuava nel sangue. Si lottava anche lì. E non per grandi ideali, ma solo per preservare la terra ed i polmoni. Dalle testimonianze di Comito si legge allora dei blocchi stradali, di quelli ferroviari, delle ordinanze di sfratto, dei manganelli e delle intimidazioni. Da un certo punto di vista quella di Marina è una storia abbastanza classica: una comunità radicata in un territorio magnifico che viene cacciata da un gigante cattivo e potente. Si sarebbe potuta svolgere in Alaska o in Canada. Invece siamo in Sicilia, a pochi passi dalla città di Archimede, dove ogni primavera si recitano ancora Sofocle, Euripide ed Eschilo.

Per qualche anno dunque, mentre in Italia si spara, si esplode, si manifesta e si reprime, Marina resiste. I lividi dei manganelli passano, le teste si ricuciono, le ordinanze si strappano, le denunce si ignorano. Quelle case, per riprendere le parole di una dei protagonisti della vicenda, erano fatte con le unghie, con le ossa e con il sangue di madri e padri che lì avevano costruito una vita intera. E per questo si lottava.

Poi non servi’ più a nulla. Alla fine, a sancire il destino di Marina, non furono le denunce, non furono le ordinanze, né tantomeno i manganelli. Alla fine ci si era accorti che non c’era più nulla per cui lottare. Marina era già morta. Marina e l’industria erano “incompatibili”.

Furono i pesci a galla e l’aria mefitica a scacciare gli abitanti. Fu la fabbrica stessa a schiacciare Marina contro un mare ormai sapido di mercurio e amianto.

Da queste parti la le convenzioni sulla guerra chimica evidentemente non valgono.

Nel 1980 era tutto finito. Gli abitanti di Marina riuscirono solo a negoziare un indennizzo che permise loro di evitare il trasferimento forzato e di poter almeno scegliere la nuova casa. Si sparsero tutt’intorno. Chi a Priolo. Chi a Città Giardino. Chi a Solarino, a Floridia, a Siracusa, a Melilli… Chi a Catania e chissà dove ancora.

Nel 1982 un’abitante di Marina scrisse una poesia che ci viene riportate sempre da Antonino Comito.

“Casa, dolce casa mia, quanti ricordi sono intarsiati nei tuoi muri.
Quante gioie e quante amarezze sono sepolte nei tuoi pavimenti,
resterai sempre nel mio cuore.
Testimone della mia vita trascorsa dentro di te.
Consolatrice delle mie delusioni e fiera delle mie ambizioni.
Adesso la tua fine sta arrivando, lenta è stata la tua agonia, te ne stai andando con dignità e caparbietà,
fiera delle tue fondamenta fatte con amore,
mattone su mattone, pietra dopo pietra.
I tuoi piedi sono le unghie di mio padre.
I tuoi pilastri sono le ossa di mio padre,
l’acqua che scorre nelle tue vene è il sangue di mio padre.
Infine, la luce, i suoi occhi.
Casa mia guardando mio padre mi ricorderò di te.
Più volte ti è stato cambiato il viso per illuderci di mascherare,
addirittura annullare il verdetto che la grande corte
aveva sentenziato per te, ma tu sapevi e sorridevi triste.
Casa mia, solo adesso ho capito che noi, per te,
siamo stati solo cari ospiti e mai i tuoi padroni”.

(G.A., abitante di Marina di Melilli, 18/2/1982)

E Gurreri? Dov’era Gurreri in tutto questo? Salvatore Gurreri semplicemente non c’era poiché tecnicamente Gurreri non era un vero e proprio abitante di Marina. Egli faceva parte di quella categoria di persone le quali, attratte dalle intrinseche bellezze del luogo, vi avevano stabilito la propria residenza estiva. Nel 1961 egli acquistò una casa, regolarmente costruita, proprio di fronte al mare, ma all’inizio la sua presenza era stagionale. In un certo senso l’ultimo abitante di Marina veniva da un altro pianeta. Gurreri era uno che viaggiava, era colto, benestante. La sua compagna era la nipote del Prefetto Mori ed era stata anche parlamentare. Tutti la ricordano come una donna bellissima, elegante, gentile nei modi. Tutto sommato anche il ricordo di Gurreri non era negativo. Un uomo per bene. Una brava persona, distinta, cortese. Uno che non faceva mai parlare di sé e che non dava noie. La simpatia e i rapporti umani in generale non erano comunque il suo forte. In effetti era un solitario.

Quindi, negli anni in cui a Marina si lottava per la sopravvivenza, Salvatore Gurreri era semplicemente uno stagionale. Fu proprio negli anni ’70, quando l’arrivo dell’ISAB cominciò a minacciare l’esistenza di Marina che Gurreri scelse di stabilirsi definitivamente lì. Di fronte all’avanzare incessante e ormai inevitabile delle ruspe che spianavano le case, egli dichiaro’ che da quella casa non se ne sarebbe mai andato. Nel frattempo i miasmi avvelenavano l’aria e il mare, un tempo generoso, vomitava pesci morti al gusto di mercurio. Su Gurreri piovvero ingiunzioni di sfratto, proposte di indennizzi. Poi arrivarono anche le angherie e le minacce. Lui pero’ non si mosse. Negli anni ’80 era quasi da solo con il suo cane. Gli ultimi anni di una vita fatta di viaggi e di affari Gurreri li trascorse a combattare una battaglia sul cui esito nemmeno lo stesso, probabilmente, si fece mai illusioni. Alla fine, rimase davvero l’ultimo abitante di Marina. Anche l’ostinazione senile ha però un limite. Marina di Melilli era ormai poco più che un wasteland in versione mediterranea. In quel 1992 Gurreri aveva 84 anni e la sua compagna, Ercolina Mori, quella signora settentrionale così distinta, elegante e gentile, era ammalata. Gurreri si apprestava allora a raggiungerla a Milano, ma non fece in tempo poiché il 13 giugno di quell’anno fu ucciso. Non vale la pena di ritornare sulle circostanze esatte di quella morte. Da un lato la versione ufficiale è a dir poco lacunosa. Tuttavia, dall’altro lato, è anche vero che, a quel punto, forse, non aveva più senso mettere a tacere un vecchio rompipalle di 84 anni. Sarebbe bastato pazientare ancora poco tempo. Chissà…

Questa, più o meno, è la storia stando alle parole di chi l’ha vissuta. Resta da chiarire allora il rapporto fra Gurreri, Marina, e gli altri abitanti. Dalle testimonianze raccolte da Antonino Comito la mitologia del Gurreri “eroe solitario” infastidisce gli ex-abitanti del Fondaco Nuovo. Infastidisce, ma niente di più. Per i melillesi di Marina la resistenza di Gurreri arrivò troppo tardi. Mentre quasi tutto il borgo lottava, egli, semplicemente, non c’era e quando infine Gurreri scelse di lottare, ormai di Marina non ne era rimasto granché. Tuttavia, non vi è risentimento nelle parole di quelli che lo conobbero. Non vi è astio per quell’uomo che comunque, a modo suo, condivise con loro l’amore profondo per un territorio oltraggiato da quella atroce promessa di benessere. Quello che gli abitanti forse non accettano è il fatto che Gurreri – suo malgrado ovviamente – abbia incarnato da solo tutta quanta una vicenda di cui egli fu protagonista unicamente per un periodo. Non è dunque Gurreri in sé il problema, quanto piuttosto il ritratto che di lui è stato fatto.

Marina di Melilli. Alfonso Pinto, luglio 2019

Forse è proprio questo che gli ex-abitanti di Marina si chiedono. Che ne è della storia della nostra lotta? Che ne è degli sfratti? Dei manganelli? Dei blocchi stradali e ferroviari? Il ricordo dell’uomo che rimase sino all’ultimo ha annichilito quello di un decennio di resistenza collettiva.

Possiamo allora cercare di rendere almeno quella piccola parte di giustizia chiamata verità. E questa giustizia la meritano tanto gli abitanti della prima ora, quanto Gurreri, il quale forse non sarebbe stato a proprio agio nel recitare coscientemente il ruolo del Don Chisciotte.

In un luogo sacrificato, al centro di uno dei più grandi complessi petrolchimici d’Europa dove nel mare c’è più mercurio che a Minamata e dove alcuni pensano che tutto sommato “è meglio crepare di cancro piuttosto che di fame”, il rischio è che di Marina, di Gurreri e dei suoi abitanti si perdano le tracce. Il presente è troppo fosco e le rovine del passato si mischiano con quelle del futuro. L’unico accenno di giustizia che possiamo concedere è quello di una riconciliazione, se non altro di quella memoria avvelenata anch’essa dal mercurio, dall’amianto e dai racconti che sottraggono alle mitologie quella loro indissolubile parte di verità.

Hanno indiscutibilmente ragione gli abitanti di quello che un tempo si chiamava Fondaco Nuovo. La storia di Salvatore Gurreri, per via di quel suo intrinseco romanticismo, ha di fatto oscurato una storia assai più collettiva. L’occhio superficiale sarebbe portato a credere che a lottare fu un uomo solo, contro tutto e contro tutti, mentre il resto della massa si lasciava imbonire da lauti (ma neanche troppo) risarcimenti. Il martire incorruttibile. Uno degli archetipi più ricorrenti della civiltà occidentale. Marina invece provò a resistere e si arrese quando ormai la resa era inevitabile. Di eroi e martiri in Sicilia ne abbiamo avuti troppi, e, salvo eccezioni, è meglio un semplice combattente vivo che un eroe morto a cui dedicare tuttalpiù una piazza. Marina si arrese a quel simulacro di progresso dal sapore di cenere e alluminio riuscendo almeno a negoziare le condizioni.

Gurreri invece scelse probabilmente di sfruttare appieno i suoi privilegi. Non quelli socio-culturali, ma innanzitutto quelli anagrafici (era nato nel 1908). Gurreri lotto’ a suo modo e non certo per la gloria. Ma lo fece da solo, quando ormai non c’era nulla per cui lottare.

Dall’altro lato, se è vero che senza la precedente lotta di Marina la storia di Gurreri non avrebbe lo stesso significato, è anche vero che Marina stessa oggi non sarebbe la stessa senza Gurreri e senza la sua mitologia di una resistenza senza compromessi, di una lotta non per la gloria o per chissà quali sommi ideali, ma semplicemente per la propria casa. Per la propria terra. Per la propria salute.

Se la memoria si tramanda anche per immagini, una riconciliazione simbolica potrebbe essere l’augurio che accanto allo splendido murale raffigurante l’ultimo abitante di Marina, ne possa sorgere un altro che sia capace di ricordare non solo l’ultimo, ma anche il primo, il secondo, il terzo abitante e cosi via… fino a comprendere tutti quelli che lottarono…

In realtà fino a poco tempo fa ve ne era uno che faceva proprio al caso. Assai più scarno. Anzi proprio minimale.

Una semplice scritta storta in un frammento di muro fra travi sventrate e erbacce.

“Marina risorgerai”, recitava.

Quel muro però è crollato.

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