Ediacara, trenta milioni di anni dell’altra vita

Dopo la prima grande strage della vita sulla terra causata dall’ossigeno più di due miliardi di anni fa, i sopravvissuti si arrangiarono come poterono fino a stabilirsi, intorno a 620 milioni di anni fa, in un grande periodo lungo, stabile e, pare, pacifico, durato oltre trenta milioni di anni. Gli studiosi lo indicano come il regno di Ediacara. Per la prima volta, la vita sulla Terra si organizza in sistemi multicellulari complessi, ma non sono i nostri, quelli da cui deriviamo noi, tanto che tutt’ora non riusciamo a leggerli. “Non c’è nulla a cui dare un nome, a cui attribuire una funzione. Il nostro vocabolario, i concetti con cui pensiamo le forme viventi, cessano di avere senso.”*

Come immaginare un mondo inimmaginabile? Come uscire dalle forme stesse che strutturano il nostro modo di pensare e quindi di sognare e immaginare? Come pensare l’impensabile?

Riusciamo a ridare vita coi nostri sistemi di pensiero a un periodo durato oltre trenta milioni di anni? Il nostro misero Antropocene dura a malapena 300.000 anni, volendo considerare il giorno in cui il nostro progenitore si divise dagli altri animali arriviamo forse a sei milioni di anni, e già riusciamo a malapena a immaginare come potesse essere la sua giornata, ma già la sua esistenza era molto simile alla nostra, fatta di caccia, di predatori e prede, di difesa e attacco, il tipo di vita che è sorto dopo che il popolo di Ediacara, silenziosamente come era vissuto, se n’è andato. Come immaginare un mondo senza artigli, zampe, mandibole, unghie, occhi, pinne, ali?

Su come vivessero ci sono solo ipotesi, naturalmente. Forse assorbivano batteri e esseri unicellulari direttamente dalla superficie di cui erano provvisti, ma si può dire che li mangiavano come concepiamo noi l’atto del magiare? Ha senso cercare di capire se erano animali o piante, due macrocategorie che appartengono al nostro mondo? Come mai il loro lungo regno è finito? Vivevano nel fondo degli oceani o si muovevano, e come? Un’ipotesi dice che fu l’arrivo delle zampe a distruggerli, riusciamo a immaginarlo?

Sta di fatto che è da qualche sopravvissuto di quel popolo che la vita come la conosciamo è continuata, sviluppando altre caratteristiche più adatte ad un ambiente che probabilmente si è modificato mettendo fine a una delle possibili strade che l’esistenza ha sperimentato.

*Massimo Sandal, La malinconia del Mammut, Il Saggiatore, Milano 2019.

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