Futuro Delta -prima parte-

Un thriller di Emanuela Cocco + Antonio Vena

Ma forse non c’è un “noi”. Forse uno dei “nostri” più grandi problemi è che gruppi di esseri umani diversi hanno futuri completamente diversi. Forse in qualche parte del mondo dovreste insegnare ai vostri bambini la scrittura informatica, mentre in altre fareste meglio a insegnare loro a estrarre velocemente la pistola e a prendere bene la mira.

Yuval Noah Harari, 21 lezioni per il XXI secolo

Cina meridionale, due minuti nel futuro

Attraversa le risaie che non dovrebbero esserci, lì perché qualcuno se le aspetta, le immagina, campi di riso e placidi contadini con cappelli di paglia tradizionali, sotto il sole, a finire il raccolto, in un’estate continentale estesa.

Vede la città vuota, il vecchio Defender si muove a una velocità programmata, il fumo del motore diesel eccessivo per nascondere che ogni pezzo di quel motore è nuovo, in ogni suo componente, costruito in officine segrete, in cui artigiani lavorano per preservare meccanica e ingegneria di base, pronti per la fine della tecnologia. Zhang lascia dietro di sé l’autostrada immensa, è l’unico a percorrerla se non per alcuni operai intenti a sistemare un asfalto perfetto. Tutti quegli uomini e donne sono lì per lui, guardiani d’accesso a una delle trecento città grandi come Chicago che aspettano solo il fato delle campagne, il destino della civiltà che porta gli uomini dai campi ai palazzi. Questa città è però diversa. Costruita lontana da zone sismiche, è buia ma per scelta eppure con una centrale idroelettrica dedicata ai suoi bisogni di adesso e dei prossimi cinquecento anni. Zhang entra nel parcheggio sotterraneo di un centro commerciale, uomini della vigilanza antitaccheggio limitano il livello dello spettacolo: portano armi automatiche nere, prodotto nazionale, equipaggiate con baionette e lanciagranate. Zhang si avvia verso l’entrata della zona ombra, trascina una vecchia borsa di pelle, un mucchio di libri sotto l’altro braccio. Lascia che gli ingranaggi del portale corazzato facciano il loro lavoro adesso ancora una volta nella speranza che non debbano farlo nel futuro. Niente deve aver un transistor, chip, software. La città vuota deve resistere a tutto, essere presa con milioni di uomini armati, funzionante in caso di impulso elettromagnetico o di un dio elettronico fuori controllo e indomabile. Zhang blocca da solo la leva di discesa del montacarichi al piano. Anche la porta del salone è pesante, la spinge e si richiude svelando un sistema analogico di pressione negativa che spinge l’aria all’esterno. Nella sala uomini e donne, Zhang ne conta dieci, in silenzio cominciano a prendere posto sul tavolo e le sedie di fronte a lui. Poggia sul tavolo i libri che ha trascinato fin lì, potrebbero leggerne i titoli riconoscere i segni e le forme sulle copertine. Collasso di Jared Diamond, un romanzo catastrofico sulle periferie francesi, un saggio sulle ecofortezze di Meschiari, una raccolta di poesie sull’Antropocene di un piccolo e imprevedibilmente famoso editore di Kansas City. Di fronte riconosce un generale dell’Esercito popolare cinese, un prete, una giovane donna bionda; gli altri sono indistinti, forse più prudenti, quelli che forse lo conoscono davvero.

“Signor Zhang” interviene una voce di donna. “Il rapporto è completo?”

Fa un cenno, risponde in italiano con un Sì, un riflesso del lavoro compiuto, completo di profili psicologici, analisi comportamentali, intercettazioni, prospettive non condizionate. Conosce ogni vita, i pensieri di tutti i protagonisti che ogni cosa è interpretabile, computabile, nello spettro dell’umano.

“Qualcuno ha interferito?” un’altra voce di cui non riconosce l’accento.

È teatrale senza volerlo, estrae dalla borsa il rapporto FD, lo poggia sul tavolo e con un cenno si rivolge alla commissione.

“Qualcosa ha interferito, sì.”

Ci sono sette picchi e sette ere dell’Uomo. Il problema è che non sappiamo in quale siamo adesso.

PRIMA PARTE

RITA

1

Roma, 23:09

Lo spettro del Re

Sei qui per eseguire, per separarti dal Re dei ratti. Dietro il portone coperto da fogli di plexiglas, al settimo dei quindici piani della Torre, tra i palazzoni rossi e grigi di Tor Bella Monaca i topi provano a fuggire agitando le code ma queste si intrecciano in un nodo inestricabile finché, terrorizzati, cedono, disponendosi in cerchio lungo una ruota grottesca su cui sfilano una accanto all’altra le loro piccole teste urlanti e rabbiose, i loro minuscoli dorsi oscuri, le code lucide fratturate, saldate in calli ossei, creature terrificanti per sempre imprigionate, costrette a vivere insieme come una cosa bizzarra, una criptide orrenda su cui nessuno vuole gettare lo sguardo: così stai con le altre. Sulla strada bucata e buia, tra le parabole che si sporgono dai balconi come arti scheletrici, in mezzo ai rifiuti, sopra le cantine allagate, tra quadri elettrici esplosivi, portoni rotti, citofoni bloccati, siringhe sulle scale senza via di fuga. È lì che è maturato il Re dei ratti, è stato così che ti ci sei trovata dentro, che si è creato il nodo per cui, con le altre, hai dovuto bere, ballare, chiavare. È stato per il raggelarsi di quel residuo colloso di sperma e saliva e sangue, che ha tenuto i vostri corpi incatenati mentre accadeva. Perché lo spirito vi guarda e il suo santuario è pieno di sonagli spaventosi e ninnoli fatti di piume. Perché avete contratto il debito e perso il vostro nome nel crogiolo di ossa e conchiglie e ora appartenete agli spettri e loro possono ridere e picchiare, ridere e stuprare, eiaculare e ridere, mentre vi toccano con le loro lame.

La osserva mentre la portano via: una ragazzina esausta, con l’acconciatura posticcia, crollata sul viso. Sembra una di quelle bambole con cui si è giocato troppo, fino a rovinarle i capelli, una bambola nera con la faccia insudiciata, a cui hanno torto le braccia, a cui hanno quasi spezzato le gambe. Seminascosta nella coperta di mylar muove passi docili e insicuri, sorretta dai due agenti in divisa che la scortano fuori dal palazzo grigio. Lasciarsi guidare, lasciarsi portare via senza puntare i piedi via è una cosa che deve aver imparato alla svelta, tenere il giogo, seguire la mano che la conduce senza che questa debba abbattersi su di lei per rammentarle chi è che comanda, l’esito dell’apprendistato violento a cui è stata sottoposta. Ora, il corpo avvolto nella coperta dorata, avanza verso di lei. Per una questione di ordinaria amministrazione dell’orrore il capitano dei Carabinieri Elena Loi si fa da parte, lascia che la ragazza venga fatta salire sull’auto della giudiziaria e risponde con un cenno di diniego all’agente che tiene aperta la portiera in attesa che lei li raggiunga. Suddividere, parcellizzare il disordine del mondo è la sua prima regola di condotta. Per sopravvivere, Elena ha imparato a seguirla scrupolosamente. Un ciclo della storia si chiude intorno ai polsi della ragazza. È tranquilla, tanto che le manette sembrano una premura eccessiva. È solo una piccola parte, qualcosa che non esaurisce nulla, non mette a posto le cose, solo il tassello di un problema complesso, stratificato, che è appena stato chiuso e non sarà lei a riaprirlo. Elena ha rinunciato da tempo a ogni pretesa di esaustività, le basta contribuire, restare in vita, occuparsi ogni giorno di qualcosa, una cosa alla volta, e ci riesce, ma per farlo deve allontanarsi, rimuovere se stessa dalla scena, da ogni posizione di contatto, spegnere ogni interferenza, maneggiare la realtà senza lasciarsi toccare. È pronta a entrare nel palazzo, lancia un ultimo sguardo verso l’auto che sta per partire. La ragazza seduta sul sedile posteriore è quasi nulla di più di un grosso fragile pacco, che qualcuno ha avuto l’accortezza di proteggere con un telo perché non venisse rovinato dalla luce della notte urbana. Elena non ha intenzione di avvicinarsi, di fare domande, la ragazza non le serve, non ora. Di lei sa già tutto. Quello che sembra un insieme compatto è in realtà un assemblaggio di pezzi. Qualcosa è crollato all’interno, dentro è un ammasso di rovine. La ragazza non esiste più. Ora la portano via, Elena la guarda appena, non cerca di incontrare il suo sguardo. Raccoglie dettagli. Sa di lei che ha cambiato nome, ha mentito sulla sua età, ha indossato vestiti nuovi: un pellicciotto sintetico arancio, la gonna corta in simil pelle con il lampo nel mezzo, la maglia zebrata incollata sui seni seminudi, le ciglia finte tinte di blu. Ha steso sulla pelle un olio speciale, ha colorato di rosso le labbra. Gli orecchini grandi sono quasi sprofondati nella capigliatura posticcia, il sangue si è seccato sulle mani, tracce di gesso le attraversano il volto: testimonianze fossili di una creatura già estinta di cui vengono portate fuori le spoglie. Il nome con cui è uscita dalla casa è Alaba ma non è importante, di sicuro non è nemmeno il suo nome. Ha diciannove anni, dice, ma anche di questo non si può avere certezza. Quello che è certo è che una schiava, reclutata in Nigeria, presa al laccio dal sogno banale di una vita nuova dall’altra parte del mondo, una delle tante che è stata tradita, presa in consegna da qualcuno che poi l’ha costretta a subire un rito di trasformazione che l’ha ridotta allo stato di cosa, merce che è stata caricata su un aereo o su un gommone, è passata di mano in mano nel lungo viaggio dal deserto del Niger ai campi di prigionia in Libia e da lì è approdata sulle coste italiane per essere trasferita in un appartamento della periferia romana dove le è stato sequestrato il passaporto. Poi la violenza di gruppo con cui è stata istruita al lavoro in strada, la routine dell’alcol e dello stupro, la catalessi nel sesso su un’arteria della Prenestina, cose che hanno fatto di lei un corpo indistinguibile nella minutaglia di dati che compongono il quadro generale dell’indagine sulle mafie transnazionali a cui Elena ha lavorato per oltre due anni. La ragazza è solo una parte della storia, una parte come un’altra, qualcosa che viene dopo l’ esecuzione dei mandati all’alba, dopo le perquisizioni e gli arresti, il reperto di un filone, quello della mafia nigeriana, che è già stato depositato altrove in attesa di essere smaltito, accanto ai video delle telecamere di sorveglianza, ai filmati in bassa risoluzione in cui sono rimasti immortalati i pestaggi di gruppo a colpi d’ascia tra i Black Axe e gli Eye, i referti medici di mutilazioni e lesioni da machete, le immagini dei grossolani package della droga sequestrata e le ordinanze di custodia cautelare in carcere. Del suo passato Elena sa già tutto e le è bastato uno sguardo per cogliere in lei il lavoro dell’ira, il passaggio della furia nel corpo della ragazza e la devastazione dopo il suo abbandono. La ragazza che ha visto portare vi è disabitata, assente, ma a Elena non importa, è qui per il suo gesto, il gesto di morte che inaugura un nuovo racconto, quello in cui Alaba uccide la sua madame a pugni, la strangola per poi smembrarne il corpo con un’ascia. L’omicidio è la coda di qualcosa che è già avvenuto, una violenza già rilevata, passata al setaccio, il movimento cruento che risponde a una velleità di ribellione che ha separato Alaba dalle altre cambiando la sua collocazione nella storia. Elena è qui per il gesto, per contemplare la sua esecuzione.

Nella stanza al settimo piano la scena del crimine è il doppio impresentabile di Alaba. Un insulto agli spiriti, una lite, un corpo a corpo con le creature invisibili, la parodia furiosa di un omicidio rituale. Le otto donne che dividevano con lei l’appartamento hanno raccontato agli agenti cosa è accaduto in un misto di urla, imprecazioni e preghiere di protezione. Erano rincasate da poco quando la furia di della ragazza si è riversata su Nyota Igwe, la madame, la donna che le aveva iniziate al rito e avviate alla prostituzione. Anche Nyota era stata una di loro. Aveva impiegato anni pagare il suo riscatto ma una volta dimostrata la sua fedeltà, e saldato il debito, aveva acquistato le ragazze in una fiera privata, le aveva scelte una a una e si era messa in proprio. Alaba le era sempre stata devota, le ragazze si stupivano di come era andata a finire, non avrebbero mai detto che tra tutte sarebbe stata proprio lei a tagliare la testa al drago, la più esile tra loro, dal viso bello e delicato, la preferita di Nyota, quella che non aveva mai dato problemi, quella che non mancava mai nel portare soldi a casa, la silenziosa, quella che diceva sempre sì. Negli ultimi tempi le cose erano cambiate, lei non era stata più la stessa da quando aveva avuto il bambino. Perché lei il bambino aveva potuto averlo, era diventata madre, e anche le altre, alcune di loro, anche per loro era andata così: il bambino era nato, non lo avevano ucciso subito, non avevano dovuto fare in modo che non nascesse, non era andata come le avevano promesso nella prima casa in cui era stata, la specie di lager in cui era stata addestrata, non l’avevano fatta abortire a calci, no. Nyota le aveva aiutate a farli nascere, ma poi li aveva presi con sé. Tra loro non ne parlavano mai ma Alaba, avevano raccontato le altre, aveva avuto una crisi, subito dopo la nascita del bambino. Lo aveva consegnato a Nyota, così avevano fatto le altre, ma da allora aveva cominciato a sognarlo. Nessuna di loro chiedeva mai dove fossero i bambini, ma la domanda aleggiava sulle loro teste costantemente, quel peso che avevano dentro era rimasto addosso alle ragazze anche dopo che se ne erano liberate. I bambini nati nella loro cerchia erano cinque. Le madri avevano potuto tenerli con loro per poco, a volte solo pochi giorni, ma lei aveva dovuto cedere il bambino dopo poche ore. Aveva avuto una crisi, era svenuta.

Nessuno aveva mai chiesto o compreso perché a lei lo avessero tolto subito. Alaba aveva ubbidito come sempre ma poi era crollata. Lo aveva lasciato andare non lo avrebbe visto mai più, ma in sogno il bambino tornava. Lei aspettava la notte per incontrarlo nel regno dei morti, le veniva incontro, era più grande di come lo ricordava, aveva gli occhi aperti, camminava da solo. Alaba lo prendeva in braccio, lo avvicinava al seno e il bambino le sorrideva in modo misterioso, ma poi, lentamente, mentre era ancora tra le sue braccia, cominciava l’inesorabile disfacimento. Le sue dita, la lingua, gli occhi, le ossa, la pelle, gli arti, si staccavano dal suo corpo, diventavano una sostanza densa, opalescente, un grumo di luce che poi solidificava in un oggetto sacro. Il bambino si trasformava sotto i suoi occhi in un feticcio. Alaba si era convinta che Nyota lo avesse venduto a un witch doctor, un guaritore, e che ora il bambino fosse finito nelle mani degli Uomini leopardo. A volte, nel pieno della notte si svegliava urlando dopo aver sognato il suo piccolo dilaniato dagli artigli di ferro degli uomini dai vestiti maculati. Le ragazze che abitavano con lei non volevano sentire queste storie. Nyota le rassicurava con racconti di famiglie bianche che organizzavano feste faraoniche per i bambini che avevano accolto. Tra loro, diceva, ci sono i vostri figli, siete le madri migliori del mondo.

Le ragazze non avevano tempo per pensare. Per dieci ore al giorno erano in potere degli uomini, clienti desiderosi di farsi penetrare con membri in lattice, di usarle come latrine o di farle accoppiare con i loro animali. Dovevano accumulare soldi, saldare il debito, non c’era altra via da percorrere. Nessuna di loro vedeva nulla oltre la strada, non c’erano famiglie a cui tornare, non c’era nemmeno un paese da considerare più loro. In patria le attendeva la lapidazione. Qui non erano nulla se non una minaccia per le famiglie che si erano lasciate alle spalle. Se avessero provato a fuggire sarebbero stati loro a pagare. Sapevano di aver imboccato una strada senza uscita. Quella vita l’avrebbero lasciata solo da morte, giustiziate dai loro padroni o ficcate dentro un tugurio clandestino di quelli all you can fuck in cui non avrebbero mai più visto la luce del sole. Nessuna di loro voleva indietro i bambini, volevano credere di averli salvati. Anche Alaba voleva crederci, ma la notte il bambino tornava, se lo trovava davanti, fermo sulla soglia della sua stanza, le mani unite a coppa a coprire i genitali raccoglievano il sangue.

Il corpo di Nyota è riverso in terra. È stato decapitato e mutilato delle braccia e delle gambe per mezzo di un’ascia. La testa è stata abbandonata in un angolo della stanza, in una posizione forse casuale, come fosse stata scalciata via senza calcolo, fuori dalla scena. Il viso della vittima è stato martoriato dai pugni e dalla bocca spalancata fuoriesce un amuleto di protezione. È un corpo umano che si rifiuta di essere messaggio, un corpo che è stato usato non per ottenere potere sulle creature invisibili ma per deriderle, per sfidarle a restituire quello che è stato tolto, è una conversazione con gli spettri piena di ingiurie, un oltraggio alla procedura sacra. China sul corpo senza vita di Nyota, Elena esamina la scena con tranquilla compostezza, sotto lo sguardo inquieto del maresciallo Savio, che se ne sta in un angolo, suo malgrado sconvolto dalla brutalità della scena a cui, nonostante gli anni di servizio, non ha ancora fatto l’abitudine. Per via del suo lavoro calmo e silenzioso, per la familiarità che mostra nel maneggiare il corpo della vittima Elena sa di suscitare la diffidenza dei colleghi. Qualcosa nel suo comportamento deve apparire indecifrabile anche al maresciallo. Elena avverte il suo giudizio silenzioso, la diffidenza con cui lui la osserva fissare il volto massacrato della vittima senza mai distogliere lo sguardo, lo stupore venato dal disgusto con cui la vede sollevare la lingua della donna tenendo ben ferma la testa cianotica e decapitata senza smarrimento o apparente dolore. Elena è calma, serena. Non c’è freddezza o distacco che non possa essere compreso, quella è la maschera solita dietro cui molti di loro hanno imparato a nascondere lo spaesamento davanti alla belva, il modo forse prevedibile e scontato che hanno trovato per scartare di lato, per non fissarla negli occhi. Ma in Elena non c’è traccia di turbamenti, lei è presente alle cose, anche se non se ne lascia toccare, un passo dietro l’altro ci avanza dentro, senza distogliere lo sguardo.

“Feitcaria” Elena pronuncia la parola a voce alta, come per renderla reale, mentre con cautela esamina l’amuleto conficcato nella bocca della vittima, un minuscolo sacchetto di pelle con dentro una pergamena con sopra delle incisioni. “Ha riconsegnato il suo amuleto di protezione, ha accusato la vittima di stregoneria, macumba. La ragazza credeva che la donna avesse venduto il figlio agli uomini Leopardo” dice.

“Gli antropofagi?”

“Una setta segreta fondata sull’omicidio rituale. Li fanno a pezzi, li trasformano in porta fortuna.”

“Un omicidio rituale.”

Elena mostra la testa a Savio senza esitazione, non c’è raccapriccio nella sua voce, le parole vengono scandite senza nessuna enfasi.

“È stata picchiata a sangue, l’ha colpita sul viso, le ha rotto le ossa degli zigomi, non ha più il naso. Poi l’ha strangolata” individua le abrasioni lineari delle unghie sul collo, i segni che raccontano la difesa della vittima dalla morsa dell’assassina “alla fine l’ha smembrata a colpi d’ascia.”

“Prima l’ha torturata, interrogata” interviene ancora Savio.

Poi l’ha sacrificata agli dei, considera Elena.

La scena è un campo di battaglia. Accanto al corpo della donna, con il suo stesso sangue, è stato tracciato il numero sei, il numero di Shango, la potente divinità del fuoco e della vendetta. L’orisha più temibile a cui, così racconta la leggenda, una donna dallo sguardo tranquillo e distaccato ha donato un’ascia bipenne, l’arma del giustiziere che castiga i bugiardi. Elena si solleva. Qui ha finito. L’omicidio non le interessa già più, non ha più nulla da dirle. Le cose che ha inquadrato, i dettagli acquisiti, quelli che arriveranno dall’autopsia sono già fuori dalla sua area di interesse. Resta solo un messaggio chiaro, semplice. Una sensazione di accordo interiore la raggiunge, è ancora debole ma le si affaccia dentro, pretende considerazione. La possibilità di intravedere una forma coerente nella catastrofe, è questo quello che ha cercato nella stanza, una singola unità asportabile dal tutto infernale, un elemento da cui partire per fare ordine. Esce dalla stanza senza salutare. Ha fretta di restare da sola, di liberare il campo visivo dai dettagli inutili. Quello che le interessa è fuori campo, quello che le interessa non è mai stato inquadrato. Dietro la porta chiusa la serie di colpi fendenti replica all’infinito una sola domanda: dove sono i bambini?

2

Aeroporto di Fiumicino, ore 9:27

Imprevedibile

L’attesa, per Veronica Mazzoni è una tortura. Con la sua camicetta di seta rosa pallido, la gonna appena sopra al ginocchio, le scarpe di vernice dal tacco appena accennato, i capelli chiari e lisci raccolti sulla nuca, si sente pronta, in ordine. Controlla il suo viso in uno specchietto che ha appena tirato fuori dalla borsa minuscola. Vede una donna vicina ai quarant’anni, ancora bella, truccata in modo leggero, con una nuova dolcezza nello sguardo, una donna elegante che sta per diventare madre. Oggi è il giorno. Il cinturino in pelle pregiata dell’orologio le friziona la pelle del polso, Veronica lo gira e rigira, come a voler limare le resistenze delle ossa del braccio e così pagare qualcosa affinché il tempo sia più clemente, acceleri solo per lei, esaudisca subito l’attesa, la premi. Veronica vorrebbe raggiungere subito l’uscita del terminal, avvicinarsi il più possibile, vorrebbe stare appoggiata ai divisori di metallo lucente proprio come fanno parenti e amici arrivati in aeroporto per accogliere i loro cari, vorrebbe mostrare subito sincera felicità per il viaggiatore lontano che adesso torna a casa, ma sarebbe qualcosa di più, perché il viaggiatore sta per diventare un pezzo della sua vita, anzi ha cominciato ad esserlo già da moto tempo. Veronica è impaziente, desidera ricongiungersi con quella parte di sé che sa esistere e che non ha ancora potuto mettere alla prova. Ma le porte sono spietate, restano chiuse, la ignorano. Veronica non si arrende, continua a volerle controllare, tenta di scardinarle con uno sguardo carico di preghiere silenziose. Non sa se qualcuno le ascolta, non può avere la certezza che per qualcuno siano udibili, forse le porte non si apriranno mai, non per lei. Certo è che ora è la sola a pregare. Suo marito l’ha accompagnata ma sembra non essere lì con lei. Gianni Carta non è un uomo da silenzi, le preghiere poi ama riceverle. Rimane poco distante da Veronica, con il plico di documenti in una mano, a conversare con Mirko, l’autista calabrese del ministero, in mezzo ai vari comitati d’accoglienza per i passeggeri del volo da Luanda. Incurante di tutto, non sembra attendere nulla, le sorride come sempre, con lo sguardo perso da qualche parte sopra la sua testa, con gli occhi sfuggenti, occhi spalancati su problemi vasti, disposizioni complesse, dettagli organizzativi nei quali lei e la sua attesa sono escluse. Non si è rasato, considera Veronica, lanciando un’occhiata rancorosa nella sua direzione. Poco mancava che il grande avvocato Carta scendesse in tuta, proprio oggi che tutto dovrebbe essere perfetto, a cominciare dal loro aspetto. Perché questo è un momento importante, è il momento delle presentazioni, un attimo fatale, il momento in cui ci sarà il primo contatto. Questo sembra averlo capito solo Mirko, che ha indossato la cravatta che lei stessa gli ha regalato mesi fa, la cravatta da usare per una buona occasione, e il completo grigio degli appuntamenti importanti, con le scarpe lucide a completare la divisa del moderno pretoriano pronto ad accogliere l’erede al trono.

Veronica avverte un leggero movimento nell’aria, l’elettricità dell’incontro imminente la raggiunge un istante prima che le porte del terminal si aprano, prima ancora di udire i cellulari squillare e le voci rispondere nella loro lingua straniera che, senza una ragione, ora ha il potere di commuoverla. Tutto ha il potere di commuoverla da un po’ di tempo a questa parte. L’aereo è atterrato, manca poco. A tentoni escono i primi passeggeri. Un giovane di colore con lunghi rasta striati di bianco, un cappello con i colori della Giamaica e la sua valigia rappezzata corrono verso una ragazza che tiene per mano due bambini, un maschio e una femmina, dalla pelle appena più scura. Un gruppo di nubiani in completo blu vengono accolti dall’addetto di un prestigioso albergo romano. Delle donne nere incredibilmente sovrappeso trascinano via enormi valigie quasi senza sforzo, con il volto lieto, parlano e ridono, il loro chiacchiericcio felice somiglia a una canzone che Veronica sente risuonare dentro di sé. Ogni volta che le porte automatiche si aprono Veronica aguzza lo sguardo, inquieta. Ha vissuto e rivissuto questo momento nei minimi dettagli. Sa come deve andare, vuole che non ci siano deviazioni dal copione che ha in testa. La lunga attesa l’ha prostrata, desidera solo che finisca, ora. I suoi occhi devono incontrare quelli della sua bambina, i suoi occhi pieni di gioia e amore sono la prima cosa che Rita deve trovare ad accoglierla in Italia. La loro nuova vita insieme, adesso: è questo quello che conta. E lei è pronta, vuole essere vista, essere riconosciuta, per sempre, con la forza di un nuovo imprinting materno che cancelli la vita passata di Rita, quella di un’orfana sfortunata nata in un paese infelice. La aspetta, la cerca senza trovarla nel volto di bambini e bambine, tra le varie sfumature di pelle scura che escono dal terminal, mano nella mano ai genitori dai volti stanchi. Ma tra di loro non c’è la sua bambina, nessuno di loro è Rita. L’attesa prosegue. Veronica immagina di vedere Rita accompagnata da una hostess gentile, o da un’addetta dell’ufficio adozioni. Attende, immagina, ma tutto tarda a realizzarsi, e lei sente questa attesa premerle dentro come una lama, qualcosa di affilato che la strazia. Il flusso di uscite dal terminal si arresta, la cerimonia di saluti e abbracci si interrompe, riprende ancora per poco fino a spegnersi lentamente. Veronica sente che la sua attesa è finita. Sa che è finita. Non c’è più nulla da attendere. I minuti passano e le porte rimangono chiuse, sono rimasti soli. Veronica si volta verso il marito.

“Cosa è successo?”, chiede.

Non si aspetta che lui conosca la ragione di questa attesa che sembra prolungarsi all’infinito, come la sua speranza e la sua delusione, ma deve chiedere a qualcuno di intervenire, di risolvere. Quando lui si decide a risponderle, Veronica è costretta ad ascoltare le solite frasi a cui è abituata, a cui non crede, ad accettare il solito modo sbadato e banale che ha lui di consolarla, di mettere insieme una frase dietro l’altra senza curarsi del loro effetto su di lei. Ma ora, come non mai, quelle frasi non le bastano. Anche Mirko è nervoso, risponde al richiamo silenzioso dello sguardo di Veronica controllando ancora una volta l’orologio e si dirige spedito verso le porte del terminal. Bussa deciso mentre mostra un tesserino alla telecamera. Dalle porte aperte emergono due agenti della Guardia di Finanza a cui Mirko spiega la situazione, indicando Veronica, bloccata in un contegno assoluto, l’atteggiamento inappuntabile e calmo che ha sempre tenuto nella vita, forse l’unica cosa che ora può tenerla in piedi, ora che vorrebbe urlare, parlare con la sua voce segreta, quella che ha scoperto da poco, la voce con cui ha desiderato raccontare una favola, la voce che ora non fa che balbettare il suo stupore e la sua paura. Sotto il suo sguardo terrorizzato uno dei due finanzieri fa una breve telefonata, breve ma non abbastanza breve da poterle far pensare a uno stupido errore, una cosa risolvibile in una frazione di secondo, niente più che un malinteso, risolto il quale potranno andarsene subito da lì, voltare le spalle a questo momento di incertezza, prendere l’uscita tenendo per mano la bambina per il resto delle loro vite. Mirko, invece, le fa cenno di avvicinarsi. Senza avere la forza di opporsi, come giunta alla fine di un sogno spaventoso di cui già si conosce il finale, Veronica lo segue nell’area riservata. Il volo è chiuso, tutti i passeggeri sono sbarcati. Rita non c’è.

3

La donna elettronica

Roma, Ministero degli Affari Esteri ore 06:58

Ci sono due verità che non vanno svelate. La prima è che i confini non esistono. La seconda è che gli uomini non nascono uguali. La Storia insegna che queste due verità vanno dimenticate, nascoste, protette: evocano mostri, spalancano le porte dell’inferno sulla terra. Arianna Rota si considera una guardiana. Il palazzo della Direzione per la sicurezza del Ministero per gli Affari Esteri rimarrebbe ancora per un po’ silenzioso senza di lei e i suoi tacchi. Un passo inconfondibile, che dice disciplina e racconta ordine interiore, una velocità di alta efficienza cardiaca. Il corridoio dei pavimenti tirati a lucido trattiene le ombre del passaggio delle api operaie notturne, gli uomini della manutenzione, le donne delle pulizie. Arianna è contenta di non doverle vedere all’opera, è contenta che non intralcino il suo passaggio. La loro notte è qualcosa che non le interessa percepire: sono due mondi distinti, due specie che non devono incontrarsi. Arianna è un altro tipo di animale, anche se adesso, non deve mentire a sé stessa, è su un protocollo che non conosce: quello della caduta. Si sta reggendo a storie sentite altrove, come quelle che, ad esempio, le suggerisco di essere la prima ad arrivare e l’ultima ad andarsene.

Arianna poggia delicatamente la valigetta di sicurezza sulla scrivania più per rispetto alla funzione che altro: trasportare documenti non meno importanti del segretissimo di stato, che per il reale contenuto. L’ufficio ad angolo, il piano alto, la vista sul grande parco curato, la possibilità di lavorare circondati da pannelli finestra in vetro speciale antiriflesso e antisfondamento rivestiti da un’invisibile pellicola a prova d’intercettazioni laser: tutti segni di prestigio ai quali Arianna versa il suo tributo di disciplina. Le apparenze, considera, sono salve, almeno per ora. Ha ventinove anni, la sua educazione è stata programmata al determinismo, al successo. Classi composte da figli di diplomatici e funzionari delle più alte istituzioni transnazionali, una delle Cinque Regine della Georgetown University, le giuste compagnie e frequentazioni, lectio a Glasgow a 23 anni, la forza della tradizione della sua famiglia, le lingue della burocrazia diplomatica da centinaia di anni insegnatele già alla prima parola e prima che camminasse da sola: tutto ha contribuito ad allevarla per l’élite del mondo. Nessuno deve essere certo che la valigia di sicurezza sia in realtà vuota.

Si trattiene alla finestra con la vista sul prato. I giardinieri sono in ritardo, dovrebbero già aver finito e sparire. La differenza tra un sistema che funziona e uno al collasso, di cui nessuno ormai si interessa perché superato, inadatto ai tempi, sono pochi centimetri di erba in più. Il prato che circonda il cubo di vetro è enorme, la terra non è stata coltivata e curata solo per allietare lo sguardo, un tempo la terra lasciata infruttifera era l’unico chiaro e indiscutibile segno di potere. Il palazzo è costruito secondo l’idea di trasparenza: dall’esterno tutti possono vedere quello che succede all’interno delle stanze del potere. Un’idea tedesca, allo stesso modo hanno ricostruito il Reichstag. Eppure Arianna sa che tutto questo non importa. Questo ufficio, il palazzo, la sua carica al ministero non conta niente. È una gabbia di cristallo, un esilio apparentemente dorato. Le cose succedono nelle sale di crisi sotterranee, nelle suite d’albergo in interi piani riservati a Mario Rossi, pagate con carte di credito illimitate, anonimizzate, accadono alle feste in locali aperti per l’occasione, dove l’intero impianto elettrico viene smontato e rimontato per paura delle intercettazioni. Dappertutto ma non qui, dove è lei.

Qualcuno si muove dietro la porta chiusa. Arianna avverte una presenza, l’indecisione di un impercettibile cambiamento nelle molecole dell’aria, qualcosa che precede il suono prodotto da qualcuno che sta per bussare alla porta. Risponde, senza interesse, senza indecisione: avanti.

Il volto di Carlo Rossari è una sorpresa per lei e il suo talento per i nomi e gli schemi. Rossari si è adeguato velocemente – almeno nella divisa: completo blu e nessuna cravatta con più di un colore – all’ecosistema diplomatico. Segretario particolare del ministro, tiene al sorriso, alla presenza nei corridoi. Vuole imparare, ma il gergo della diplomazia gli è oscuro. È un piazzista di successo in un completo nuovo, prova a far dimenticare che presto, al massimo tra qualche anno, di lui non resterà traccia come tutti i passeggeri di nomina politica. Di solito porta rogne, considera Arianna, di solito non bussa. Quelli della sua schiatta vanno e vengono. Non conosceranno mai il cerimoniale dietro le cerimonie.

“Funzionario Rota, speravo di trovarla qui” esordisce con un sorriso orgoglioso di una nuova pulizia dei denti.

È una bestia che soffre alla luce e al buio, considera Arianna. Ha scalato fino ad arrivare al fianco del ministro e poi qui, nel suo ufficio. Arianna apprezza come Rossari provi a non guardarle il seno e le gambe, un’attitudine disciplinata del comportamento che lei riconosce solo ai maschi pericolosi e infidi. Deve essere gentile, pensa, e lo è.

“Prego, dottore, si accomodi.” È mattiniero, piccoli occhi incastrati nel viso pallido, barba in ricrescita, capelli radi sul capo lucido, una peluria bianca in ritirata totale. Ha lavorato tutta la notte, pensa Arianna. E adesso è qui. Segue i motivazionali appresi dalle serie tv.

“Abbiamo un problema, funzionario Rota” dice Rossari rimanendo in piedi.

“Qui risolviamo problemi, dottore. Mi chiami pure Arianna” risponde lei, mentre il cervello nello stomaco si ribella a quella concessione di confidenza irrituale. Rossari le porge una cartella gialla e il colore comunica ad Arianna Rota che il dossier, non è un prodotto interno e non viene da un ufficio degli affari esteri. Lo apre: è una rogna. Una foto in bianco e nero di una bambina di colore, sorride, il piccolo dito sul labbro, mentre una suora la tiene per mano. Sono ferme di fronte a un patio.

“Dorme poco, si sveglia presto, Arianna.” scherza Rossari.

Arianna vorrebbe rispondergli che è un fatto ancestrale. Per milioni di anni i mammiferi sono stati costretti a vivere principalmente di notte, il sole esclusivo appannaggio dei rettili dominanti, ma evita, non vuole donargli l’immagine del rettile. “Vuole cominciare il debriefing, dottore?” domanda a Rossari, richiudendo la cartellina e abbandonandosi alla poltrona. Lo analizza, sogghigna appena, non il contrario.

“Rita Suaces, età stimata sei anni. Nazionalità angolana. Suaces, mi sono informato, è il cognome per le bambine abbandonate di campagna.”

“E questo è un problema che riguarda la sicurezza politica perché…”

“La bambina è stata adottata da una coppia italiana: Veronica Mazzoni e Gianni Carta. Forse li conosce… No? Comunque: ieri la bambina sarebbe dovuta arrivare a Roma.”

“Quindi questa, Rita Suaces non è neanche cittadina italiana.”

“No ma è già oltre la zona grigia.”

“E dovrei conoscere i genitori.”

Rossari annuisce.

“E tu Carlo sei qui.”

“Esattamente. La bambina è scomparsa. Imbarco regolare, conta sull’aereo dei passeggeri corretta prima dell’autorizzazione al decollo. L’aereo ha fatto scalo ad Addis ma solo tecnico, nessuna scaletta, nessuna movimentazione di passeggeri” ripete a memoria. La sua voce ma ha lavorato con un interno forse.

Arianna scuote la testa, il braccialetto rituale pang tu che ha al polso subisce un attacco da parte delle sue unghie curate. C’è uno staff che ha lavorato di notte per questo, considera.

“Ma io non mi occupo di adozioni. E questo ufficio non si occupa neanche di sparizioni.”

“Eppure io sono qua, funzionario Rota, lo hai detto.”

“Questo è lavoro per l’Interpol, per la polizia angolana. Per chi si occupa di adozioni internazionali.”

“A noi non è richiesto alcun lavoro di polizia. Noi dobbiamo far vedere che lavoriamo, dobbiamo produrre un dossier diligente.”

“Noi non facciamo questo lavoro, Carlo.”

“… rintracciare l’inghippo, fare le domande giuste con il tono giusto.”

“E queste domande dovrei farle io? Sono un funzionario diplomatico di livello uno, Carlo.”

“Questo il Ministro lo sa. Non sono arrivato qui per caso. Mi sono informato sui problemi che hai avuto ma questo non cambia nulla. Tu, Arianna, mi sei stata indicata per risolvere questa spinosa faccenda. Veronica Mazzoni è importante, il Ministro tiene a lei. Il ministro vuole sulla questione un funzionario di assoluto prestigio, il migliore della scuderia. La migliore.”

Dalla gabbia alle spalle al muro, dalle spalle al muro a una trappola. Ha un talento per le date. L’anno scorso Arianna era a Taiwan, in rappresentanza del governo per la vendita di fregate da guerra. Lei e miliardi di dollari, lei in una macchina politica contro la potenza del nuovo millennio. Ora questo. Per Arianna questo è il segno definitivo che è caduta in basso nella piramide della vita, una posizione di stallo invece che una di dominio. È una rogna, pensa. Il ministro o chi per lui ha spacciato il suo cognome e il suo cursus honorum per togliersi da chissà quali fastidi.

“È un lavoro per l’Interpol.”

“Quelli sono già sul caso. Può diventare un problema politico? Sei della sicurezza politica. E hai pieni poteri da adesso.”

“Il Ministro è a suo agio con un’altra bambina nera portata in Italia? Ci sono complessità narrative che non posso controllare”, dice e quasi non crede di averlo pensato e detto nello stesso attimo. Pure la sua lingua addestrata la sta tradendo.

“Ci sono casi e casi, Arianna. Non siamo tutti uguali a questo mondo. Questa bambina nera merita la tua attenzione. Attenzione discreta, estrai informazioni dall’ambiente.”

Arianna cerca una posizione comoda sulla scrivania, lui la sta citando, quella sull’ambiente è sua.

“Ti racconto una storia, permettimi, senti come suona, Carlo: siamo in Inghilterra, un padre denuncia la scomparsa di suo figlio, un nome a caso, dico Adam. Ora il padre va dalla polizia e racconta che la madre, una donna con cui ha avuto una relazione di una notte, gli vieta di vedere suo figlio. La polizia indaga, non c’è un certificato di nascita, non c’è niente. C’è soltanto una foto del bambino insieme alla madre. La polizia indaga per mesi, la madre nega assolutamente di aver avuto un figlio. L’uomo sta per perdere la testa. Scrive ai deputati, alle associazioni per la tutela dei diritti dei padri, a tutti i giornali. Va in televisione a piangere. Sai cosa si scopre? Il bambino nella foto era dei vicini. Il padre non è un padre, non ha alcuna discendenza, i nonni non sono nonni. L’uomo ha soltanto pagato il mantenimento per anni per un bambino che non esiste. Ora, siccome questo mondo è strano voglio chiederti una cosa: questa Rita esiste? Poi un’altra questione: come fa una bambina a sparire da un aereo di linea in volo?”

Rossari estrae dalla giacca una busta e la poggia sulla scrivania.

“Sembra un incarico emozionante. Meglio di stare qui in ufficio, non credi? In ogni caso- aggiunge – è un’occasione per te.”

L’uomo esce dalla stanza, Arianna vede allontanarsi le sue scarpe marroni inaccettabili, ma il suo profumo, che lei trova terrificante, è ancora nella stanza: l’ultimo assalto di una giornata che non è ancora cominciata ed è già pessima. Apre la busta. All’interno il suo passaporto dalla copertina blu diplomatico, il numero personale di Rossari presso la Presidenza del Consiglio e una American Express del ministero. I segni del potere che ha perso e che adesso, maledizione, in modo nuovo e infimo, le vengono restituiti.

Un’orfana di colore sparita da un aereo. Cristo, si trova ancora a gridare dentro.

4

L’indagine è impossibile

Roma, ore 9:27

Elena Loi fatica a concentrarsi, mentre ascolta il resoconto dei passi fatti da Veronica Mazzoni e dall’avvocato Carta per arrivare al giorno in cui hanno atteso inutilmente Rita all’aeroporto. Sono anni di burocrazia e speranze riassunti in un racconto impreciso, poche parole strappate ai singhiozzi, minuti pieni di un dolore che non la intenerisce. Pensa al rigore delle rose che l’hanno accolta all’entrata della villa in cui vivono i due mancati genitori, alla disposizione dei fiori nel giardino di casa, alle siepi scolpite, al gusto discreto della mobilia da giardino. Ha desiderato sedere all’ombra di quel giardino curato per alcuni istanti, riposare sotto le foglie, godere dell’ordine e della pulizia di quella casa, camminare lentamente, per una volta, senza dover prestare caso alle impronte di passi sulla via di accesso, senza cercare vetri infranti, o registrare le tracce del passaggio della violenza nella vita di sconosciuti dei quali è ormai stanca di prendersi cura. I carnefici sono feccia, pensa, ma a volte anche le vittime lo sono. Incolpevoli, forse, non è detto, ma anche loro infetti, scarti della storia del crimine, pezzi da ripulire come tutto il resto, lavoro, fatica che spetta a lei, a lei soltanto. Volti da incasellare, resoconti di fatti, a volte ingannevoli, rumore, un sibilo sinistro nella sua vita che non cessa mai di parlarle. Veronica Mazzoni siede accanto al marito senza però toccarlo con il corpo, senza che lui la tocchi. Nessuna stretta di mani, nessun abbraccio tra loro. La donna, il volto segnato da una notte di pianto, registra Elena, è sola in questo momento, è da qualche parte con la mente, cerca la bambina: Rita, si chiama Rita, ripete un paio di volte, come per restituirle un corpo, un’identità a cui nessuno nella stanza sembra credere.

“È stato tutto molto veloce, abbiamo dato la nostra disponibilità e dopo l’indagine ci hanno fatto sapere dove vivevano i bambini.”

Elena ha già raccolto le informazioni che poteva: lei un dirigente della Banca d’Italia. Una liberal, laurea in scienze statistiche per poi salire ancora, senza sosta. Lei nella cerchia giusta, lei che i prossimi ministri dell’Economia vogliono in squadra. L’avvocato Carta merita più attenzione. In troppi consigli d’amministrazione, un legale di tutti quelli che hanno i soldi in città ovvero in Italia. Non sono tipi umani che cadono, considera Elena.

La voce di Veronica si alza di tono, si arresta di colpo, apre a una pausa di commozione che nessuno raccoglie, non il marito della donna, che ascolta la moglie parlare tenendo gli occhi bassi e le mani composte sulle ginocchia, non Elena, che non aggiunge rassicurazioni o domande. Elena sa esattamente dove si trova ora Veronica con la mente. Sa che nei giorni prima dell’arrivo della bambina i suoi pensieri sono stati catturati dalle immagini di un paese straniero disordinato, sporco e pericoloso. Rita sola, in mezzo a una scarpata piena di rifiuti, sola, così inerme ed esposta per le strade lambite dalle baracche, tra gli uomini armati. I rifiuti, le baracche, la fame e la sporcizia: da tutto questo lei si è compiaciuta di aver strappato Rita. La donna è lì con la bambina, pensa Elena. Ci sta parlando ma è con Rita.

Le sembra di vederla rincorrere con il pensiero. Immaginare Rita immobile in uno dei cortili dei palazzi di Luanda, ferma davanti a un albero tropicale di quelli che si vedono negli opuscoli confezionati dagli enti di cooperazione internazionale. La bimba indossa un vestito colorato, ha i capelli in ordine, agghindati con cura, stretti sulla nuca, e ora, ferma davanti a un imponente Baobab attende la sua mamma italiana. Dopo una lunga attesa la bimba si avventura nella foresta, in mezzo ai fiori, mentre i suoi occhi splendidi, come sono splendidi i suoi occhi, deve aver pensato Veronica guardando una delle foto che le hanno inviato, sembrano sorreggere il cielo attraversato da nubi color petrolio. La bambina è sola. Forse ora ha raggiunto la città e vaga senza protezione tra i cantieri dei grattacieli coperti dai teloni di plastica, in mezzo alle gru altissime, tra gli ambulanti, nella moltitudine di piccoli soli storditi dalla droga e dalla povertà. Elena Loi ha una chiara percezione delle immagini che accompagnano lo sgomento di Veronica per la scomparsa della figlia adottiva. Sono inquietudini di seconda mano, inzuppate di retorica occidentale, allarmi etici da lancio pubblicitario, montaggi emozionali a basso costo con dettagli di volti sovraesposti alla luce, corpi scheletrici e manine tese verso l’altro, che li guarda da dietro uno schermo e che in nome di quei volti, di quelle mani e di quei copi indifesi, è invitato a fare una donazione.

“Mi prometta che la ritroverà” dice Veronica con un filo di voce.

Non è tempo di fare promesse, non è il mondo per farle, Elena non ha altro da dare se non la sua attenzione, la sua affidabilità nel raccogliere dettagli utili al caso, ma anche quella oggi, sembra non essere solida, forse perché nulla di quanto le sta dicendo la donna sembra avere peso.

“Abbiamo fatto le cose per bene, senza accelerare.” dice la donna. “Abbiamo seguito lo stesso percorso degli altri” interviene l’uomo.

Elena non ha intenzione di commentare. Le rose in giardino, la piscina per i piccoli, una casa, una bambina e due genitori. Tutta la retorica della famiglia a cui si aggrappa la donna non la commuove, non le interessa. Rita, si chiama Rita, ha detto subito quando Elena le ha domandato di parlargli della bambina. Si chiama Rita: è mia figlia. Veronica, immagina Elena, l’ha presa tra le braccia in sogno così tante volte che è convinta che, incontrandola, la bambina potrebbe riconoscerla. In sogno hanno attraversato insieme il giardino con le rose e l’erba tagliata da poco. Veronica l’ha portata in casa, le ha fatto il bagno e l’ha vestita per bene, l’ha fatta sua figlia nella mente, l’ha resa simile a loro. Rita che ha confezionato per loro un lavoretto, un disegno, una collana di pasta di sale, nel cortile della missione, ha sorriso imbarazzata nelle foto che le hanno spedito dall’istituto. Sono stati una famiglia nello spazio di una notte e ora è già tutto finito. Tutto è già avvenuto nella sua mente, Rita ha preso un volo per raggiungerla e poi Veronica l’ha portata nella stanza che le ha preparato, l’ha vista prendere possesso della sua nuova vita, entrarci dentro con naturalezza, come avesse sempre saputo che quello era il suo posto, ma Rita è scomparsa, senza neanche sapere quanto è amata. E ora Veronica non sa bene dove collocarla. Un cambio di scena improvviso, in un posto fuori dal dominio della sua immaginazione, un crepaccio di luce bianca ha inghiottito la bambina. Rita non è più a vista, raggiungibile con il pensiero, non è più dove Veronica credeva che fosse, il posto da cui lei l’ha salvata, ma non è neanche con loro. E questo le è intollerabile.

“Non importa a nessuno. Questo è quello che sanno fare” dice Veronica, agitando la copia di un quotidiano aperta nel mezzo, sulla pagina di cronaca nera su cui spicca la foto della bambina. La bambina nella foto sorride. Le vittime sorridono sempre, pensa Elena.

“Capisce capitano? Hanno preso una foto qualunque. Questa non è Rita!” grida Veronica.

Prende il giornale dalle mani della donna, guarda la foto giusto il tempo per dare alla donna l’impressione di una reazione, poi lo mette via. Una volta avrebbe fissato a lungo quel volto quieto, imprigionato nella foto. Un tempo si sarebbe soffermata sul volto della vittima che sorride e lì oltre i limiti dell’immagine, avrebbe trovato la forza di cambiare il corso della storia, deviandolo verso la vendetta. Un tempo avrebbe coltivato il desiderio di pareggiare i conti. Questo le interessava, un tempo: ristabilire l’equilibrio, liquidare le vittime, ottenere il giusto risarcimento, calcolato al dettaglio, conteggiando bene il loro credito, calcolato al millesimo, senza sconti, che sarebbe stato versato in un’unica soluzione. L’unità di misura è il sangue, pensa, l’unità delle parti che costituiscono il debito sono occhi, denti, ossa. Sono le braccia spezzate, le gole recise, sono le zone in cui il corpo è stato lacerato e, questo difficile da determinare con esattezza, dove l’umiliazione ha fatto il suo lavoro. Questo avrebbe onorato quel sorriso sul volto delle vittime, pensava, avrebbe dato un senso concreto a quei reperti di vendetta, certificati che esigevano la riscossione di un debito. Ma ora Elena sa che certi debiti non possono essere saldati. Ora non ha tempo per questo. Il corso della storia non corre più, per lei, verso una fantasia di riscatto, si tratta solo di limitare i danni. Per questo bisogna correre.

“Lì da dove viene la maggior parte della gente vive con meno di due dollari al giorno, lo sa?” chiede Veronica. “È un paese invivibile, infestato alle mine, dove si muore ogni giorno. I bambini che restano lì non hanno nessuna speranza. La maggior parte di loro muore prima dei cinque anni. Rita ha diritto a una vita migliore.”

Elena ha smesso di ascoltarla. Il sorriso della vittima è solo un’impronta di innocenza, pensa. L’impronta di qualcosa che è stato perso per sempre: non esiste riparazione possibile.

“Perché non era con la bambina? Perché non è rimasta con lei per portarla in Italia?” domanda, interrompendo il monologo di Veronica.

La donna sembra sfinita. Ha i capelli in disordine, ogni cosa è sgualcita, la camicetta cipria che indossa sopra i pantaloni neri è sformata, forse Veronica si è addormentata vestita, mentre aspettava che arrivasse qualcuno con cui poter parlare. È così che è una donna che attende accanto al telefono, tutta la notte e tutto il giorno. Ha tenuto in serbo le lacrime per quando si fosse presentato qualcuno e ora quel qualcuno è una donna in divisa che la guarda appena negli occhi, che non dice nulla neanche davanti alla foto della bambina e che ora le sta dando la responsabilità di quanto è accaduto.

“La procedura è chiara” insiste Elena. “Avreste dovuto incontrare Rita nel suo paese e, una volta ottenuta l’autorizzazione, tornare insieme in Italia per trascorrere il periodo di affidamento preadottivo. Come mai la bambina viaggiava sola?”

Elena sente passare una corrente di ostilità e disperazione tra lei e la donna, che vuole essere confortata, che ora vuole solo sentirsi dire che la bambina arriverà a casa.

Solo adesso Gianni Carta sembra interessarsi alla conversazione, la sua mano stringe quella della moglie.

“Non potevamo rischiare un infezione.”, risponde Carta. “Il virus Zika. È arrivato anche lì. Non potevamo permettere che contagiasse il bambino. Veronica e io stiamo ancora cercano di avere un figlio nostro.”

Veronica si libera dalla stretta del marito. “Rita è nostra figlia” dice. “Stiamo tentando di darle un fratello o una sorella.”

Elena la vede sprofondare di colpo in un inferno di proiezioni di debolezze simmetriche e parestesie che non bastano a cancellare il suo senso di colpa. Un bambino che non è ancora nato ha comunque più valore di una che è esiste già? Gianni Carta si alza per congedare Elena.

“Basta così.” dice “Non siamo noi ad essere sotto accusa. Noi non abbiamo nessuna responsabilità nella scomparsa della bambina.”

Non si tratta, ora, di Rita. Si tratta di loro due, marito e moglie, e di un figlio vero, sembra dire Carta, uno reale, non il volto, una foto, un nome che si evoca a da un paese straniero. In quella casa, in questo giardino, con queste carriere, mancano solo dei bambini. Un ritratto che ha creato lei.

Elena capisce che Rita è una faccenda che in fondo non lo riguarda, non bel modo in cui ha sempre riguardato Veronica.

“Dottor Carta, dottoressa. In ogni caso c’è un piccolo equivoco. Non sono io incaricata dell’indagine su Rita. I vostri nomi sono incidentali su un’altra indagine che riguarda altri bambini spariti. Quando un bambino sparisce è necessario muoversi velocemente e allo stesso tempo non allarmare i soggetti d’interesse. Sono qui adesso perché, considerato l’evento che vi ha colpito, i vostri nomi sono saltati in cima a una lista di possibili persone informate sui fatti.”

Elena incrocia le braccia, lascia alla coppia il tempo di elaborare.

“Sono qui per chiedervi di Marco Venturi.”

Capitolo 5

Pendere

Roma, ore 11:03

Roma è sicura, valuta Arianna Rota della città che è la sua, ma che non conosce, che non ha tempo di disprezzare, che è solo il ricordo di un’abitudine dismessa, appena una tappa nel suo continuo vagare. Parcheggia vicino a un Mac Donald anche se si trova lontana ancora a 800 metri dalla destinazione indicata sul computer di bordo della Tesla. Avanza sul marciapiede affollato di viale Libia con le scarpe giuste, comode e basse, di una pelle speciale, conciata a mano con pezzi di cuoio scelti a uno a uno da una selezione di animali morti, di cui però non ricorda il nome. Sulla strada la lotta delle auto per i centimetri procede per inerzia. Arianna li sorpassa incurante, andare a piedi è stata la scelta tattica ottimale. La città è sicura come ogni città occidentale, non abbiamo mai avuto città così sicure, pensa. Ricorda che poco oltre il luogo in cui è diretta c’era, forse c’è ancora, un murales realizzato in memoria di un militante fascista, ucciso forse quaranta anni fa. Quarant’anni eppure un’altra era geologica, riflette, che non riverbera su quella che lei abita. Arianna modula il passo in funzione risparmio energetico. Vuole arrivare all’incontro composta, senza traccia di fatica e sudore, senza traccia di umanità. Solleva i lunghi capelli ramati e li lega con un fermaglio. Toglie gli occhiali da sole, getta lo sguardo davanti a sé, mette a fuoco una donna alla guida di un’auto. La supera senza accelerare il passo. Quella donna, pensa Arianna, è un’abitante, lei invece è soltanto una nomade del mondo, di un mondo che può solo essere attraversato, in cui è impossibile mettere radici. Continua a camminare. La città è inefficiente, complessa, viscosa, inadeguata al flusso di pensiero e informazioni, la città ti imbriglia e ti rallenta. Solo alcune parti delle grandi metropoli garantiscono la velocità d’esecuzione necessaria per quelle come lei. Quelli come lei, non appena possibile, a fine carriera o con inaspettati fuck off money scappano dalle città, un trasferimento che è una vera e propria fuga, dove possono rimanere immobili e scorrere, accelerare, come tutto quello che conta.

Arianna si specchia nella vetrina di una farmacia. Usa la superficie riflettente come strumento di divinazione del futuro. Vede la sua immagine originare nello specchio un riflesso orientato all’esterno, un atteggiamento del corpo, un movimento del pensiero, che è una danza competitiva, una calcolata performance, qualcosa che aspetta solo di essere letta. Qualcosa della realtà che vuole comunicare, come gli altri devono vederla. Una fugace approssimativa anticipazione del futuro: Homo Deus, un essere umano ristrutturato, potenziato. La bellezza personificata in abilità fisiche avanzate e attitudini mentali aggiornate a una velocità vertiginosa. Il prodotto di una nuova rivoluzione cognitiva che pretende dall’uomo il testa a testa con gli algoritmi. Si vede dimagrita ma non è vero. Ha ventinove anni, milioni di chilometri alle spalle che non le hanno lasciato addosso nessuna traccia, neanche un accenno di stanchezza. L’umido all’esterno è qualcosa che riguarda gli altri, gli anziani che trascinano per la strada sacchetti della spesa e carrelli ricolmi, che le fanno immaginare ci sia un mercato vicino. Ci saranno presto umani che non avranno vissuto un solo giorno fuori da un ambiente condizionato, ci arriveremo, pensa Arianna, salutando la sua immagine riflessa, una fuggevole conversazione con altri ai quali non concederà mai dignità di interlocutori, eternata nella vetrina di un negozio nel quale non metterà mai piede.

Il palazzo con l’ufficio di Venturi è di fronte a una chiesa, lo riconosce prima di poter confermare l’idea controllando il numero civico. È già stata in quel palazzo o in uno molto simile e quella stessa zona, da giovanissima. La pausa studio, con un giovane studente che le era sembrato simpatico, bello, che non avrebbe più rivisto. A Roma tornava di rado. Controlla il numero civico sul telefono, scorre velocemente una notifica appena arrivata sul telefono. Un’allerta, tsunami, in arrivo. Arianna lo sa circa 10 minuti prima di un abitante del Giappone del nord orientale. Un uomo alto, con indosso un trench chiaro e i tratti medio orientali, tratti ingannevoli, pelle bianca e capelli appena meno rossi dei suoi, le risolve il problema di suonare il campanello e la lascia entrare mantenendole il portone aperto.

Un messaggio sulla chat riservata, è Rossari: – novità? Come procede il caso della piccola Rita?-

Rossari le sta addosso, vorrebbe starmi addosso, si trattiene dal dire Arianna, e fa come può, riflette. “Piccola Rita” scrive il bastardo. Pensa: tutti vogliono manipolare. Rossari la vuole madre.

L’ascensore sembra bloccato al piano. Risponde – Sono appena arrivata all’ufficio di Venturi, il conciliatore d’adozioni. Grazie per il supporto logistico-.

-Venturi è attenzionato- risponde all’istante Rossari.

Su per le scale, quarto piano. Potrebbe davvero essere stata qua, proprio in questo palazzo, per poche ore, uno spettro di sé, dal passato, qualcuno che quasi faticava a parlare in italiano. Cosa sono venuti a fare in un condominio per studenti universitari, in un quartiere che non sembra riqualificato, forse in attesa che si spopoli dei suoi abitanti, i genitori di Rita? Arrivata alla porta, l’unica senza una targhetta, il legno vecchio, incisioni che potrebbero essere casuali, del tempo, dell’uso, dei danni oppure codici di ladri d’appartamento oriundi, segnali a una cabala di predatori, Arianna scioglie il collo. Si riprogramma. Voce autorevole e decisa. Avere il background di questo Venturi avrebbe aiutato, ma deve solo far finta di muoversi, inserirsi, osservare. È lì per dare l’impressione che qualcosa si stia muovendo, che quella bambina sparita sia d’interesse per le alte sfere. È tutto un gioco di fantasmi questo incarico e nessuno, infatti, risponde al campanello. Apre la bocca, poggia l’orecchio sulla porta ma ancora niente. Uno spiraglio, della corrente d’aria fresca. Poggia le dita sul legno, l’impronta conferma che la porta è aperta.

“Dottor Venturi, sono Arianna Rota, Ministero Affari Esteri” dice al corridoio di servizio arredato con un grosso specchio antico in intarsi barocchi dozzinali, alcune sedie quasi tutte di plastica, letteralmente nessuna anima viva. Entra con il passo di un’intrusa, ma involontaria, attenta a non pestare il fragile orgoglio proprietario, di offendere con la sua invadenza un luogo che è stato lasciato forse incustodito. Un bagno di servizio con una vecchia vasca aperto è alla sua destra. Muovendo le biglie in legno del braccialetto pang, supera uno studio dove immagina una segretaria. Guarda un divano letto disfatto. Non è il braccialetto a darle coraggio, Arianna non ha paura di niente, sono solo le sue mani che, adesso, come quasi mai, cominciano a sudare. Ripete il nome di Venturi, la sua voce è una bandiera che sventola in una terra di nessuno. Ha solo paura di essere lasciata indietro, pensa. Spinge un’ultima porta a vetri, dietro appare quello che poteva aspettarsi. In quel momento si ferma, le braccia si rilassano: Venturi la guarda dall’alto, la mascella appena dislocata, un occhio chiuso da una palpebra bloccata. Non ha ancora smesso di muoversi, l’impiccato, la fisica dell’impiccagione non ha ancora esaurito tutta l’energia in un lento, piccolo, movimento ondulatorio delle gambe.

Arianna guarda indietro, verso il corridoio e la porta d’ingresso, poi torna su quel volto, di cui quasi fatica a cogliere il senso. Cazzo, questo è reale, dice. Avevo promesso di stare lontana dai morti. Estrae il telefono di servizio, compone il 113, esce dallo studio seguendo un qualche meccanismo appreso in modo automatico dalle circostanze, il riflesso di una informazione acquisita che le ordina di non camminare sulla scena del crimine. Un addetto del pronto intervento le risponde quando Arianna si volta, ancora. Velocità del pensiero. Una donna viene verso di lei, tiene qualcosa nascosto dietro la coscia destra, ha i capelli scuri, tagliati a caschetto, indossa jeans chiari, un trench grigio che sembra mimetico nell’appartamento buio. Arianna indica l’interno dello studio.

“Prego… agente” dice Arianna alla donna con la pistola in pugno “Siete stati veloci”. Troppo.

L’appartamento si popola, il conto dei morti aumenta, considera il capitano Elena Loi. Guarda la ragazza in tiro come fosse un bersaglio. Dimmi che sei un chiodo, pensa, dando uno sguardo all’impiccato.

Non sembra un omicidio ma lo schieramento è da crimine violento. “Raccontami che è un caso” dice Elena, rivolta a un tipo della scientifica che non ha mai visto o forse sì. La cura del caso è massima. L’uomo da sotto la mascherina protettiva annuisce. I morti si accumulano. Il Re dei Ratti è morto ma Elena Loi sente ancora la sua presenza. Questo Venturi si è ammazzato nel momento giusto e nel momento peggiore per lei.

Tirano giù il corpo e lo adagiano sulla sacca per cadaveri. L’esame iniziale è importante quanto l’autopsia. Non c’è molto tempo, Venturi deve dire qualcosa adesso, pensa Elena.

“Allora?” chiede al medico legale.

“Nessun segno di lotta, la cinta è del morto, non ci sono indurimenti muscolari sospetti” risponde lui. “Autopsia capitano?”, chiede perché conosce Elena e anche se l’autopsia deve essere disposta dal pubblico ministero il dottore vuole portarsi mentalmente avanti con il lavoro. Le cautele che usa, la cura nell’analisi sulla scena del crimine sono un segno di rispetto per il Capitano Loi.

“Qualcosa di divergente?” chiede Elena ma il medico, con la prudenza del professionista che non vuole inquinare il suo responso scientifico scuote ancora la testa. Un gesto che va tradotto con “no, sembra quello che è, un suicidio”.

“È morto da poco. Minuti” dice il medico, valutando microgradi di dispersione termica della vita.

Elena torna verso l’ingresso, i colleghi stanno interrogando i vicini, il maresciallo Savio l’attende sull’uscio.

“Capitano, nessun biglietto al momento” dice anticipando l’altra domanda classica, procedurale. Se c’è un biglietto, un messaggio elettronico, un maledetto segno allora la teoria del suicidio è prossima alla verità dei fatti.

“La donna?”

“Arianna Battistoni Rota, nata nel 1994, residente a Roma. Documenti validi, è un funzionario di alto livello del Ministero. Tutto confermato con la centrale Capitano.”

“Battistoni Rota” ripete Elena.

“Sì Capitano, cognome importante. Dal comando chiedono attenzione.”

Non le piace come dice attenzione, come suona. Ha già sentito quel suono ed è quello dei guanti bianchi, dei cognomi antichi. “Dov’è la nostra Battistoni Rota?

“Nell’androne Capitano, con Gazzella 11. Non ha protestato.”

Non ha protestato, non ha paura, considera Elena mentre scende le scale. “È bellissima o no, Savio?” dice mentre continua a scendere. Deve chiedere dell’ascensore. Era fuori servizio da quanto? Si guasta spesso? Si è guastato oggi? Una ragazza uccide la sua sfruttatrice, una bambina sparisce da un volo di linea, Venturi si impicca, un ascensore si guasta, una Battistoni Rota è lì con due appuntati, che la guardano, le stanno vicini ma a distanza, con un accenno di timore. Troppo bella, troppo importante per loro, ma questa è quasi l’occasione giusta, un’occasione unica per sentire l’odore dei suoi capelli, vedere quei denti perfetti, quei vestiti da boutique del centro. È per l’incontro con donne improbabili e bellissime in situazioni di stress che si sono arruolati, magari. Non lo sapevano, allora, ma lo sanno adesso, come da sempre. Le hanno già chiesto il numero di telefono? Per il rapporto, magari precisando che è solo per questo. “Potete andare.” comanda Elena “Abbiamo tutti i dati, appuntato?” Se c’è un fascino, con me non attacca, bella, riflette Elena, non attaccherà per un cazzo. Fatti guscio, mettiti sulla difensiva e divento il martello.

“Abbiamo conferma che stava chiamando il pronto intervento pochi secondi prima del mio arrivo, dottoressa Rota, Battistoni… Arianna. Possiamo presentarci meglio adesso: sono il Capitano dei Carabinieri Elena Loi.”

Arianna è qualche centimetro più alta, quei centimetri di benessere generazionale aggiuntivi. Guarda come i due carabinieri hanno obbedito agli ordini. La donna ha detto solo poche parole, parla per cenni. Deve essere una alfa nella sua organizzazione.

“Sono qui su incarico diretto del Ministro. Per me è stata una sorpresa trovare questo Venturi così, uno shock…”

Non sembra sotto shock, registra Elena.

“Sappiamo anche questo. Vuole anche dirmi di cosa doveva conferire con Venturi su incarico del Ministro?”

Arianna rimane impassibile, vorrebbe incrociare le braccia ma darebbe un segnale sbagliato. Non ha nulla da nascondere e una posizione di difesa istintiva è proprio quello che adesso, con questa donna, vuole evitare. “Venturi è il mediatore certificato per un’adozione. Rita Suaces, in adozione Mazzoni Carta, dall’Angola”, vuota il sacco, Arianna. Al minimo segno di reticenza questa ti trascina al comando.

“Sparita in transito” la interrompe Elena. “e l’interesse del Ministro è…”

“Speciale, non riservato ma speciale. Lei Capitano è qui, arrivata, forse un paio di minuti dopo di me perché…”

“Avevo appena finito un colloquio informale con i coniugi Carta e Mazzoni. Due bei tipi. Li conosce?”

Arianna scuote la testa. “È stata veloce, Capitano. Entrando in un appartamento di un civile, con una porta aperta senza segni di scasso o di violenza, è da regolamento estrarre l’arma? Mi ha spaventata, ma è stata veloce. Io apprezzo la velocità sopra ogni altra cosa, soprattutto quella d’esecuzione.”

“Lei non è un agente di polizia giudiziaria.”

“Non porto una pistola ma ho poteri d’indagine e posso richiedere assistenza a voi, Capitano.”

“Si tenga a disposizione, Funzionario Battistoni Rota”, si ferma, precisa “ci sono dei bambini scomparsi, in qualunque caso le prime 72 ore sono quelle più importanti. Se lei o il suo ufficio avete delle informazioni è importante essere altrettanto veloci nel consegnarmele.”

“Solo Rota o Arianna se non le dispiace, Capitano.” dice Arianna mentre un congegno elettronico comincia a suonare. Il Capitano estrae la radio e dice di ripetere. Un altro carabiniere scende le scale ripetendo il nome di Venturi, segnalato, da pochi minuti.

Elena e il maresciallo escono dal palazzo correndo, salgono in auto. L’Alfa sgomma, meno di dieci metri e la sirena è già accesa e strilla.

“Dove andiamo?” chiede il Capitano Loi, mentre spinge sull’acceleratore in una progressione del cambio automatico della Giulia Veloce diretta verso i cento chilometri orari.

“Studio notarile Santi Griffi, piazza SS. Apostoli.”

Arianna fuori dal palazzo li guarda, valuta la situazione, poi inizia a scrivere un messaggio sulla chat.

FINE DELLA PRIMA PARTE

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