All’armi siam scrittori

Si agitano, dicono di voler scaravoltare i banchi, ma non hanno idea di come farlo, perché a dire il vero non hanno uno straccio di idea. In questi giorni ci sono arrivati segnali convergenti da un neofondato gruppo di scrittori-editoriali-lettori, dal membro di un noto movimento cattolico radicale e dall’essere inciampati per caso nei libri di Angelo Nobile dedicati alla letteratura per l’infanzia. Questi libri propongono una lettura della fiaba funzionale a un sistema ideologico bigotto e patriarcale, fondato sulla negazione del pluralismo culturale e su un pensiero egemonico che guarda con disprezzo alle culture senza scrittura e, in Occidente, alle donne emancipate. Tali libri non meriterebbero il tempo di un vaffanculo se non fosse che su queste pagine vengono formate molte maestre e maestri di domani. Questo ci ha fatto riflettere e abbiamo capito perché, senza fare di ogni erba un fascio, ma seguendo una sottile linea nera, il gruppo di cui parliamo, il movimento radicale e questo professore d’università sono tutte varianti di un unico modus operandi che la destra più reazionaria ha di manipolare a fini ideologici il discorso culturale. Dietro una patina di decoro verbale e di ragionevolezza speculativa lo scopo non troppo sotterraneo è quello di sdoganare un preciso modello sociale, classista-gerarchico-conservatore. Non è semplice riconoscerne i tratti salienti, ma ecco alcuni indizi:

1) un’etica e un’estetica dell’argomentum ad personam;
2) toni da avanguardia rivoluzionaria ma totalmente privi di contenuti;
3) ricerca disperata di postazioni di parola da cui poter travisare la prospettiva altrui parlandone amichevolmente;
4) un elogio del femminile che esalta alcuni valori ancillari ma mai quelli della libertà e della parità;
5) una funzione autoattribuita di liberazione sociale da presunte violenze prodotte da troppa democrazia e uguaglianza;
6) un razzismo-sessismo più o meno esplicito, più o meno espresso con garbo;
7) simpatie verso singole figure dell’estrema destra dietro l’alibi che l’arte e la cultura sono super partes e bla bla bla;
8) l’appropriazione culturale di personaggi noti per imbastire una genealogia di patriarchi e camerati da cui sarebbe scaturito il loro “movimento” o la loro prospettiva ideologica;
9) astio e rancore verso chi ha una scrivania, non perché il sistema va rovesciato, come dicono, ma perché semplicemente sono stati esclusi nella spartizione della torta;
10) attacco al politically correct come giustificazione per poter infangare persone e idee nemiche;
11) risentimento, piagnisteo e senso di esclusione dal mondo delle prebende che vorrebbero garantite solo perché fanno parte del mondo del libro, del sapere, della cultura;
12) l’uso della parola rivoluzione come suonava in bocca ai piccolo-borghesi protofascisti che appoggiarono Mussolini per ritagliarsi un nuovo spazio sociale;
13) la speranza in un sistema assistenziale della cultura;
14) scrittori e scrittrici senza alcun canone, piattaforma culturale, idea creativa;
15) diretta conseguenza del punto 14, una sontuosa disinvoltura nel copia/incolla.

Queste persone non sono un rumore molesto ma una specie infestante tra le rovine che non hanno causato ma di cui certo approfittano. Bisogna tornare a un certo essenziale. A chi si dichiara creativo va chiesto “Qual è il tuo pensiero critico? La tua personale idea creativa? Quale idea di società stai immaginando e assecondando con le tue opere?”.
Da queste persone, invece, si può ottenere al massimo un debole ringhio verde. E la preparazione, piano piano, di un humus propizio a qualche nuovo totalitarismo.

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