Gli Inconsolabili

Ieri siamo stati buoni, oggi vogliamo esserlo di più.

Leggiamo i proclami degli “Imperdonabili” e le uniche immagini che arrivano sono di bisogno. Hanno bisogno di essere notati, di una scrivania, di un lavoro, di un posto adeguato a qualcosa che loro chiamano talento. Che di talento ne abbiano se lo dicono da soli, come in una seduta motivazionale a pagamento. Non avendone, hanno deciso di crearsene una. Gratis. In queste sedute che sembrano proclami, il tema è sempre lo stesso: hanno bisogno di soldi.

Anche qui davvero nulla di nuovo.

L’Internet e le bolle di scriventi e aspiranti sono pieni di sfoggio di sentimenti e richiesta di denari. Nell’Età dei Sentimenti di Yuval Noah Harari, beh, sono rimasti solo quelli da mostrare e sfoggiare, il vero travestimento per gli accattoni di quest’Opera da due soldi di certi gruppi e soggetti. Lo scrittore italiano inconsolabile o piagnone, ricco di like ma povero di vendite, si riconosce da questa mostra social piccina, dall’ostentare in pubblico quello che prova in privato, e dall’assenza assoluta di idee, temi d’interesse, competenze reali. Cultura insomma, contributo al flusso informativo, andrebbe meglio detto. Lo scrittore e la scrittrice sfortunata, non compresa, non accettata dal sistema editoriale, ha i suoi sentimenti da offrire al mercato, mercato dei sentimenti e non delle idee, proprio quello che è stato inflazionato dall’editoria italiana. Se lo scrittore soffre meglio, se è povero perché deve lavorare per vivere – immaginando un misterico distacco dal resto dell’umanità -, perché nessuno lo paga per questo? Perché nessuno lo vuole?

Abbiamo cercato un testo, di questi Inconsolabili, che parli di paradigmi, temi culturali, cavalli da battaglia, cenni d’estetica, progetti di scrittura. Invece abbiamo trovato solo pseudomanifesti del tipo “spezzeremo le reni dell’editoria”, “all’occhio, gente, che siamo affamati e pericolosi”, e altre cose che imitano la retorica giornalistica del giovane Mussolini. Imperdonabili, si dicono, – nome scelto senza pudore come senza pudore scrivono – facendoci credere che il capitombolo, il soqquadro e la fronda stanno per arrivare grazie a loro, e invece loro sono proprio quelli che in Italia mandano avanti la polizia, che preferiscono fare la spiata in questura, che la strada la vedono solo in automobile. Intanto l’unica cosa che fanno anziché scrivere romanzi, poemi, saggi, è lamentarsi del deserto essendo essi stessi un deserto culturale, dal momento che niente di quello che scrivono parla di letteratura, dello scrivere nell’Interregno, di senso della Fine. Parlano invece dei loro bisogni, anche loro, come troppi, quei troppi da cui vorrebbero distinguersi o che vorrebbero coinvolgere.

L’ennesimo carrozzone ma con ancora meno idee e capacità critica? Sì.

Una bolla di risentimento nella sua accezione più vacua? Sì.

Questi Inconsolabili a riva della partita Nave-del-successo, dei posti in redazione, degli stipendi comodi, dei premi, delle citazioni da parte dei critici, piangono e si lamentano. Si sentono abbandonati in una terra di stenti e difficoltà, senza luce, soprattutto quella della ribalta. Gridano “tornate a prenderci, non siamo tanto meno bravi di voi. Abbiamo bisogno di riflettori e di soldi, di essere considerati utili”, e poi ancora “tornate a prenderci, se ci stringiamo c’è posto per tutti nella grande Nave-del-successo”. Ma no.

Bambini trentenni, quarantenni, cinquantenni che come il più vigliacco della classe frignano e sgambettano e denunciano alla maestra mentre il mondo è cambiato: sulla Nave sono morti tutti, è il Titanic, sono morti tutti senza un’idea, perché la Nave non poteva fermarsi e i bambini che, per tirarsi su, inventano colpe gravissime per essere stati abbandonati a riva e per questo si autodefiniscono imperdonabili, invece sono solo cascati male, più bolliti del solito, hanno baciato l’anello cardinalizio editoriale sbagliato, sono rimasti a piangere a riva, e invidiano, sognano, sognano di essere lì, tra quelli a cui vogliono assomigliare – gli scrittori e le scrittrici normie di relativo successo -, sognano, gli Inconsolabili, di riportare le lancette dell’economia e del tempo perduto indietro, sognano, immaginano, parlano di immaginario ma immaginano e basta, e appunto non hanno niente della realtà.

Come l’editoriale o l’aspirante editoriale medio italiano o lo scrittorino ma più fortunato, anche l’Inconsolabile tipo, oltre che sempre in ritardo sui temi rilevanti, oltre che con talenti che nessuno davvero vuole o che nessuno -giustamente – vuole pagare, è rimasto fuori per una ragione semplicissima: creatività zero. L’incapacità creativa della classe creativa è strabiliante ma non oscura come dinamica. Premiando il mimetismo, la voglia di essere l’altro, si assomigliano tutti, vogliono solo essere come tutti, quelli che dal loro punto di vista ce l’hanno fatta. In questa gara a sembrare simili non resta che copiare. A non pochi certe somiglianze tra quello che viene scritto su questo blog e quello che cercano di scrivere questi Inconsolabili è sembrato chiaro ed evidente. Fanno proclami che provano a scimmiottare altri che chiaramente non capiscono, ma soprattutto si lamentano delle scimmiette che stanno meglio di loro.

Piangere e immaginare, ma non un cambio di paradigma estetico o tematico. Per costoro è solo la ricerca di un diverso modo di apparecchiare la tavola: ovvero NON lavorando. Un nucleo caratteristico infestante inestirpabile dell’essere italiani. Non inventano niente, hanno solo fame.

Noi lo sappiamo come funzionano certi umani. Questo pianto ha la frequenza giusta. Sperano nella paga, nella scrivania e nella divisa, nelle coccarde delle accademie di stato. Evocano rivoluzione, dicono “datemi attenzione” .

Si guardano attorno nel futuro che riescono a immaginare, questa classe creativa di incapaci sfortunati, e vedono che c’è una possibilità per loro di ottenere quello che vogliono, ovvero soldi per fare gli artisti, salotti per cui non devono pagare di tasca propria. Sperano posizioni, non di scrivere il romanzo importante, qualcosa che non faccia sfigurare di fronte alle grandi narrazioni che si producono all’estero. Perché non ne sono capaci, parlano solo di “lingua”, si parlano addosso con un editorialese criptoletterario che vuole imitare quello di critici, scrittori ed editoriali che “ce l’hanno fatta”. Che possono sperare? Che l’industria editoriale gli faccia spazio nei calendari come nelle redazioni per rispondere a un nuovo “bisogno”, uno che può essere creato solo con un evento: che alle prossime elezioni vinca Matteo Salvini.

Basta guardare da chi è frequentata, per fortuna solo in parte, questa banda di Inconsolabili. Autrici che parlano di “geni della violenza” in alcuni popoli non riconoscendo la natura essenzialmente razzista del pensiero, di autori maschilisti e misogini, di scrittori che inventano una lotta al politically correct, altra grande invenzione sintomo solo di risentimento e fallimento esistenziale e creativo.

Proprio come i rossobruni dicono: “Se volete ribellarvi ecco a voi i temi: diritti civili dei gay, integrazione degli stranieri, eutanasia, lotta ai privilegi della Chiesa, reazione al fascismo imperante. Incapaci di immaginare lotta per i diritti sociali e civili, usano la retorica di mostri della fuffa come Fusaro, copiano ancora, ma qui palesano in modo lampante a chi vogliono mandare il loro grido di aiuto. Il capitalismo italiano del resto ha il suo Rondoni ma non sembra interessato ad accogliere altre scritturine. Un nuovo bel governo leghista potrebbe essere interessato ad “accogliere” intellettuali? Forse. Certi manifesti sembrano dire “siamo qua, vogliamo ribellarci ma davvero non come vogliono quelli che ci hanno abbandonato in questa landa d’insuccesso”. Nei loro post li elencano ad personam e, guarda caso, sono molto spesso quelli che altri hanno chiamato zecche rosse, professoroni, radical chic…

Alcuni non capiscono il sottotesto, e i moventi potrebbero essere per alcuni oscuri, a volte i toni mielosamente inclusivi sanno di ragionevolezza, ma la dinamica storica per chi non si balocca di finti saperi è chiara.

Questo è un momento di crisi dei sistemi, in cui gli stressors della complessità teorica e materiale sono enormi, continui, implacabili. L’Interregno è manifesto, è nella cronaca e nel flusso informativo che conta ma da cui la letteratura italiana del romanzo borghese è dissociata e alienata. Siamo in un decennio in cui la Catastrofe della fine della pace climatica è ormai uno stato esistenziale, quotidiano, profondo ed evidente allo stesso tempo. Il fatto che questi scrittori e scrittrici parlino di stipendi per se stessi stabilisce la misura delle persone e del loro livello di comprensione del momento dell’Umanità all’inizio dell’Antropocene Manifesto. Oggi, già adesso, bisogna pensare a come vivere nella fine del mondo-che-conosciamo. Sperare nell’abbondanza di cui altri hanno goduto è futile, sciocco, immaturo. Quell’abbondanza è finita, il mondo nuovo è arrivato. Non ci sono pasti gratis, diceva qualcuno, questa in ogni caso è l’epoca in cui si pagherà il conto del passato.

Ma il supposto creativo inconsolabile/impubblicabile non lo sa, come lo scrittore e gli scrittorini normie del romanzo neoliberista contemporaneo italiano. La sensazione del presunto talento frustrato che causa risentimento, che invita a raccogliersi intorno a qualcosa senza innovazione e senza creatività, genera mostriciattoli insieme alla solita fuffetta letteraria.

Cari Inconsolabili, piantatela di parlare di immaginari nuovi. All’osservatore non sciocco quello che dite sa di già visto, specialmente in questo paese di clientes e homines novi. Fuori dal sistema-Italia voi non esistereste nemmeno.

2 pensieri riguardo “Gli Inconsolabili

  1. Ma… è una banda di frustrati e scarti mostruosa che ora vuole far credere che i propri insuccessi, derivanti dalla totale mancanza di progettualità e talento, derivino da un gomplotto!11!!
    Meglio ingnorare simili sciocchezze, specie se si vuole davvero opporre qualcosa di reale al sistema culturale vigente.

    Piace a 1 persona

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