Le parole degli ultimi

Dalla finestra non entrava che un fiotto di luce opaca. I neon rosa caldo inquadravano la forma delle cose come scene da avanspettacolo avvolte nel buio. Il corridoio centrale era un vicolo cieco, tutte le porte erano chiuse. L’atrio raccoglieva poche panche in metallo plastificato disposte lungo le pareti, d’innanzi le scale d’accesso al piano svoltavano ripide nel silenzio dei piani bassi. La notte era giunta portandosi appresso tutta la realtà. Dietro una porta, quella porta, il mistero che pulsa fra le vene, i tessuti e il cervello irrorato d’ossigeno. Solo così si sta in piedi a godersi l’andirivieni degli altri e del resto delle cose del mondo. Eppure oltre quella porta non c’erano parole e al di qua, popolato da noi, i viventi, non arrivavano notizie. Nessuna informazione. Non c’eravamo abituati, non più, da secoli, chissà veramente da quanto e di certo non nel mio mondo, no. Il mondo, per me, non era fatto che di altro. Non avevo il telefono, internet out, le televisioni spente. Solo i volti di chi era sopravvissuto erano accanto a me, solo attraverso le loro facce potevo sentire le parole. Arrivarono altri, altri esseri come noi. Vociferavano di ciò che era successo. Il panettiere, che era fuggito in fretta e furia per strada, ci disse che tutto era iniziato con l’oscurità, il nero cianotico della carne senz’aria. Il meccanico ci disse invece che lui aveva visto bene, che tutto era iniziato con un gran fragore nell’aria, poi si era fermata ogni cosa e i motori non ne avevano voluto sapere di ripartire. C’è chi dice di aver aspettato un’ora i soccorsi, chi di averli aspettati da tutta una vita. Alcuni hanno raccontato, e io solo di questo ero stato testimone, che le forze speciali, una volta arrivate, avevano subito dichiarato la fine. Altri avevano detto che in fondo potevamo ancora sperare. Solo se fossimo stati insieme ce l’avremmo fatta.

Davanti quella porta adesso tutti ci eravamo radunati, e aspettavamo, sotto i neon rosa, chi in piedi chi seduto. Ad un certo punto, non so dire quando di preciso, arrivarono anche le sacerdotesse, collane lunghe, capigliature a palla. Si misero sotto la luce principale, quella sulla soglia, e cominciarono a recitare in coro i loro versi ritmati, erano in cinque, tutte più o meno della stessa altezza. Sottovoce. Per non disturbare noi, gli scettici, i negazionisti della speranza. Dalla porta, dal di dentro della macchina della salvezza, dalle sue viscere luminescenti niente filtrava. Il buio della non-realtà. Nulla per giorni o forse mesi uscì fuori da lì. Nessuna informazione. Non so dire per quanto non sapemmo niente. Null’altro che i nostri volti, null’altro che quelle sedie scomode sotto i neon caldi e il corridoio sbarrato e quella porta chiusa. Avevamo disimparato quasi a parlare per quel silenzio del tempo incalcolabile che scorreva nell’ignoranza dei fatti e delle parole. Ogni tanto incrociavamo i nostri sguardi. Qualcuno provava a raccontare delle storie. Era l’unico modo sì, formare catene di significanti sotto il regime dell’invenzione ci pareva verosimile. Non si poteva dire altro, non conoscevamo più altre parole all’infuori di quelle ripetute nelle storie. Io sono rimasto in silenzio. Il primo, ancora il panettiere. Ci raccontò del grande buio. Poi il meccanico, preso di coraggio, ci raccontò di nuovo di quando tutto si fermò. Poi il condomino, lui sì, è stato particolarmente abile, ci raccontò del tempo, di come passava e come non ritornava più. Il fratello giunse non per ultimo ma ci provò lo stesso, iniziò il suo racconto. Ci parlò di due antiche dee della discordia che lottavano fra loro per accaparrarsi tutti i maschi con cui riprodursi. Ma ancora da quella porta non usciva altro che il silenzio. Noi al di qua della grande porta non potevamo che ascoltare qualcun’altro di noi raccontare qualcosa. Ma mai si diceva sul dove ci trovavamo, chissà da quanto tempo, mai sul buio oltre le scale, perché le parole che avevamo erano solo parole del mondo di prima. Quanto tempo era passato? Piano piano, ci parse a tutti che la porta era diventata un muro. Non avevamo parole per raccontare della porta, non potevamo parlare della porta perché nessuno aveva una storia. Divenne un muro è vero, alto, grigiastro, ma era cavo al suo interno. Scoprimmo che se stavi attento potevi sentire dei suoni provenire da lì dietro. Allora tutti a turno ci accalcammo al muro per sentire e riferire poi quello che si sentiva da lì. Ogni volta ognuno di noi riferiva una cosa diversa, sotto forma di racconto ovviamente, perché imparammo a riciclare le parole delle altre storie. Ogni racconto era diverso, ma erano tutti racconti del muro ora. Ci scordammo così di ciò che c’era dietro il muro. Infondo, quello era il motivo per il quale eravamo tutti lì, radunati come un vecchio clan in guerra. Ci dimenticammo di quella cosa che c’era lì. La macchina della salvezza, le sue viscere luminescenti e rumorose. Il muro che prima era una porta, io me la ricordavo. Continuava ad essere lì, dietro un muro di storie. I suoni da dietro il muro si facevano più forti e insistenti. L’intonaco cominciava a scrostarsi a suon di rimbombi. Più insistenti. Il calcestruzzo si sgretolò, la porta era lì, ancora, apparve. La porta si aprì. Ci guardammo tutti, in silenzio. Un uomo ricoperto da una tuta a tenuta stagna verde sbiadito uscì dalla porta portando uno specchio su un carrellino metallico che mise al centro del corridoio. Posizionò lo specchio al centro della sala, girò sui tacchi, oltrepassò la porta e se la chiuse alle spalle. Uno specchio quadrato di un metro per uno, in una cornice di legno dorato. Ci guardammo tutti fra noi. Poi, improvvisamente, fu proprio lui, il panettiere, il primo a voltarsi verso lo specchio, gli si avvicinò e gli si mise davanti. E allora tutti lo guardammo. Qualche secondo. Il panettiere aveva lo sguardo fisso. Ad un tratto, sorrise. Il neon principale sopra le nostre teste si surriscaldò, per pochi attimi, come un lampo. E se ne andò. Il panettiere scomparve. Come risucchiato dallo specchio, in un vortice nero cianotico di carne senz’aria. Mentre tutti noi eravamo mezzi accecati dal neon surriscaldato. Dopo di lui si avvicinò allo specchio il meccanico. Qualche secondo. Sorrise, il breve lampo al neon, scomparve risucchiato fra un rombo di mille motori. Così la situazione andò avanti. Così il fratello fu risucchiato da due donne urlanti dalle mani infuocate, così il condomino dalla notte dei tempi. Restai solo, alla fine. Tutti se ne andarono man mano. Attorno a me nulla era cambiato. Esitai ad avvicinarmi allo specchio. L’uomo in tuta a tenuta stagna uscì di nuovo.

Sei l’ultimo rimasto, vedo. Sei rimasto solo eppure stai esitando a vedere anche tu cosa c’è nello specchio – rimasi zitto, non sapevo cosa rispondere. Quale problema hai con le storie? Perché l’hai visto no, te ne sarai accorto, chi guarda nello specchio viene risucchiato dalle sue storie. E dove sono andati a finire tutti? Chiesi. L’uomo si esibì in un piccolo sorriso di tenerezza. Sono ancora tutti qui. Qui dove? Qui, in questo posto, dov’erano e dove continuano a essere. Ma io non vedo nessuno, obbiettai, sono rimasto solo qui. Non è proprio così, disse lui, in questo momento tu stai guardando dentro lo specchio e sei immobile come gli altri, e gli altri ti stanno guardando, in attesa che anche tu scompaia. Ma come è possibile? Io ho visto tutti, a uno a uno, avvicinarsi allo specchio, il lampo e scomparire, ognuno risucchiato come da quello che aveva raccontato. È corretto. Tu sei rimasto da solo, come lo sono rimasti gli altri. Nel senso che tutti voi siete adesso da soli con le vostre storie. Non capisco, che sta succedendo allora? State tutti aspettando, dietro la porta, che la porta si apra e che qualcuno vi dica che le storie sono storie e sono finite, che la realtà delle cose esiste ancora, quella vecchia, quella del mondo di prima, e che tutto può tornare com’era – ride.

Dalla finestra non entrava che un fiotto di luce soffusa opaca. I neon rosa caldo creavano come scene da avanspettacolo avvolte nel buio. Il corridoio centrale era un vicolo cieco, tutte le porte erano chiuse. L’atrio raccoglieva panche in metallo plastificato d’innanzi le scale d’accesso che svoltavano nel silenzio dei piani bassi. La notte era giunta portandosi appresso la realtà. Dietro una porta, quella porta, il mistero che pulsa fra le vene, i tessuti e il cervello irrorato d’ossigeno. Solo così si sta in piedi a godersi l’andirivieni degli altri, del resto, del mondo. Eppure oltre quella porta non c’erano parole e al di qua, popolato da noi, i viventi, non arrivavano notizie. Nessuna informazione. Non ci eravamo abituati. Non più, da secoli, chissà veramente da quanto. Di certo non nel mio mondo, no. Il mondo, per me, non era fatto che di altro. Solo i volti di chi era sopravvissuto erano accanto a me, solo in loro potevo trovare senso e conforto. Lui si trovava lì, dietro quella porta, la macchina della salvezza e il buio della non-realtà. Era notte e l’ospedale tutto sembrava avvolto dalla placida lena della misericordia.

Giuseppe Sorce

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