Et in Arcadia ego

La luce opaca del lucernaio decine di metri sopra i mosaici a pavimento della stazione
non rivela se sia un bel giorno. Forse è notte.
I percorsi dei passanti si incrociano incessanti senza sapere l’andare. Acanti déco e
luci glaciali incombono in solitudine. La precessione delle ere dell’uomo cristallizzata
in una giungla scurolucente inumana di rifrazioni imperiali. Ed efemere di marmo.
Pegasi dell’apocalisse. Uno zodiaco del progresso incatenato alle ore.
È la stazione centrale.
All’improvviso compare il ragazzo. Come fosse genuflesso. Il volto è reclinato verso
un dispositivo posato al centro di un quadrato di trachite annerito nel tempo.
Nessuno vede il volto. Il dispositivo, come un granello lunare, è un loto di luce lattea
che dal basso fotografa, in un’esposizione che non finisce, quella fissità. I capelli sono
cilestri, la maglia stretch dei suoi speed sock è dello stesso bianco cielo mutante. Il
logo sul tessuto delle scarpe una lettera d’oro allo specchio.
Al di sopra, immani volti mentealati imprimono attenzione verso traiettorie
impercepibili all’umano.
I volti veloci dei viandanti osservano altrove, ognuno la fine della propria prospettiva
di fuga. Ognuno la fine. Difficile in realtà assegnare la proprietà alla prospettiva.
Scovare le stelle degli sguardi. La scena sembra uno scoordinato still life di fuga in
facimento. Un augurio di fuga che nessuno coglie. Incessante è la fine.
Il punto bianco è sempre lì. Fermo al di sotto degli sguardi scolpiti più alti. Gli altri
sguardi non lo scalfiscono. La luce permane. Il ragazzo non si muove. Immoto
persiste. E’ concentrato sul dispositivo. Come brinato. Cosa osserva? Un memento
sul display? La luce non vacilla su quel permafrost in foggia di carne umana. È in
posa per immortalarsi? Un dito ad arco sospeso come il pendolo assiale che tutto
muove sembra disegnare la silhouette di un selfie. Ali di pietra carsica gli
scaturiscono dalle tempie. Ma che volto ha? Perché non alza il capo? Potrebbe
cogliere l’auspicio? Quali gravità nucleiche esercitano una tale inerzia minerale?

Nulla

Appare impossibile comporre l’immagine. Come a distanze zeptoscopiche il flash di
luce attende la nitidezza. Invano? E’ la materia refrattaria? Il tempo? O la sanzione è
dell’occhio? Avverrà la singolarità dello sguardo?

1

Su uno schermo ciclopico un murale palustre grande tutta la facciata di un palazzo.
È un airone scitico che tra il cielo e la terra, mezzo nelle forme e mezzo nelle cose,
mangia lo smog. Questa anidridica deiezione che svuota da dentro la volontà.
L’immagine impermanente si sfoca nevrile. E’ il graffito di un glitch nebulare che
fagocita la polluzione prodotta dall’inflazione carbonica di fughe cieche.
Il volto invisibile è come un corpo celeste indeciso su quale senso imprimere alla
propria rivoluzione. Il senso è quella indecisione. L’entropia della vista è l’orizzonte
degli eventi. Lucifero che divora il tradimento dell’aspettazione. Dove o quando sono
le stelle da vedere nuove di nuovo?
Le sue vesti hanno un alone orientale. Il giubbotto in tessuto tecnico nero alabastro
ha un ampio cappuccio da sherpa, con setoso pelo di montone color di madreperla.
Sul bordo la trama multicolore delle geometrie animate dei pazyryk. Una mummia
millennial rinvenuta nella desolata stazione Altai della metro di Milano. Le sue vesti
sono un alone orientale. Il samarcanda della luce. Come fosse il fiato degli alti spazi
monumentali. Tra i vuoti di pietra sopra i moti di fuga il linguaggio si flette in cerca di
formularità. Le parole prime. A lone oriental ego. Un ragazzo dell’albore solingo e
nascosto tra i passanti che inseguono la fine del giorno. Et in arcadia ego. Un pastore
che al levar del sole si ritrae per condurre il gregge. Quale gregge conduca a quale
pascolo non è chiaro. Ritrarsi è necessario? L’arx del dito non si compie. Ancora. Il
granello di luce eccede. In fine. Prima le parole. L’attenzione al dispositivo è
l’attenzione al fare ultimo. Fare il desiderio perché non si conosca la fine dei tempi.
Una gamba accavallata, l’altra pendente a un centimetro da terra. Uno spazio eterno.
Il lucore candente del dispositivo a completare la posa innescata dalla gamba
piegata. Si apre l’ala presupposta dalla gamba semidistesa prossima a un primordiale
allunaggio. Come un avvoltoio albino pronto a posarsi sul limo lavico della trachite.
Una danza. Le scarpe rivelano tutto. La suola testurizzata con tecnologia no memory
consumata in punta. In parte immacolata in parte scurita dall’uso. Così apparirebbero
gli zoccoli di uomini egagrei usurati per generazioni dal salto per cime scoscese di
orografie metropolitane diroccate.
Il ragazzo incarna il sogno della sua giovane antenata. Accoccolata nel deserto mezzo
grigio e mezzo nero; erma immacolata senza preghiere e senza pianti. Senza bisogno
di vedere il cielo. Mentre i cacciatori correvano smarriti dove le prede li guidavano,
all’occaso, lei ricordando i suoi giochi di bambina disegnava distesa a terra la mappa
della corsa, fissando in un segno il moto di tutti. Il segno vale ancora. Il gioco
dell’oca di Anubis. La prima lettera. Una zampa piegata. L’altra pronta al passo.

Francesco Mattioni

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...