Romanzo cosmico di Olaf Stapledon

Vedemmo l’Uomo sulla sua piccola Terra avanzare a tentoni fra mille fasi alterne di ignoranza e lucidità… lo guardammo combattere disperatamente gli invasori Marziani… lo vedemmo fuggire, spaventato dalla caduta della sua luna, sull’inospitale Venere. Ancora dopo… su Nettuno, in fuga dal Sole in tumulto… solo per finire bruciato come una falena nelle fiamme dell’irresistibile catastrofe…

Alcuni di noi, compresi anche aspiranti scrittori di mezz’età avanzata, diffidenti e esasperatamente libreschi come me, si sono uniti in un progetto letterario ambizioso, un ‘romanzo diffuso dell’Antropocene’, composto da una lunga serie di scenari narrativi, anzi ‘piccoli romanzi fiume’ (illustrati!), uniti dal tema comune del rapporto, di volta in volta pastorale-erotico, avventuroso-adolescenziale, mistico-panico o sado-masochistico, dell’Uomo con la Natura però dal punto di vista dell’era attuale, l’Antropocene appunto, l’era geologica in cui l’Uomo ha l’apparente predominio ed è diventato il principale fattore di cambiamento e potenziale collasso dell’ecosistema, scenari che hanno come plot la lunga serie, passata e futura, di quei “cigni neri, clusterfuck, collassi, catastrofi, battaglie militari, calamità post-natura, shift culturali estremi, crisi dell’umano ecc.” che formano quella lunga catena di ‘crime, follies and misfortunes’ che il vecchio Ed Gibbon aveva detto essere in essenza la Storia Umana.

Insomma, un’Idea, finalmente, in quella vasta pianura fangosa e semi-deserta, costellata di imponenti rovine e desolate baracche, popolata di scrittori postumi già in vita, che è il landscape letterario italiano del XXI secolo, un’Idea di fronte alla quale possiamo dire solo ‘Gott sei dank’ e portare la nostra pietruzza colorata.

Mi limito a dire che lo strumento prescelto è una delle possibili accezioni del tema e ve ne possono essere e soprattutto ve ne sono state altre. Quello di Antropocene Decadence/ Progetto TINA/La Grande Estinzione, per dire, si inserisce in quella che è la linea maestra della migliore tradizione letteraria italiana, quella Storico-Civile (e non è che su questo dato ci si possa fare molto, dato che tutti gli autori coinvolti, per quel che ne so, sono italiani), ma un’altra accezione potrebbe quello del Romanzo di Popoli o Civiltà o Planetario, uno di quegli immensi e a tratti deformi oggetti narrativi, sparsi negli ultimi tre secoli di Weltliteratur, che rinunciano a personaggi e dialoghi e intrecci di destini individuali e affrontano direttamente temi quali Destini di Popoli e Razze e Civiltà e Pianeti in prospettiva Ascesa/Declino/Caduta e, più a proposito, del suddetto rapporto di Amore e Odio fra l’Uomo e la Natura, tutto sempre con la Maiuscola. Non Romanzi-Mondo, quelli di cui parla Franco Moretti, ma Romanzi Cosmici.

Potremmo citare, fra i più noti, il Leopardi delle ‘Operette Morali’ e l’Edgar Allan Poe di ‘Eureka’ e ‘Eiros e Charmion’ o il Louis-Auguste Blanqui dell”Eternità attraverso gli astri’, perché questi oggetti narrativi possono essere immensi anche racchiusi in poche pagine o poche righe – oppure no, possono essere corposi romanzi ‘massimalisti’.

E nessuno scrittore è stato più massimalista di Olaf Stapledon (1886-1950), autore di due delle, come dire, COSE più impressionanti del XX secolo: ‘Last and first men’ (1930) e ‘Star Maker’ (1937). Scrisse anche altro, fra cui mi piace citare ‘Sirius’ (1944), narrato dal punto di vista di un cane che uno scienziato è riuscito a dotare di una mente umana (basti sapere che non finisce bene), ma ci occuperemo solo dei suoi due libri maggiori. E’ forse l’autore più importante e meno letto della storia della fantascienza: gli autori della Golden Age si servirono a piene mani della sua fantasia mitologizzante.

Vi risuona qualcosa?

Forse no. Quindi, con cosa abbiamo a che fare? Due ‘romanzi’ che non rispettano alcuna norma di buona scrittura o anche solo di buona creanza. Niente personaggi, al massimo qualche presenza evanescente e senza nome, identificata da una carica o da un ruolo; rarissimi i dialoghi, più frequenti i discorsi e le voci collettive; stile saggistico ‘entre-deux-guerres’, legnoso ma evocativo, storico nel caso di ‘Last and First Men’, scientifico-filosofico in ‘Star Maker’.

‘Last and First Men’ è la storia dell’Uomo, o meglio dei successivi tipi d’Uomo, evoluti o creati di sana pianta dal Primo, noi, al Diciottesimo, destinato a estinguere per sempre la specie. L’arco narrativo copre due miliardi d’anni.

Oltre all’Uomo il vero protagonista è il Tempo. I primi capitoli sono lenti: una fantapolitica a tratti divertente ma non particolarmente preveggente, anzi. Il primo episodio storico, nei primi anni Trenta, è una guerra fra Francia e Italia che provoca la caduta del fascismo. Finché, di guerra in guerra, nel XXI secolo, si arriva a un mondo unificato sotto una superficiale e materialista civiltà tecnologica americano-cinese. E qui si nota un cambio di passo: questa civilizzazione, particolarmente ripugnante per Stapledon che odiava gli Stati Uniti, stagna tre millenni e alla fine crolla per esaurimento delle risorse e pura insipienza. Seguono diecimila anni di oscurità, fino a nuova civilizzazione, originata in Patagonia e un nuovo disastro.

Di capitolo in capitolo i tempi si allungano: dapprima decenni, poi secoli, poi millenni, poi centinaia di migliaia d’anni, poi milioni d’anni… I protagonisti non sono più nemmeno stati e popoli ma nuove evoluzioni dell’Uomo. Infatti, dopo alcune decine di migliaia d’anni, emergono i Secondi Uomini, curiosamente (ma non a caso, credo) simili al Chewbecca di Star Wars. E da lì una successione di nuovi Uomini fra immensi disastri e periodi di oscurità sempre più lunghi ed estremi, invasioni di gas senzienti da Marte e traslochi, segnati da stermini planetari, su Venere e Nettuno, mentre gli Uomini si trasformano sempre più radicalmente e sempre in bilico fra Darwin, Marx e il pulp più pulp che ci fosse all’epoca.

I Quarti Uomini, puramente intellettuali, per esempio, vivono in bunker di cemento in quanto non sono altro che “un organismo che consisteva in un cervello largo tre metri e mezzo, con un corpo ridotto a una mere appendice che pendeva sotto. Le uniche parti del corpo cui era permesso di raggiungere una dimensione naturale erano le braccia e le mani… i nervi ottici erano stati indotti a crescere lungo due proboscidi flessibili, ognuno delle quali sosteneva un grande occhio al termine”

Mentre i Sesti Uomini, da tempo emigrati su Venere, “erano pigmei, poco più grande di un uccello terrestre, organizzati esclusivamente per il volo… Il corpo aveva assunto la struttura aerodinamica degli uccelli ed era coperto da una ricca coperta di piume lanose”.

I Diciottesimi, culmine insuperabile della razza umana, sono praticamente dei, sostanzialmente immortali e molto difficili da descrivere tanto sono diversi da noi: “si sarebbero potute riconoscere le mani grandi e molto sensibili, comuni a uomini e donne. In tutti noi il dito esterno porta in cima tre minuti organi di manipolazione, molto simili a quelli progettati dai Quinti Uomini… I due occhi occipitali lo shoccherebbero, come pure l’occhio astronomico rivolto verso l’alto in cima alla testa, così peculiare degli Ultimi Uomini”.

Consci della catastrofe incombente – il volo interstellare non è stato mai realizzato – questi Ultimi Uomini tentano di intervenire nel passato, che possono esplorare mentalmente, per esempio dettando a un oscuro scrittore inglese la storia del futuro che avete letto e che lo scrittore crede di aver immaginato tutto da solo.

Soprattutto, i Diciottesimi Uomini devono convidere l’’amor fati’ stoico che porta a amare e godere della propria distruzione e che è uno dei caratteri più bizzarri del pensiero di Stapledon. I vertici delle varie civiltà sono descritti oggettivamente; le decadenze invece raccontate con partecipazione e dettagli raccapriccianti.

Questo strano ‘amor fati’ curiosamente sado-masoschistico è al centro di Star Maker. Se la scala del primo romanzo è titanica, quella del Costruttore di Stelle è talmente gigantesca da far perdere qualsiasi senso del tempo. Le poche righe all’inizio dell’articolo sono tutto lo spazio che il primo romanzo occupa nel secondo. Cento miliardi di anni – ma solo per il nostro universo: ce ne sono molti altri.

La trama inizia molto domesticamente: il narratore, dopo un litigio domestico, esce di casa nella notte a fumare. Siamo a West Kirby, vicino a Liverpool, sul mare; dall’altra parte del braccio di mare i fuochi di una fonderia. E lì il narratore si sente uscire dal corpo e comincia il suo viaggio cosmico. Ha paura di essere morto e che beffa, pensa, sarebbe per un ateo come lui se certe ridicole teorie religiose si dimostrassero vere… Ma in realtà sta partendo per un viaggio che lo porterà oltre ogni possibile limite.

I primi capitoli, proprio come Last and First Men, sono i più difficili da digerire: dal 1930 al 1937 la situazione politica era cambiata (l’ho detto che Stapledon non era particolarmente preveggente in questo campo) e quindi sostiamo in un pianeta alieno dove una razza umanoidi si trova esattamente nel nostro stesso stadio di civiltà e questo permette di parlare dei fatti del giorno e prevedere l’inizio della prossima guerra mondiale.

Poi però il narratore, insieme a uno spirito del posto, si innalza oltre il cielo e comincia a esplorare. E’ l’inizio della formazione di una coscienza collettiva e di lì a poco il narratore smetterà di usare l’Io per passare al Noi.

Poi che succede? Difficile dirlo. Molto, di certo.

Una fantasmagoria di alieni favolosamente differenti, telepatie e viaggi interstellari, Imperi Galattici di tale profondità e complessità da fare sembrare Teatri dei Pupi quelli di Asimov e Herbert, creazione di pianeti e stelle artificiali e loro morte e decadenza, lo svilupparsi e crescere di Menti Galattiche…

Particolarmente fantastico e per me memorabile il capitolo in cui Stapledon immagina le Stelle come esseri viventi con una psicologia, una sociologia e persino una vita sessuale.

Il momento culminante del libro è quando la Mente Cosmica, l’unione delle menti dell’intero universo, tenta l’incontro con il Costruttore di Stelle, lo Star Maker. E’ un incontro francamente sessuale, poiché la Mente Cosmica è dichiaratamente femminile – ‘She’ – e il Costruttore è un ‘He’. Ma l’incontro fallisce. Il Costruttore di Stelle non è Amore, non è interessato all’unione finale con una sua creatura, e respinge la Mente Cosmica. Non è, decisamente, il Dio cristiano.

(Stapledon non ce la fa proprio a chiamarlo Dio, il suo Costruttore di Stelle, e per questo e altri motivi fu selvaggiamente attaccato dal fantasista anglicano C.S. Lewis).

Una volta respinto, l’Universo non può far altro che decadere e morire.

Mondo dopo mondo esplodeva accidentalmente quel poco di materia che gli era rimasta e si trasformava in una sfera di radiazioni che si espandeva e svaniva nell’immensa oscurità; oppure moriva miserabile, nel freddo e nella fame. Alla fine del cosmo non rimase nulla se non oscurità e sprazzi di polvere che un tempo erano stati galassie. Incalcolabili eoni passarono…”

Ma questa non è la fine del romanzo. Ci sono due ultimi, fenomenali, capitoli.

Lo Star Maker non è Amore ma non è nemmeno una Natura indifferente: è un Artista. Il suo unico interesse è la creazione di nuovi e sempre più elaborati Universi, ognuno con leggi sue proprie, giudicati e valutati dal punto di vista estetico: l’obbiettivo un Cosmo che esprima pienamente e perfettamente il suo impulso creativo. Come ogni artista il Costruttore di Stelle ha una sua fase giovanile e una matura (il nostro universo è proprio all’inizio della maturità). E qui Stapledon si lancia a descrivere questi Universi: alcuni fatti interamente di musica e privi di spazio, altri in cui l’Entropia è rovesciata, altri interamente solidi, altri concentrici, ogni sfera con leggi e creature diverse, altri che ricreano letteralmente la mitologia cristiana, altri…

Alla fine, di fronte all’indescrivibile creazione finale dello Star Maker, un po’ come Dante quando arriva a contemplare la Trinità, il narratore collettivo si disgrega e Olaf Stapledon si ritrova sulla collina vicino al mare di West Kirby, dove la luce della finestra di casa sua e la difficile ma necessaria comunità con la sua partner gli appaiono come il senso finale di tutto il viaggio. Un ultimo, vivido, volo notturno sulle nazioni del 1937 e alla fine si incammina verso la porta di casa.

Capito cosa intendo?

(Già che ci siamo vorrei citare un altro romanzo del periodo, che vive della stessa temperie narrativa e spirituale, dalle coordinate spazio-temporale gigantesche anche se modeste al confronto con Stapledon: ‘Berge, Meere und Giganten’, del 1924. L’autore è il tedesco Alfred Doblin, quello di ‘Berlin Alexanderplatz’. E’ una storia futura di parecchi secoli e il tema è la crescente distanza fra l’Uomo e la Natura creata dalla Tecnologia fino alla catastrofe. Lo stile è molto diverso da quello di Stapledon ma per alcuni altrettanto illeggibile: un espressionismo tedesco surriscaldato e affannoso, ma spesso estremamente evocativo. Anche qui ci sono pochi veri personaggi, i veri protagonisti sono le ultramoderne città europee, ognuna con una sua personalità e ognuna impegnata a difendersi dalle conseguenze del rifiuto della Natura. Cuore del romanzo – ne occupa una buona metà – è una gigantesca impresa scientifica: far esplodere l’Islanda, liberandone l’energia vulcanica; questa viene immagazzinata da un immane ‘velo di Tormalina’ sostenuto da un’immensa flotta aerea; questo velo poi viene depositato sulla Groenlandia così da scioglierne i ghiacci e aprirla alla colonizzazione; però, dalle nuove terre così liberate, iniziano a nascere mostri orrendi e… See what I mean?)

P.S. L’unica edizione italiana di ‘Star Maker’ è quella Longanesi del 1975, ‘Il costruttore di stelle’. Per ‘Last and first men’ invece si può contare su ‘Infinito’ per Mondadori nel 1990 e ‘Gli ultimi uomini’ per Castelvecchi nel 2014. Il romanzo di Doblin apparve in Italia come ‘Giganti’ nel 1934, collana Medusa, e venne in seguito ristampato varie volte: non è in commercio al momento.

Stefano Trucco

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