La Strada, romanzo d’immaginario #1

oggi in Italia alla fine della pace climatica ritorna l’Ombra dello Scorpione in piena profezia ballardiana con algoritmi predittivi delle pandemie come in Contagion di Sodenbergh che rimbalza e le farmacie esauriscono mascherine chirurgiche-

Come

-una nave bloccata in quarantena, per sospetti casi di coronavirus non è la storia di una famiglia disfunzionale a cui il caso rovina la vacanza

– Neuromante non è una storia di droga (cit.)

-La mostra delle atrocità non è solo un romanzo e sicuramente non è il romanzo di una coppia in crollo del desiderio coniugale.

così, per alcuni motivi che verranno esposti, La Strada di Corman McCarthy non è un romanzo relazionale padre-figlio.

C’è una storiella motivazionale che funziona ed è quella che ogni lettore “vede”, intercetta in un libro un composto di immagini, segni e rimandi da quello che sa, vuole, può capire. La Strada però, seguendo dichiarazioni espresse e sottotraccia di critici e recensori, filosofe e appassionati, è un ostensore di immaginari.

In un regno di improprietà e spesso con commenti perentori senza alcun ragionamento svolto la Strada viene descritto come un romanzo dell’amore paterno, meglio il romanzo del rapporto padre-figlio. La cornice post apocalittica è, secondo alcuni, addirittura incidentale, un’ambientazione come un’altra, o un’ambientazione tra altre. L’impegno emotivo nell’esprimere questa tesi è sostanzioso quanto è carente l’argomentazione critica. “È così, è un romanzo su un padre e un figlio che cercano di sopravvivere”. Ma se così davvero fosse come mai non è Pastorale americana di Roth il romanzo par excellence di questo topos? Questo perché è La Strada di McCarthy che non è una semplice opera letteraria, non è un romanzo e basta e soprattutto non è una storia relazionale tra due consanguinei.

Così scrittrici e scrittori di successo e posto sulla piramide del merito letterario non discutibile riconoscono in The Road qualcosa di speciale, che vaga su ogni romanzo, limite orizzontale dello svolgimento di qualunque prossimo romanzo post-apocalittico o catastrofico e insieme momento apicale delle possibilità verticali dell’evocazione narrativa, allo stesso tempo e in soggetti diversi, di solito maschi e con prole, il capolavoro di McCarthy scatena una strana forma di cecità: in un paesaggio da fine della Natura, dove nessuna speranza emotiva e razionale è possibile, vedono solo un padre e il suo amore per un figlio insieme a un carrello. Leggere il relazionale come in una qualunque accezione di primazia nell’economia del romanzo è una forma di difesa dall’orrore assoluto, proverò a parlarne in seguito, o è un leggere semplice o è un non leggere. La struttura stessa del romanzo, i suoi spazi bianchi, il tempo narrativo dedicato al (end of the) world building, il peso per battuta sull’opera completa delle parti non relazionali “raccontano” proprio un’altra storia.

Non c’è alcuna possibilità che The Road sia la storia di un padre e un figlio perché è lo stesso romanzo a dirci di cosa davvero sta parlando ovvero The frailty of everything revealed at last.

Bastano gli occhi per dire che i due personaggi principali del romanzo sono un padre e suo figlio ma basta guardare davvero i dialoghi tra i due per vedere che tutto sfuma, la pagina è spezzata continuamente, il vuoto e il bianco incalzano il pensiero scritto e sono altri i drive dei personaggi e sono la fame, il freddo, la sicurezza personale ma soprattutto la perdita di senso mentre il mondo sta davvero sparendo. Una cosa molto filosofica ma che diventa reale, immensa, se tutto intorno è in fiamme o cenere, se l’autocannibalismo dell’inedia è l’unico -quasi- modo per continuare a camminare.

Things fall apart di Yeats è letteralmente il prequel di The Road.

Siamo quasi alla fine di Darkness di Byron.

Sono passati anni dall’evento X, il centro non ha retto, l’unico Stato rimasto è in “State road”. Anni dove la famiglia ha perso i propri nomi propri, ha perso parti, ha visto stadi del Collasso e adesso ne rimane uno solo o due, l’ultima soglia, pochi minuti e centinaia di calorie ancora e qualche chilometro più avanti, gli ultimi due che sono temporalmente vicinissimi, accelerati come la Fine: il collasso culturale e quello metabolico.

The Road è il romanzo post-apocalittico.

È molte cose ma essendo il limite narratologico del genere (cosa potremmo togliere come autori a dei personaggi in un post-apo?) e mostrando il vero incubo originario, archetipico di ogni orrore immaginato e immaginabile ovvero l’estinzione dell’unica specie intelligente per ora conosciuta nella galassia (affermazione terribilmente specista e antropocentrica ma per ora transeat) è un immaginario sopra ogni immagine del genere post-apocalittico e di ogni romanzo dell’Antropocene.

Ecco l’orrore cosmico possibile realizzato, dice tutto il romanzo, una coscienza che assiste e partecipa a una della grandi estinzioni di cui parla la geologia. Questo è il tornare nel Nulla, non in un’elegante movimento dall’Essere ma tra stenti e forse tra i denti di altri uomini e donne.

Se “le cose” del mondo vanno male scrittori e scrittrici, scienziati, politici sanno che alla fine dello spettro del male c’è The Road.

L’influenza letteraria del romanzo è immensa, uno dei più citati tra scrittori di genere. Se i bambini non hanno un nome per quasi tutto Bird Box è per questo romanzo di McCarthy, se qualunque zombie apocalypse ha qualcosa della cozy apocalypse è nel confronto con la situazione materiale e spirituale in The Road. Un film come Threads (1984) diventa una storia ottimista sul rise and fall delle civiltà.

Nella vulgata da social capita spesso di sentire, non a torto per alcuni ambiti, che La strada non è il capolavoro letterario di Corman McCarthy. Meridiano di Sangue, la Trilogia della Frontiera, Suttre sono, per chi pensa che qualità letteraria sia ancora assimilabile al bel e complesso periodare o alla ricchezza della lingua, romanzi superiori. Eppure le immagini fantasma dalla lettura di La Strada sono persistenti, pervasive, non dimenticate. Alzi la mano chi ricorda immagini forti come il carrello o la botola in cucina da Cavalli selvaggi. Ricordiamo tutti il portare il fuoco, pensando sia una bella storia da raccontare in una grotta, una fiaba minima dimenticando che compito delle fiabe è imprimere nella mente dei bambini skill e scenari per affrontare pericoli esistenziali come mostri, lupi, ingannatori, infanticidi, stupratori.

“As human civilization rose and fell, devastated by plagues and famine, torn apart by changing climatic conditions, plundered by ravaging hordes, or collapsing under thier own inertia, philosophers, priests, and poets kept trying to understand not only how the world worked, but what it meant.” scrive Roy Scranton in Learning to die in the Anthropocene.

Possiamo dire tranquillamente che il relazionale padre-figlio è un tool narrativo per esplorare cosa rimane del mondo facendo morire la natura, distruggendo il futuro, collassando ogni struttura culturale e sistema materiale. Il Padre è chiaramente un sopravvissuto, un capacissimo sopravvissuto, un survivalista Alfa, un uomo colto, sensibile, decisionista ma non è la sua storia o quella del suo legame con il figlio quella che è centrale ma il senso del mondo nella Fine, uno dei motivi d’esistere della letteratura come strumento culturale di trasmissione del sapere, non di per sé, ma come sistema di sopravvivenza a quello della biologia, la trasmissione di geni.

Of a thing which could not be put back. Not be made right again, scrive l’autore nel finale, in un perentorio e determinato che, costruito in tutto il libro, adesso è davvero definitivo, fatale, nonostante il passaggio del testimone dell’ultimo capitolo che sembra offrire un happy end. Per scacciare il demone, il romanzo dell’Antropocene è uno popolato da demoni, è ragionevole indagarne l’origine, la portata, l’evocazione. Il potenziale già soltanto quantitativo dell’analisi di The Road come Romanzo dell’Estinzione, ultimo post-apocalittico, metafiction della Catastrofe è semplicemente enorme rispetto all’ipotesi immediata del romanzo relazionale in ambientazione post-apocalittica.

Così, perché c’è abbastanza critica di qualità a supporto della prima tesi e perché il complesso di immagini descritto da McCarthy è terribilmente attuale nell’Antropocene, dove spettri e demoni delle catastrofi nella fiction e IRL si contendono, unendosi e autoalimentando, la formazione dell’immaginario contemporaneo. L’immagine di un uomo e un bambino che spingono un carrello produce muri di buio e qualcosa dei brividi alla pelle. Due umani sono lì per assistere al Baratro, quello da cui non si ritorna, il vero protagonista.

Segue The Road, Evento X.

Qualcosa da leggere:

Eva Horn, The Future as Catastrophe

Michael Chabon, After the Apocalypse

Herman Kahn, On Thermonuclear War

Denkenberger-Pearce, Feeding everyone no matter what

Frank Kermode, The sense of an ending

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