Weird VS Latinos

Narra la leggenda che una notte, e mi piace immaginare l’interno chiassoso e unto di uno dei peggiori bar di Bogotà, Álvaro Mutis, dopo l’ennesimo sorso di rum scuro caribeño, scommise con Gabo García Márquez che sarebbe riuscito a scrivere una storia gotica ambientata ai Caraibi, cosa che Gabo considerava “di tutti gli azzardi letterari, l’unico davvero irrealizzabile.” Con buona pace degli editori italiani di La Casa di Araucaíma, che la considerano uno dei vertici dell’opera di Mutis, credo che Gabo abbia vinto la scommessa.

Da un po’ di tempo vecchie e nuove glorie della letteratura si vedono appiccicare addosso una nuova strana etichetta: weird. Immagino uno stanco Edgard Allan Poe bestemmiare per quest’ennesimo adesivo appiccicato di sbieco sulla fronte mentre invece Lovecraft, riesumato dai nipotini ossequiosi, si sente finalmente riconosciuto nel suo ruolo di nonno, o padre o comunque precursore. La cosa che mi colpisce e mi fa scattare il dubbio, è leggere la sequela di nomi che vengono associati a questa relativamente nuova classificazione. Sono pressoché tutti nomi anglosassoni, come anglosassone è di fatto la cultura mainstream. Temo che la debordante potenza di tiro della cultura anglosassone possa annientare ogni altra voce. Stiamo parlando di una zona letteraria molto sfuggente che nel tempo ha avuto mille nomi il cui comune denominatore è l’idea di fantastico, parola che personalmente trovo inadeguata ma che rimane la più utilizzata e a partire dalla quale possiamo iniziare a capirci.

Una volta un amico, sapendo della mia preferenza per una certa letteratura, mi regalò una raccolta di racconti che, a suo parere, avrebbe dovuto piacermi. Erano racconti inglesi di fantasmi. Io odio i racconti di fantasmi, sopporto malamente tutta la zona gotica, e soprattutto mi annoia a morte tutto ciò che ha a che fare con mostri più o meno raccapriccianti o ultraterreni. Perché allora quell’amico, uomo di notevole cultura, era convinto che quei racconti sarebbero stati di mio gradimento? Perché erano strani. L’etichetta non era ancora nata, a quei tempi, ma ora sarebbero stati certamente weird.

Il fatto è che il weird deriva dalla cultura anglosassone e in quanto tale è molto più potente comunicativamente che il resto della zona fantastica, che fatica, giustamente, a trovare etichette ma che ha un innegabile polo nella cultura che potremmo, per comodità, chiamare latina. Nel gioco di contrapposizioni sembra diventare tutto molto più chiaro. È una questione di radici. Le radici anglosassoni affondano in un terreno che è stato abbondantemente concimato dal razionalismo empirista e pragmatista e in questo panorama tutto ciò che non rientra sotto la luce della ragione, viene confinato nella zona del bizzarro, dello strano, appunto, dell’eccezionale, del fuori dal comune perché il comune è classificabile e conoscibile. Le radici dell’altro polo, in questo caso soprattutto sudamericane, affondano nella foresta, nella cultura degli sciamani, nella tradizione animistica dei popoli indigeni, dove non esiste lo strano, ma solo il meraviglioso, il mistero che fa parte integrante di un mondo coerente e totalmente interconnesso. La prima visione del mondo è dall’esterno, l’uomo si pone come osservatore, analizza, razionalizza e agisce; la seconda è dall’interno, l’uomo è una parte del mondo, in relazione indissolubile col resto del cosmo.

Penso ad Aldous Huxley, formidabile campione anglosassone, nel suo La filosofia perenne analizza in maniera brillante, competente e intelligente una serie di credenze e religioni, ma la sensazione che si ha per tutto il saggio è che, pur desiderando ardentemente penetrarle e capirle, ne resti irrimediabilmente fuori, forse proprio a causa dello strumento che utilizza: la ragione, il cervello, la razionalità, chiamatela come vi pare, a cui manca comunque sempre un elemento che impedisce il contatto diretto. Uno dei campioni del polo opposto può essere Márquez, totalmente immerso nella magia di un mondo che non è affatto senza regole, anzi, ne possiede di proprie, legate fra loro da equilibri sottili che sfuggono immancabilmente ad ogni tentativo di razionalizzazione.

A una prima occhiata potrebbe essere soddisfacente far coincidere i due poli con i poli relativi degli equilibri sociali ed economici, nord e sud del mondo, e per molti versi è così, ma credo che la differenza sia più sottile. Molto tempo fa avevo notato una straordinaria corrispondenza fra gli autori di Buenos Aires e quelli di Vienna della prima parte del Novecento. Leopoldo Lugones, zio di tutti gli scrittori porteñi, aveva visitato Vienna mentre lì vivevano Schnitzler e Freud, ma questo non è sufficiente a spiegare la forza dell’analogia fra la ricerca dei viennesi e quella dei porteñi. A leggerli in questa prospettiva sembra che stessero mirando alla medesima zona, quella che Freud aveva appena definito inconscio, i viennesi partendo da fuori e andando all’interno, col risultato di storie dove apparentemente non accade nulla e tutto si svolge nell’animo oscuro dei protagonisti, mentre i porteñi avevano la tendenza opposta, tutto si svolge all’esterno, la realtà è l’immagine di ciò che accade all’interno dei loro animi.

Mi fa piacere che Cortázar sia stato abbondantemente riletto, ultimamente, ma non basta. Non è certamente il solo, oltre a Borges che ormai è stato messo fra i classici e quindi non legge più nessuno. Oltre alla simpatica corrente weird, dove vengono sistemati innovatori come VanderMeer, e che ha dalla sua una oliatissima macchina propagandistica, non facciamo scomparire Lugones, Ocampo, Quiroga, Galeano, Onetti, giusto i primi che mi vengono in mente, e Monterroso, autore del romanzo più breve al mondo che tanto piaceva a Calvino: Cuando despertó, el dinosaurio todavía estaba allí.

MC

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