La nave è solo un punto di partenza

ome la maggior parte delle persone qualche giorno fa, anche io mi sono imbattuto nella notizia della nave da crociera bloccata al porto di Civitavecchia per un sospetto contagio da virus nCoV, e la prima associazione che mi è sbocciata in mente guardando l’immagine (reale) della nave spiaggiata nel porto in attesa di accertamenti è stata prigione. Prigione intesa come luogo fisico, qualcosa di solido, progettato e costruito, pesante e dal quale difficilmente puoi uscire se qualcuno non te lo permette. Ed infatti per quasi un giorno tutti i 6000 abitanti dell’imbarcazione sono stati invitati gentilmente a on lasciare la nave.(poi la situazione si è risolta senza nessun caso di infezione accertato).

Non sono stato mai un fan delle grandi navi, in particolare di quelle da crociera, perché nella mia immaginazione hanno sempre rappresentato un sunto delle peggiori caratteristiche che la società capitalistica offre. Fa credere alla gente di potersi divertire e rilassare all’interno di un dinosauro di metallo che scorrazza in giro per i mari, facendo delle brevi fermate in luoghi più o meno di rilievo culturale o turistico, nelle quali fermate le stesse persone trasformatesi in cavallette-umane assetate di immagini-ricordo e souvenirs scendono con il solo scopo di fare una excursion già pagata in precedenza al tour operator di turno, andando di fatto a cannibalizzare il luogo che li vedrà muoversi sulla propria superficie. E tutto questo pagando una non modica cifra, mentre il sistema crociera inquina massicciamente, sfrutta personale sottopagandolo, costringendolo a turni snervanti. (senza parlare di tutte quelle persone che scompaiono senza lasciare traccia). Insomma, un vero incubo.


Passando oltre questi pensieri, ho immaginato il senso di frustrazione delle persone all’interno della nave nel non potersi muovere, nel non sapere cosa stesse accadendo, e se magari ci fossero dei pericoli. Ho immaginato se una situazione del genere si fosse prorogata per giorni, e tutti i problemi che questo avrebbe comportato, dalle difficoltà nel rifornimento di cibo e acqua, fino ad arrivare allo sgretolamento dello status quo e dell’ordine all’interno del piroscafo. E questo mi ha fatto pensare in qualche modo alla prima parte di Cecità.

Cecità (org: Ensaio Sobre a Cegueira) è un romanzo del 1995 di José Saramago, in cui in un tempo e in un luogo non precisati, in una qualsivoglia città, all’improvviso la popolazione perde la vista per una inspiegabile epidemia. Chi viene colpito dal male diventa immediatamente cieco, avvolto da un bianco lattiginoso. All’inizio sparuti gruppi di contagiati vengono messi in isolamento, viene portato loro da mangiare e prodotti igienici, ma il tutto senza contatto umano, i viveri e i prodotti sanitari vengono lasciati in una zona franca (all’interno del edificio sede della quarantena) che gli ospiti devono raggiungere da soli con tutte le difficoltà della loro situazione. Dalla quarantena non posso uscire, pena la fucilazione immediata da parte dei militari che presidiano fuori. Dall’iniziale cooperazione fra le vittime del contagio si passa presto alla diffidenza, alla sopraffazione per finire alla spietatezza e alla crudeltà. All’interno si afferma la legge del più forte, del più spietato. Nel frattempo tutta la città piomba nel bianco opalescente della cecità, e gli iniziali prigionieri devono anche combattere contro la mancanza di cibo. Il caos completo, la sopravvivenza.

Da questo libro, andando sempre per sensazioni e stati d’animo mi sono venuti in mente altri collegamenti, ossia che la cecità narrata da Saramago è sia una cosa tangibile, che si palesa come virus, ma rappresenta anche una serie di metafore più o meno ingombranti come palazzi, che vorrebbero descrivere da diversi punti di vista che cosa siamo o che cosa potremmo diventare come animale-umano se messi in alcune condizioni estreme. Forse lo scrittore portoghese vuole anche intendere la cecità come un’ incapacità dell’uomo di entrare in sintonia, vibrare alla stessa lunghezza, con ciò che gli sta attorno, con il sistema pianeta e in ultima istanza con sé stesso. Ed è anche questo che A. Gosh ci sta dicendo con il suo ultimo libro (La Grande Cecità) : la nostra apatia emotiva, mentale e cognitiva ci sta portando alla nostra distruzione, e alla distruzione del sistema terra per come lo conosciamo.

Ritornando all’isolamento e alla quarantena descritti all’interno di Cecità, in cui al massimo si conteranno un centinaio di persone, ho provato a fare un paragone, in termini prettamente numerici, con la città cinese di Wuhan, che con le sue 20 milioni di persone, è diventato il più grande esperimento di quarantena mai fatto. Una sovrapposizione mentale che mi ha portato ad immaginare scenari diversi, tutti dettati da un denominatore comune: l’ingente numero di persone. Come si fa a trattenere 20 milioni di persone in un luogo? Abbiamo mai sperimentato una cosa così grande? (Molto probabilmente l’evoluzione della situazione creerà scenari nuovi ad ogni step, ma se si dovesse prorogare per molti giorni come si comporterebbe chi sta all’interno? Ci saranno sommosse? E se la quarantena si dovesse allargare ancora?). Ma, ancora più importante, come siamo arrivati a creare agglomerati urbani con così tante persone?

E se, come dice l’Onu, entro il 2050 i due terzi della popolazione mondiale vivrà in una città come faremo a gestire questi immensi ammassi umani, considerando che da qui ai prossimi 100 anni al massimo diventeremo 10 miliardi?

Forse, come ci dice il Prof. Emmott nel suo Dieci Miliardi, dovremmo iniziare immediatamente a porci il problema della nostra crescita demografica esponenziale (oltre del nostro modo di vivere) che sembra non arrestarsi e che come un vortice innescherà scenari sempre più imprevedibili e difficili, a livello di risorse, consumi, inquinamento, pandemie, mancanza di acqua, etc. Stiamo diventando troppi e nessuno ha il coraggio di dirlo, e la barca, la Madre Terra, su cui solchiamo il mare delle nostre vite sta diventando sempre più affollata.

Corrado Verdolini

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