vento

Chi può essere a quest’ora e si alza nella penombra della stanza d’albergo, la strada è troppo piccola anche per un’auto sola, la finestra spinge in dentro, entra aria calda. Esce, tiene il cappello con una mano, lo toglie. Vento nelle strade di pietra bianca scalda la fine d’inverno, solleva carte dal selciato, fa rotolare lattine, spinge cartoni, qualche finestra sbatte. Raggiunge la piccola stazione, si siede nell’aria ferma del vagone, il treno parte piano, acquista velocità. Le cime degli alberi si agitano piegandosi nella stessa direzione, onde percorrono i campi, foglie scavalcano il treno, fuori dalla quiete dello scompartimento verso i boschi agitati volano fogli, pacchetti di sigarette, leggeri dettagli usati di città. Un albero solitario al centro di un campo si piega, geme, si libera dalla terra, si alza verso i monti in lontananza, si allunga una scia di polvere oscura. Al suo passaggio l’orlo del bosco freme e si solleva, uno dopo l’altro i tronchi abbandonano la terra, fra le colonne di corteccia anche una vecchia casa vola e si sfalda lasciando liberi i mattoni di girare attorno al bosco come minuscoli satelliti, più lontano un gruppo di case è già alto e auto, cappotti, ombrelli, una corriera gira su se stessa come una balena azzurra in pieno oceano, dai finestrini aperti colano rossetti, scarpe, foulard, valige, borse, l’autista sale verso il cielo con la faccia stupita guarda in basso il vuoto lasciato dal villaggio che stava attraversando mentre la strada è un nastro d’asfalto che si arrotola attorno al palazzo del municipio avvolgendolo come un pacco dono e la gente vola ancora seduta ai caffè aspettando l’ordinazione ma il cameriere è già troppo in alto, è lui che per primo vede il ponte staccarsi e partire verso le nuvole come un razzo senza controllo trascinandosi dietro rotaie e treni e stazioni e città intere e reti di autostrade e colline e monti si scrollano di dosso nevi antiche liberando rocce millenarie che si levigano e acquistano velocità diventano comete con una coda di cervi, volpi e cinghiali ad azzannare l’aria rotolando a pancia in su e tutto è come seguisse quel primo albero solitario ormai invisibile dietro alle innumerevoli cose, case e terre e mari che si allontanano nello spazio scuro fra i pianeti lasciando una scia di polvere impalpabile dove c’era un pianeta, prima di quella che, nell’universo, è stata solo una lieve folata di vento.

MC

4 febbraio 2020

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