DOPO MODENA

Modena era una città molto piccola e molto normale, dove non accadeva quasi nulla e dove la gente viveva per conto suo. Questo fino al giorno in cui qualcuno alzò lo sguardo dal portafoglio e vide che il cielo non c’era più. Al suo posto c’era un’immensa lastra di ghiaccio. Il ghiaccio si spezzava e si muoveva, ma non si apriva mai. Filtrava poco sole. La città si chiuse in una penombra fredda e la gente cominciò a preoccuparsi.

Una folla si radunò in Piazza, e non per passare il tempo: «Guarda che roba!», «In Comune cosa dicono?», «C’è sempre chi paga…», «Fa un freddo cane!», «Credo bene, fa proprio freddo!», «Solo che non aumentino il gas», «Facciamo dire una messa», «Una messa? Come un cerotto in una gamba di legno…», «Calma, state buoni, cerchiamo di ragionare», «Ragionare cosa? Guardate là!». E dal cielo cominciava a nevicare.

Bastò un mese e le forniture di gas finirono, il Comune chiuse, i banchi di legno delle chiese furono bruciati nei camini dei ricchi. La gente moriva che nessuno se ne accorgeva: si metteva nei letti, e quando la temperatura scendeva si addormentava e basta, oppure era ghermita dal freddo mentre vagava per strada. Scomparvero gli avvocati, le liti ereditarie si risolsero per assenza di eredi, la squadra di calcio sparì in una tempesta.

A nessuno era venuto in mente di andarsene. Era come se il resto del mondo non esistesse più. Anche noi stavamo per fare quella fine quando un giorno mi ricordai di mio padre: «Torneranno i ghiacciai, dovremo svernare», aveva detto. Era un uomo taciturno e saliva molto spesso in Appennino. Amava un lago. Non sapevamo che cosa facesse lassù, ma io lo immaginavo a camminare, lungo le rive, a masticare pensieri.

Un giorno ci radunò in cucina e stranamente sorrideva. Aveva comperato dalle parti di quel lago un vecchio essiccatoio di castagne, e lo aveva rimesso a posto. Quando ne avrete bisogno è là. Buona terra, buona acqua, una serie di altre cose che vi faranno comodo. «E tu non vieni?» aveva chiesto mia sorella. Ma lui non rispose e la prese sulle ginocchia. «Ricordati dei segreti del pavimento», le disse, e dopo pochi mesi morì.

Costruimmo una slitta e la caricammo delle cose necessarie. Partimmo e provammo a uscire dalla città, ma non fu certo una cosa facile. Il freddo era terribile, il caos di ghiacci ci frenava. Poche centinaia di passi in un giorno, per molti giorni ci accampammo contro la slitta, in attesa del mattino. La luce filtrava sempre meno dalla cappa gelata e le vie erano ostruite. Ci scavammo un percorso nel reticolo gelato, verso le zone più chiare.

Alla fine ce la facemmo. E capimmo: non era il cielo a essersi trasformato in ghiaccio. Grandi calotte si erano formate sul mondo, inghiottendo le terre, ovunque, soprattutto le città. Ma piste scoperte rimanevano tra le masse, come corridoi, o letti di torrenti, come una rete elementare di zone libere che potevamo percorrere, forse abitare. Tra le grandi calotte scorgemmo le linee dell’Appennino. Sulle vette c’era il sole.

Attraversammo quei luoghi e ci abituammo a nuove presenze. Mia sorella sembrava stare meglio e io mi abituai al freddo. Era come se mi visitasse, non per uccidermi ma per dirmi che ero vivo, e quando mi accorsi che c’erano animali, pieni di energie, lasciai che mi abitassero la mente. Seguivo le loro piste e loro seguivano le mie. Alcuni mi cacciavano, altri si lasciavano cacciare. Nuove presenze, mai viste prima, entrarono in noi.

Le terre erano belle e spoglie, come se dicembre, gennaio e febbraio si fossero trasformati in una lunga estate nell’Artico. Passammo di lato a cimiteri di villaggi e città, poi ce li lasciammo indietro, salendo sulle colline, cercando piste più alte e promettenti. Seguivamo gli animali e il fantasma di mio padre. Una notte sognai un itinerario. Era simile a un quadro a tre immagini, come quelli che mio padre amava. Ci indicava la via.

Percorremmo il tracciato di un’antica strada che attraversava in quota l’Appennino. Stranamente, lassù, il clima era più mite, l’erba non si era seccata del tutto e animali venuti da nord ci si erano stabiliti. Trovammo molti luoghi in cui avremmo potuto fermarci ma mia sorella insisteva perché cercassimo l’essiccatoio. «Qui è bello, dicevo io, fermiamoci», ma lei insisteva: «Non ancora. Ci ha lasciato un segreto. Dobbiamo andare».

Infine lo trovammo.  Era un rifugio dove c’era tutto. Per mangiare, per fare il fuoco, per stare al caldo e non morire. Per resistere ancora qualche anno prima che i denti del ghiaccio… Mia sorella prese una scatola di latta, la aprì e cominciò a cucinare. Io rovistai tra gli scaffali. Libri. Carte. Una lettera di mio padre che cominciava così: «Modena è una città molto piccola, molto normale, dove non accade quasi nulla e la gente vive per conto suo…».

Un tempo ci prendevamo cura del corpo con eccessiva indulgenza. Per troppa commiserazione ci ingrassavamo l’anima di speranze. Ci facevamo così tanta compassione da diventare i cagnolini di noi stessi. Non sapevamo che la durezza del mondo avrebbe scelto solo alcuni. Non potevamo immaginare che l’anima e il corpo sono animali da cacciare nelle terre esterne. Alla fine ci ha pensato il ghiaccio. E tutto è tornato in ordine.

(Modena, inverno 2011 – Testo e immagini di Matteo Meschiari)

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