Sogno e sciame

Insonnia

Dormiva sempre meno, il gallo non l’aiutava, prima che spuntasse l’alba il suo canto rompeva il silenzio tutt’intorno lasciandolo stremato e insonne.

Negli ultimi giorni da quando quello sciame compatto si preannunciava, la veglia aveva preso il sopravvento.

Il pollaio

Aveva un pollaio di dimensioni abnormi, al punto da invadere tutto lo spazio a disposizione.

Dopo la morte di Ayodele, suo padre, non se l’era sentita di ridurne la portata.

Le galline erano in ogni dove, razzolavano libere nei campi. Al calare del sole ognuna aveva un posto dove fermarsi, senza che nessuno glielo avesse insegnato.

Eppure Akin delle galline aveva paura, da quando una gallina si era avventata sul padre per sfuggire al suo destino di morte.

La gallina era diventata enorme ai suoi occhi di bambino.

Con le zampe si era impuntata sul petto del padre, fino ad arrivare agli occhi.

Le forbici con cui il padre gli aveva tagliato la gola avevano contributo a mettergli paura, senza che questa paura si fosse smorzata con il tempo, dilatando lo spazio a disposizione delle galline, a discapito delle coltivazioni di tè che erano l’attività principale da cui la sua famiglia traeva il guadagno.

Del tè conosceva ogni segreto, era diventato uno dei più importanti commercianti del suo villaggio, l’unico con cui anche gli inglesi avessero piacere di concludere gli affari, e di cui si dicessero soddisfatti.

Rimaneva per tutti il mistero delle galline, nessuno riusciva a spiegarsi come mai continuasse ad allevarle, conoscendo quanto ne fosse terrorizzato.

Un passo indietro

Akin non le mangiava le galline, né ne consumava le uova, anche se ogni settimana la fila di chi aveva fame si allungava davanti casa sua.

Ognuno portava via una gallina e delle uova, in Kenya il cibo non era mai abbastanza e Akin e suo padre Ayodele lo sapevano bene.

La povertà si impastava alla fatica e le galline erano diventate un’arma da utilizzare proprio per contrastare qualsiasi minaccia e qualsiasi carestia.

Alle galline mai sarebbe mancato il cibo.

Akin aveva promesso al padre, in punto di morte, che mai avrebbe rivelato a cosa servissero per davvero le galline, lui che le temeva ma che ne aveva testato l’efficacia durante uno dei peggiori momenti della loro vita, quando tutto sembrava perduto, e non era rimasta nemmeno una pianta di tè, mentre le poche pecore che possedevano venivano divorate dai vermi sotto il sole caldo e impietoso, dopo essere state svuotate dalla fame.

La strage

La morte, la puzza e l’impotenza erano diventate il condimento delle loro giornate, mentre tutt’intorno non cresceva più nemmeno un filo d’erba.

Fu a quel punto che si accorsero dell’esistenza di un unico spazio ancora vivo, verde. Era lo spazio che occupavano le tre galline, galline che Ayodele aveva acquistato qualche settimana prima al mercato del bestiame a Nairobi, più interessato al loro piumaggio che alla loro carne e alle loro uova.

Cavallette

La prima volta che Akin aveva visto le cavallette pensava fossero grilli.

Ne aveva anche imprigionata una, vedendone cambiare il colore all’improvviso.

Questa cosa lo aveva talmente incuriosito da averne imprigionate altre.

Una volta catturate le cavallette diventavano tutte trasparenti nei barattoli di vetro.

Questa trasformazione incolore ad Akin non piaceva.

Aveva smesso così di catturarle, passava ore a osservarle appese ai fili d’erba, sul terreno, sulle rocce.

Verdi, marroni, rossicce, le ammirava senza immaginare quanto questa sua ammirazione fosse malriposta.

Ci pensò suo padre a risvegliarlo dal sogno.

“Dammi una mano, non vedi che stanno distruggendo tutto ciò che è intorno a noi?” – gli disse Ayodele

Fu una folgorazione.

Si passò una mano sugli occhi, occhi che come per incanto si snebbiarono, e mise a fuoco che il colore cangiante così le loro forme differenti erano solo un modo di distrarlo.

Le cavallette crescevano a dismisura, mentre intorno a loro tutto veniva distrutto.

Si avvicinò al padre e l’immagine della gallina, il suo incubo più di quanto non lo fossero le cavallette in quel momento, gli tornò in mente, lo guardò e lo trascinò nell’unico pezzo di terra ancora verde, quello dove le galline si aggiravano indisturbate e dove non c’era nessuna traccia delle cavallette.

“Guarda, qui non ce ne sono, hai fatto bene ad acquistarle”- gli disse.

Ayodele capì che suo figlio aveva ragione, non avrebbe potuto salvare il raccolto ma poteva impedire che le cavallette potessero tornare a distruggerlo.

Il giorno dopo andò a Nairobi con il tuk tuk e comprò venti galline, barattandole con il tè rimasto.

Tornato a casa lasciò le galline libere di andare dappertutto, sentendosi invincibile nonostante il danno subito.

La guerra

La nuvola compatta si stava avvicinando verso casa, Akin la stava aspettando compiaciuto.

Si sedette nel patio e iniziò a sudare, in attesa di assistere a quella che sarebbe stata la battaglia più feroce della sua vita.

Quel luogo che aveva iniziato a a costruire da bambino lo faceva sentire al sicuro.

Con gli anni era diventato un forte inespugnabile.

Le cavallette incominciarono ad avanzare sempre più compatte e iniziarono a posarsi sulle piante, sul terreno, dappertutto, come se lo spazio nel quale si trovavano fosse il loro.

Akin sapeva bene quanto fosse sbagliata questa loro convinzione e come da lì a poco lo scenario sarebbe cambiato.

Gli animali di fronte alle avversità diventano feroci, tutti, al punto da potere ribaltare qualsiasi situazione.

A mano a mano che lo sciame di cavallette si confuse con il mondo intorno sembrò che tutto si fosse fermato, e che quell’invasione avrebbe cambiato per sempre ogni cosa.

Fu un attimo, lungo e utile solo per rassicurare le cavallette.

Giusto il tempo di farle planare.

Le galline apparvero con una tale rapidità da sembrare possedute.

Correvano all’impazzata, ordinate e sicure come se si fossero date un segnale.

Iniziarono a razzolare tra le piante, prima guardinghe poi sempre più veloci e fameliche.

Akin adesso aveva preso un binocolo per osservare meglio la scena.

A ogni loro zampata e beccata provava lo stesso orrore di quando aveva visto una gallina impuntarsi su suo padre.

Ne era paralizzato, come se tutte quelle galline lo stessero dilaniando, al punto da provare pietà per le cavallette che non avrebbero potuto impugnare una forbice per reciderne il collo, né infilare la coda nel terreno per deporre le uova.

Lo trovarono morto, lì, nel suo rifugio, a guardia le galline.

Delle cavallette non c’era traccia.

Rosaria Fortuna

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