Collasso del Periodo editoriale

La poco previdente narrazione isterica “è un’influenza e poco più”, come un focolaio intellettualistico senza speranza di attecchire, è già un passato imbarazzante.

C’è un momento in World War Z, un inverno tra l’Evento X e Catastrofe conclamata di Yonkers, in cui il pericolo è diventato cronaca lontana, la vita quotidiana continua come sempre, la popolazione va al lavoro e torna a dormire nei suburbs. Sappiamo come finisce questo momento: collettivamente con la battaglia di Yonkers, come individui nel panico disperato e gli zombie che sfondano graziose finestre panoramiche. A quell’inverno del denial ne segue un altro: tra la neve, nelle foreste del nord, borghesi che muoiono di freddo, fame, malattie e violenza.

Ora non ci sono zombie, siamo a Milano. Osterie e ristoranti chic sono pieni, luoghi in cui i tavoli sono attaccati l’uno all’altro, i tetti bassi, il centimetro quadrato è messo a sistema produttivo, il distanziamento sociale è impossibile. Pieni ieri, domani non sappiamo. C’è una graziosa leggerezza nell’affrontare quello che probabilmente è un evento forse da rischio catastrofico globale ovvero quel tipo di evento che cambia radicalmente gli sviluppi futuri. Tutto quello che è grazioso e leggero ha ampio spazio nei calendari editoriali italiani. Siamo pronti a un serie di emotivi, irrilevanti, romanzi borghesi ai tempi del Covid-19. Avranno un certo successo almeno in certe redazioni: derubricare a incidente della vita un evento rilevante è l’ennesimo modo per disinnescare la complessità della narrazione nell’Antropocene. Questa operazione, un certo livello produttivo, un certo tipo di letteratura borghese ha comunque, lo abbiamo detto e ridetto più volte, i giorni contati. Le notizie dell’effetto disruptive dell’Antropocene erano ovunque, stava arrivando perché era già qui, un virus narrativo dalle capacità distruttive-creative, ma la scrittrice e lo scrittore italiano continuavano come se nulla fosse la routine di tornare a casa e del romanzo dell’Età dei sentimenti. Adesso quei romanzi rimangono sugli scaffali, più di prima.

Nessuna Schadenfreude è possibile. Il survivalista, anche il più preparato, ha poco tempo per raccontarsi di essere stato bravo di fronte al collasso realizzato. Sa benissimo che il crollo della società, il panico e la disperazione del vicino impreparato, il fato delle forme delle autorità riconosciute come di altri più o meno labili costrutti sociali, colpirà anche lui.

Molti romanzi, di vario genere, baciati più o meno dal talento, letterari oppure no, libri la cui promozione è già iniziata o comincerà a breve, ora, adesso nel mondo delle librerie evacuate, dei saloni del libro annullati in tutta Europa, di calendari di presentazioni che collassano cancellate una dopo l’altra, le speranze di essere conosciuti e letti, i programmi di lavoro editoriale che sono un conto senza l’Oste del virus nuovo, investimenti intellettuali e finanziari senza alcun possibile ritorno, senza bisogno di sfogliarli, sappiamo: sono opere di un’altra epoca, di un altro mondo, uno in cui abbiamo vissuto e di cui è impossibile quindi avere curiosità. Sono vecchi senza essere nati, tutti, nessuno escluso, romanzi di una barca immaginifica che stava già affondando, scafi crepati da cantieri stanchi, sfiduciati, incapaci di intercettare quello che era evidente: il mare è in tempesta, una burrasca che non abbiamo mai visto.

Sembra che le scuole verranno chiuse in tutto il paese. Qualcuno potrebbe dire finalmente. C’è una storia di due bambini piccoli, di genitori bizzarri iperistruiti, che si sostituiscono all’istituzione scuola e agli insegnanti. I genitori si alternano nell’insegnamento a casa, aggiungono al nuovo programma domestico alternativo aneddoti e materie ulteriori, avanzate. I rudimenti dell’antropologia, la geografia come immaginario, lo spettro del collasso nella storia, chimica inorganica a bambini in età da scuola elementare. I bambini e i loro disegni strani, crescendo, diventano uno scrittore e il primo generale a tre stelle donna. Questa però è una fiction d’eccezione, la realtà è un vulnus devastante e non mitigato alla già fragile prospettiva di crescita intellettuale italiana. La necessità di questa misura nel terrificante trade-off sul futuro è un esempio delle scelte tragiche nell’Antropocene.

Questa non è una crisi ma una transizione a un nuovo stato ordinativo delle strutture. Quanto tempo durerà l’allarme sul Covid-19? Non lo sappiamo davvero. Quello che sappiamo e va detto: non sarà breve. La prospettiva temporale per la fine dello stato d’emergenza de facto non va discusso ed elaborato in settimane ma in mesi ed anni. Dire settimane, una settimana, è scaramanzia della parola. Lo scenario di mesi e un anno è una medicina amara che va accettata in una preparazione tardiva che comunque prepara al dopo.

Ballard, già al successo, si lamentava in Extreme Metaphors dei tempi del lavoro editoriale. Un libro si consegnava e usciva nelle librerie dopo mesi e mesi, più volte “molti viaggi verso la luna e ritorno”. Rischiava un romanzo di non prendere il tempo nel reale. Romanzi lanciati in questi giorni sono navette che in un’orbita di ritorno non trovano nessun pianeta su cui atterrare. Solo pochi mesi prima l’inerzia dei sistemi complessi editoriali riuscivano comunque a organizzare atterraggi, più o meno fortunati. Se la letteratura e relativa transizione in oggetto libro ha dei tempi di elaborazione non eludibili, allo stesso tempo ignorare che questi tempi sono adeguati al Novecento è un’ennesima forma di denial sui tempi accelerati della contemporaneità nell’Antropocene. Siamo pronti a instant book raffazzonati, il cui contenuto informativo può essere di maggiore o minore rilevanza. Lo scenario delle prossime settimane per la letteratura e la narrativa è uno soltanto oscuro invece. Dove sono i romanzi italiani sulla peste, sulla pandemia nell’Antropocene, sull’animalità, quelli che trasferiscono al lettore immagini in scene, le metafore dell’Età della Catastrofe, dei futuri possibili, dei crolli della realtà? Di romanzi dell’epidemia di anime infastidite dal non poter andare al ristorante non c’è davvero bisogno.

Nel paese del distopico di maniera, della quasi totale assenza di fantascienza di qualità, del romanzo borghese della nevrosi e della provincia, della letteratura come esercizio di stile, degli investigatori depressi e i loro serial killer meccanici – tutti stranded asset ripetitivi e narcotizzanti -, un paese in una crisi globale in cui il distanziamento sociale è necessario e l’annientamento finale dei consumi culturali procede sembra senza risparmio, quanto durerà l’entusiasmo per l’ultima uscita editoriale da parte dei lettori superstiti? Una popolazione che è provata dalle misure di contenimento quale metafora può trarre da questi romanzi vecchi e adesso inaspettatamente diventati decrepiti? Il riconoscimento del lettore nel romanzo che legge è uno dei piaceri della letteratura, la metafora giusta è uno specchio, ma quelle proposte dal romanzo dell’Età dei sentimenti, già opache, adesso sono del tutto irrilevanti.

I compiti della scrittrice e dello scrittore capace, fuori dall’immaginario editoriale, sono quelli di proporre shift di paradigmi, mostrare come e quando si formano, intercettare le parole chiave del flusso informativo e posizionarsi rispetto ad esso, provvedere a una visione del futuro. Si può fare letteratura così, l’unico modo per davvero creare debiti tra il lettore e lo scrittore.

“È un influenza o poco più” dice lo scrittorino. Noi pensiamo sia il suo collasso. Vittima del sistema quanto del proprio ego lo scrittorino ha disertato i suoi compiti di scrittore. L’idea di inserirsi nella massa, fare quello che fanno gli altri, partecipare alla politica della forza bruta dei grandi numeri delle uscite per raccogliere comunque pochissimo in tantissimi, è un’idea contro il principio di realtà. Singoli soli di fronte alla pagina, un file come tanti altri nella macchina della filiera editoriale, accettando contratti senza impegno, senza uno straccio di piattaforma culturale se non nel fugazi della parola “letteratura”, magari in giro per l’Italia per librerie a proprie spese, con anticipi inesistenti o puramente sulla carta, sono e saranno le prime vittime del collasso. Impossibilitati dal palco delle presentazioni nel paese sotto contenimento non potranno raccontarci la storia delle proprie speranze, cosa abbia voluto dire per loro scrivere, il senso di elezione che li ha portati fuori dalla massa del pubblico e lì ad avere una voce, citare maestri immaginari morti, sentimenti, sentimenti, sentimenti in un pianeta che si riscalda, nel distacco dalla realtà, senza un tema di qualsivoglia interesse. Già non li piangiamo. Continuare a fare le stesse cose-romanzi per ottenere un risultato diverso dal solito era stupido prima, impossibile adesso.

Nello scenario dei mesi e degli anni strutture fragili editoriali con altrettante fragili piattaforme del letterario stanno subendo e ancora subiranno lo stressor ulteriore del contenimento del Covid-19. Come venderanno prodotti inattuali come i romanzi dell’Età dei sentimenti in calendario? Se, come dice Taleb, l’antifragile prospera sotto certe dosi di imprevedibilità, il fragile invece collassa del tutto. Chiuderanno case editrici di piccola e media grandezza, quelle della comunicazione come show, con davvero pochi libri di cui vantarsi dopo la caduta. Il fallimento non ha una connotazione morale, è un incidente del business; lasciarsi dietro una legacy di valore, di tentativi arditi, fuori dal business as usual è però un’altra storia, triste ma senza scuse e pacche sulle spalle. I piccoli editori temprati, dinamici, curiosi, davvero indipendenti dal sistema della distribuzione si troveranno in difficoltà, una però di magnitudine diversa ma elaborabile nella crisi del contenimento e dopo. I grandi gruppi, quelli too big to fail, sono un’incognita, una che è possibile elaborare davvero su quanti mesi di recessione globale all’orizzonte ci aspetta. Ogni loro azione avrà effetti sistemici, nello spettro della contrazione ordinata come del crollo devastante.

In ogni caso saranno gli autori e le autrici dai numeri bassi, diventati numeri, indistinguibili davvero perché senza bandiere e piattaforme tematiche diventati essi stessi numeri, a subire. I portatori di stranded asset tematici, una folla, si potrebbero davvero ritrovare decimati. Investimenti di miliardi di dollari sono considerati adesso un rischio finanziario nell’Antropocene, pensare che non succeda a libri e autori è risibile. La contrazione delle uscite editoriali in diretta relazione con il crunch delle vendite nel periodo di contenimento avverrà presto, forse i più avveduti tra gli editoriali hanno già cominciato. I contratti a titolo quasi non oneroso, che non prevedono anticipi e non quantificano quindi un primo immediato danno, sono i primi a essere a rischio. Altri però seguiranno.

È la profezia ballardiana, scrittorini. Certe letterature saranno, sono già, prodotti per antiquari. La letteratura di genere di qualità che si nutre delle scelte tragiche nell’Antropocene è qui per rimanere.

Nel 2008 molti editoriali hanno perso il lavoro, tantissimi altri hanno subito una transizione verso un fake libero impiego ovvero sono diventati partite Iva. Questi fake freelancer, spesso sempre presenti in redazione, sono ovviamente i primi a rischiare. Non ci sarà bisogno di loro, il licenziamento come parola cancellato. Senza vere tutele, senza “malattia pagata”. Citavamo il 2008, in quel periodo comincia anche l’esplosione dei corsi di scrittura, delle scuole di scrittura creativa. L’aumento dei passaggi di filiera dall’aspirante all’editore è stato enorme, il costo dello scouting, delle letture, sono stati spostati dall’editore all’aspirante. Un nuovo mercato, nuovi bisogni, come l’editing-prima-dell’editing, “a reti unificate” sono stati raccontati come necessità con l’obiettivo di riassorbire forza lavoro intellettuale più o meno qualificata. Ricordiamo che siamo solo all’inizio delle politiche di contenimento del Covid-19. Si sta anche formando un’etica del contenimento in cui si assegna un valore negativo per le riunioni di gruppo, comunque essenziali per le scuole di scrittura. “There were eighty million artists, blackjack dealers, documentary filmmakers, florists, and fellow sociology majors who were very sorry they’d followed theirs hearts“, scrive Will McIntosh nell’inedito in Italia Soft apocalypse. Adesso non c’è più nessuno per esternalizzare costi. Tutte le soluzioni di successo sono nell’indagare le possibili asimmetrie, qualcosa di molto difficile per la mente umanista convenzionale che raschia il fondo del barile.

Sarebbe anche il momento per i librai indipendenti di prepararsi a rivedere i propri contratti con editori e distributori. Il libraio indipendente è un altro attore debole, portatore di costi fissi non derogabili, quello che “accende le luci” del negozio e la luce su un libro. È anche colei o colui che rischia il contagio costretto al contatto con il pubblico – poco male se giovane, non ideale se avanti con gli anni -. I librai sono i frontman della crisi del consumo culturale, sono i primi a vederlo nell’incasso giornaliero, trasmettono il terremoto lento verso editori e distributori nei rapporti mensili e trimestrali. Devono salvarsi e vanno salvati ma devono anche salvarsi da soli. I contratti che hanno, sottoscritti fuori dalla finestra di opportunità negativa dell’emergenza Covid-19, non sono adeguati alla realtà. Rivedere percentuali, tempi di pagamento era essenziale ieri, domani potrebbe essere troppo tardi. Chi scrive non è esperto di editoria, non ha mai lavorato al suo interno, come manager e uomo d’affari ha avuto momenti di gloria e crolli catastrofici. Allo stesso tempo chi dice che un accordo non possa essere adeguato a momenti di crisi parla a nome di un sistema pronto a una caduta catastrofica, che pensa di vivere in un regime di specialità. Un sistema che è incapace di gestire una crisi, di modificare clausole e standard è fragile e destinato a crollare. Una soluzione top-down è inutile o alla peggio dannosa perché in distacco dalla realtà. Provo a ricordare le questioni sulla recente riforma del mercato del libro, ecco un esempio di salvezza top-down.

Tutte le narrazioni del collasso in qualche modo tendono a concludersi con una luce alla fine del tunnel. Possibile è anche che il sistema regga, il contenimento abbia successo in tutta Europa, la primavera e l’estate cancellino il brutto sogno. Nel bunker i libri sono essenziali, quasi quanto un generatore, forse nel medio periodo persino più importanti. Una crisi superata porta a un miglioramento, il rilancio verso un’era migliore dopo la fine della Curva di Seneca, è un’altra storia del collasso. Ancora una è quella del grande miglioramento delle condizioni dei lavoratori dopo la Peste nera. Già abbiamo detto, riprendendo Acemoğlu, che in realtà questo fu vero in una parte d’Europa, un mito altrove. La differenza tra un vero rinnovamento e una ulteriore degradazione si decide adesso. Niente è peggio delle possibilità sprecate, danni irreparabili colgono chi non sfrutta le crisi per migliorarsi come comunità in una più seria, resistente, che intercetta. Visto con le lenti dell’Antropocene sistemi e comunità che non si adattano creativamente sono colpevoli della propria caduta.

Fiction is action, ricordiamolo.

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