Nel crollo delle certezze

Inizia con un commento a un post di Matteo Meschiari:

“Il Victoria (Australia) ha dichiarato lo stato di emergenza. Con due mesi d’anticipo mi dileguo. Lascio il lavoro di campo per tornare al caldo prima che chiudano i confini tra gli stati. In principio era la siccità, poi gli incendi, dopo le inondazioni. O erano prima le inondazioni? Quelle di Venezia. Da uno stato d’emergenza all’altro, la ‘normalità’ è lo stato di calamità a cui faccio fatica ad abituarmi. Mi vengono i brividi, a tratti ho il cuore in gola. È stato un po’ come scappare consciamente e, avendo protetto i diari nella borsa, ho ficcato qualche pezzo di carta con una penna in tasca. Son pur sempre migliaia di chilometri di viaggio attraverso un territorio sconosciuto. Appunti. Pecore. Grano che cresceva. Comunità rurali e aborigeni. Motel anni ’70. Bottigliette gel antigermi. Due emu. No mugs because of corona virus, just take away cups. Strade dove si mangia polvere. Distese di terra appiattita. Suolo rosso. Vulcanica. La radio parla di possibilità di lockdown per 18 mesi. Una madre si chiede se rivedrà sua figlia. Ieri questo non ce lo immaginavamo. E domani come lo immagino? Leggo questo post, giro il mio pezzetto di carta e leggo…”

La traccia di una coincidenza. La coincidenza di essere connessi al momento giusto. Di stare scorrendo le notizie di facebook durante un viaggio in macchina di 1700km. Per sentirsi più vicina. Per vedere come si sta in Italia. Da Daylesford a Brisbane, le notizie di facebook scorrono come i frammenti di paesaggio dal finestrino alla mia sinistra. Seymour, Forbes, Parkes, Dubbo, West Wyalong, Wagga Wagga. Nomi di luoghi che non ho visto. Attraverso. Notizia, articolo, post, messaggio whatsapp, audio. Nomi di comunicazioni che non ho avuto. Passo. D’un colpo arrivano, alla mente e al corpo, i segni di un cambiamento che non avevo immaginato. O forse sì. Ricordo le parole che ripetevo a mia madre qualche anno fa. Stavo avviando la mia transizione verso una vita più conscia e responsabile. Diventare un essere consapevolmente ecologico. Dovevo definirla e reiterarla il più che potevo per convincermene. E provavo una sorta d’eccitazione oscura nel dirle che immaginavo che quando avrei avuto la sua età potesse non esserci molta acqua a disposizione, che una parte d’umanità sarebbe stata robotizzata, che non avremmo saputo come relazionarci in persona. In fondo, ricordo, sentivo l’adrenalina della convinzione (o era una speranza?) di trovarmi sul cammino giusto per potermi mettere al riparo, o per lo meno per poter aumentare la mia resilienza, una volta che il collasso sarebbe stato all’ordine del giorno. Il collasso di chi? Quello che allora non afferravo con entrambe le mani è che il rifugio fisico non può molto senza le capanne mentali. Quello che oggi afferro è che quelle frasi erano le basi di capanne in cui cullare pensieri di scenari diversi da quelli che vorrei. Protezione. E se i soldi che risparmio domani non valessero più? Lo immagino. Vuoto. Certo, immagino anche che il crollo del sistema capitalista potrebbe condurre verso luoghi di scambio migliori. Possibilità eutopiche. Eppure, mi preparo mentalmente a vivere ciò che accadde a una parente settant’anni fa. Che sensazione provò quando potè comprare una porta con i denari della vendita di una casa? Non credo di essere pronta. Dieback, deforestazione, Macquarie river, Armidale, SNOW SIGN silver, Great Dividing Range, Tooraweenah National Park. Musica Twist e traffico/calore. Rhapsodie di Brahms. Coonabarabran. La relazione con l’acqua. Scrivere della cerimonia con gli alberi e il fuoco la notte prima della partenza. Gunnedah. Vedo nonumani morti. Canguri che non ce l’hanno fatta. Due gazze. Facciamo la corsa ad ostacoli coi corvi. E gli insetti che si spiaccicano al parabrezza mentre cala la sera. L’ultima cena. Non c’è etica per loro. La vita umana a tutti i costi. Ma quale? Quella dei nostri cari. Quella di coloro che la pensano come noi. Noi chi? Noi che abbiamo capito come fare la transizione. Noi che abbiamo maggiori strumenti o privilegi. Noi che siamo giovani, mica quei vecchi che intascano la pensione. Noi che siamo sani e dobbiamo proteggere chi è più bisognoso. Noi che all’armi in caso prendano d’assalto la mia dispensa. Noi che da qualche decade andava tutto bene all’occidente. Scappo dall’abominazione di parole da cui non cresce pianta di collettivo-inclusivo. È vero: scappo anche verso il caldo, dove sarei dovuta rientrare ad ogni modo. Ma il sollievo di lasciare la minoranza mi ha sorpresa. O forse no. Lasciare il sito di permacultura dove, idealmente, avrei potuto avere una quarantena più semplice di quella in città è stato una piuma sul volto. Il sale di una lacrima. Quello che ancora non afferro è come prepararsi al disastro in maniera collettiva. Non compro al supermercato da tre anni. So fare il pane, so piantare, so coltivare, so fermentare, so fare il compost, so adattarmi, so vivere in comunità, so vivere in sistemi non-monetari, so comunicare i miei sentimenti, so sostenere l’economia circolare, so prendermi cura. SO SO SO, e non so niente! Non so niente di quelle donne rinchiuse in casa con uomini violenti. Di quella signora che è morta, solo ombre al seguito del feretro. Di quelli finiti per strada perché non potevano pagare l’affitto. Di quei migranti alle porte d’Europa. Di mia sorella che non può tornare a casa, non lo so come si sente lei. Di mio padre che non sento ed ora mi scrive. Non so niente di cosa significa essere obesi e avere il respiro appeso al filo dei medicinali. Di non aver immaginato un futuro alternativo ed essere spaventati che il cibo finisca al supermercato. In questi giorni ho problemi ad essere positiva. Certo, immagino che non tutti stiano a rinchiudersi impauriti dalla propria morte altro che quella di nonno. Immagino che per tanti stare in casa è un’occasione di rinascita di ritrovare se stessi. Immagino di non esserlo io, impaurita. Non credo di essere all’altezza. Il Great Diving Range, da Sunshine Coast alle Blue Mountains, separa la costa dal resto del paese. Formazioni vulcaniche. Tenterfield, Beardy Waters, Glen Lyon Creek, 7.32 _ 6:32 Queensland! Orella. Eucalipti in variazione. Pink and grey cockatoos, Galah. Stare in macchina su strade ampie, lunghe e semivuote è simile a un’escursione a piedi. C’è spaziotempo per pensare. Per processare. Vedo le rotaie di una vecchia ferrovia. Immagino il treno che ci correva sopra e mi dico che tutto è già cambiato. Alterno momenti di lucidità a momenti in cui il pensiero si sparpaglia. Leggo la tensione crescere in Italia e anticipo come sarà in Australia. Ogni anticipazione nutre il caos, anche se controllato. Ogni anticipazione mi prepara mentalmente alla possibilità di essere reclusi in otto in una casa dove non mi sarei fermata. Penso, penso, mi tormento: se uno dei miei obiettivi è investigare come narrazioni nate da corrispondenza di pensiero e azione possano creare cultura ecologica, oggi più che mai mi domando come si potrebbe declinare questa cultura. Per esempio: in una casa in cui vivono una coppia lesbica australiana con problemi di salute ed un figlio transgender adottato che vuole andare a scuola, un iraniano che due giorni fa ha festeggiato l’inizio del 1399, un argentino scappato dall’inflazione, la cui madre è bloccata in Australia e si incupisce al pensiero di non poter festeggiare il sessasentesimo compleanno di suo marito che l’aspetta in Argentina. Di nuovo vedo le rotaie segno di scomparsa. Poi gli alberi, gli alberi dove son passati i fuochi l’anno scorso. La nuova vegetazione è già cresciuta. Di nuovo ricordo quelle frasi dette a mia madre. Una cosa la tengo stretta: o ci salviamo tutti o non si salva nessuno.

Giulia Lepori

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