Carbone

Mi credi?

Tutta questa storia inizia un giorno prima che il fuoco inizi a mordere le prime case della valle. Quando nel cielo, stretta nelle ultime anse della gola, lungo l’orlo della sottana dei monti, si stagliò nitida la lingua di fiamma più alta che avessimo mai visto. Più alta dei fuochi di primavera nei campi, piramidi di potature ammassate tra gli ansiti da sforzo e le bestemmie di vecchi contadini in pensione. I giornalisti la chiamano “La colonna”, tirano fuori le immagini sgranate registrate da un vecchio telefono ad ogni anniversario. Tra due giorni il file colonnafiamme.mov tornerà in diretta video nazionale per la terza volta e mentre esperti e battone televisive discuteranno dell’evento, tutti i quarantamila superstiti della valle conteranno le pieghe di pelle intirizzita salite fino al collo. Quarantamila menti produrranno il ricordo dell’ultimo giorno normale, grigio, di inesprimibile pigrizia. Ripenseranno a dove si trovavano, cosa stavano mangiando sentendosi in colpa, chi invidiavano incollati al divano o chi stavano raggiungendo, costretti a muoversi sotto il peso di un caldo opprimente. Avrebbe ricordato quei momenti, rimpiangendo il vuoto di qualche ora tra il soffitto della propria stanza al mattino e il presto affacciati! Qualche ora spenta, prima che i canadair cominciassero a rovesciare bombe d’acqua gonfia di pesci, alghe, fango e sabbia, e plastica, una quantità assurda di plastica che bruciava velocissima in microscopiche volute di fumo nero, plastica e acqua gettate da centinaia di metri di altezza nel tentativo di spegnere fiamme ormai alte quanto i tetti delle nostre case.

All’inizio, nella prima sera di emergenza le autorità dichiararono che sarebbe bastato un giorno per mettere in sicurezza il fronte del fuoco. Un mese più tardi un uomo di mezza età in completo grigio, direttore oscuro di un impolverato dipartimento delle emergenze, chiese scusa in tv, offrì dimissioni, conforto e fu tutto. Quando all’alba del terzo giorno di fuoco nella valle salimmo sugli autobus, le fiamme nei riflessi dei finestrini erano così vive da tenerci lontani dai vetri per paura di scottarci, eppure noi ragazzini eravamo ancora convinti che saremmo tornati a casa in capo a settembre, giusto in tempo per rientrare a scuola e maledire chi ci aveva rubato l’estate. Non che me ne importasse qualcosa. Alla fine di quell’anno scolastico mi avevano beccata nel bagno dei maschi con Isaac e Gio, i miei ragazzi, i miei fantastici ragazzi. Una specie di inconsapevole festa di addio, credo. A quel punto la mia reputazione in città continuava a sbattere contro i pettegolezzi come un grosso moscone chiuso in una stanza di vetro.

Dicono che l’odore dell’incendio non sia più andato via. Da un paio di mesi lo raccontano a denti stretti quelli che hanno cominciato a tornare nella valle per la conta dei danni, dopo tre anni dalla colonna di fiamme. Un rappresentante per famiglia, per un tempo massimo di due ore e sotto la stretta sorveglianza dei militari. Li prendono al mattino prima del sorgere del sole, li scaricano di notte. Quando tornano noi ragazzi siamo ancora in giro a smaltire gli ansiolitici dei nostri genitori, il fumo e l’alcol. Scendono dal bus dell’esercito con gli occhi chiusi le palpebre annerite e i capelli arruffati. Sembrano morti e forse lo sono. Qualcuno trema, le mani non si fermano. Dopo il suo turno mio padre non ha parlato per una settimana. Poi una notte dopo aver scopato con mia madre ha cominciato a piangere. Ho pensato che fosse un guaio ma poi ha iniziato a raccontare. «Non c’è niente che non sia l’incendio.» diceva. La luce nella loro stanza doveva essersi accesa, la finestra verso il mare aperta nonostante il freddo becco, sentivo il vento spingere il sale fin sulle lenzuola. «Arrivi al cancello, l’unica entrata possibile, ci sono i soldati nelle baracche, armati. La valle è recintata, filo spinato, reti di acciaio spesso due dita, sul lato esterno una tonsura da monaco: non ci sono alberi né cespugli né erba fino a cento metri di distanza dalla palizzata. Tutto ammazzato e rivoltato dalle ruspe e dai diserbanti. Dentro è una foresta di ombre e stecchi neri. Non puoi camminare fuori dalla strada o bruci, il terreno continua a bruciare, tutto sta ancora bruciando, tre anni dopo. E ti chiedi solo com’è possibile, con cosa ci hanno avvelenato…Più ti avvicini alla gola e più il calore diventa…doloroso.» Nel buio avevo immaginato mio padre alzarsi per bere dalla bottiglia d’acqua che mia madre teneva sempre dalla sua parte. Aveva identificato la nostra casa da un moncone annerito. Per quanto poteva saperne poteva essere la casa di chiunque altro nella valle. Aveva fatto di sì con la testa e firmato un foglio. Erano tornati indietro un solo passo più lenti del panico, come quando ti convinci che qualcuno ti stia inseguendo. Prima di spegnere di nuovo la luce Pa’ aveva parlato un’altra volta. «la neve rotola giù dal cielo in grosse falde marroncine, c’è una nebbia densa. E poi più di ogni cosa è l’odore che ti manda ai matti. È come un urlo e dice: NON DOVETE TORNARE.». Sono passati tre anni, dice mia madre, non torneremo più. Lei non piange mai, la sua voce gorgoglia di rabbia.

Io invece sarei tornata di corsa. Comunque, anche bruciato, intirizzito da esplosioni e agenti chimici il mio posto doveva essere ancora un luogo bellissimo. Facevo una fatica ladra ad arrivarci perché l’unica via era seguire il corso dell’acqua a ritroso, come un grosso salmone rosa, infilandomi tra i cespugli e le pareti di roccia. Ma era lì, duecento metri oltre i graffi e le spine, il gioiello della corona: un’aureola di alte acacie sopra l’orlo della parete di pietra, come una cornice di calcare appoggiata ai margini di un quadro composto da dieci diversi silenzi. C’era il silenzio degli alberi, come il respiro che tieni incastrato nel diaframma e poi ti esce in filamenti sottili sgranati tra i denti. Quello dell’acqua quando il ruscello tirava meno e il gorgoglio suonava come un rutto che sapeva delle patatine al formaggio rubate al bar della Luisa, quello dei sassi che affondavano nella pozza nera e profonda, quella della roccia che mi vedeva nuotare nuda, la pelle rossa per il freddo, ed era il silenzio dell’immobilità. Più di tutti c’era il silenzio dell’aria, l’assenza totale di vento, come una benedizione: il resto della gola era il garage della tramontana e arruffava i capelli anche d’estate. Era il posto più bello del mondo. Ora in questa notte accanto al mare scopro che è diventato la bocca dell’inferno.

Ho rivisto uno che era in classe con me, prima di tutto questo, tre anni fa. Quando due abitanti della valle si incontrano in un bar della costa, uno di quelli nati attorno ai campi, tornano subito all’incendio, scopano con la memoria poi si salutano con due parole. È come tinder, ma con gli effetti della piromania. Ha provato a toccarmi le tette davanti al frigo dei gelati, sulla soglia della stanza in cui cinque vecchi cabinati di videogiochi anni ’80 sono sopravvissuti a quattro decenni di ragazzi. Mi dà della puttana, io gli mostro il medio, se Isaac e Gio fossero qui ti farebbero il culo. A casa non posso neanche nominarli. Ride di me e mi insulta ancora: «Eri la loro puttana, tocca a te cercare la cenere di quei due coglioni.». Vorrei pestarlo. «Vaffanculo. Hai il cazzo piccolo e questo ti rende aggressivo.». Lui si incrina in una smorfia ostile, ma è stanco, qualcosa lo rallenta. Quando comincia a parlare sembra sempre che stia per addormentarsi. Deve essere pieno di farmaci. Sostiene che i pompieri della prima spedizione di ricerca per Isaac e Gio non sono mai riusciti ad arrivare alla gola.

Tutto questo è successo il giorno prima degli incendi. Il giorno in cui io sono entrata nella gola con Isaac e Gio, sono tornata sola in città e non ho detto niente a nessuno.

Il filmato dura un minuto e mezzo. È il file pompieredrone.mov che tra qualche giorno tornerà online e in diretta. La ripresa è in parte disturbata dal calore. Qualche centinaio di metri più in basso la gola sta già bruciando. Gli alberi sono ingialliti dalla luce del giorno, non so bene come sia possibile: sono completamente spogli. Il drone ondeggia un paio di volte, chi guarda trattiene il respiro poi una chiazza lattiginosa satura lo schermo. È il corpo di Adriano G., caposquadra. Gli altri sette uomini che erano con lui sono spariti. La squadra è partita alla volta della gola dopo una segnalazione anonima giunta in caserma, riguardante la scomparsa di due adolescenti. Lo hanno riconosciuto appena il drone ha messo a fuoco l’immagine. Adriano G. è nudo, il pisello esposto, la bocca spalancata e il volto devastato. Lo riconoscono dai tatuaggi, il tg dice che ne aveva almeno una ventina, un grande appassionato. Dissolvenza, stacco sull’inviato nel terzo anniversario dell’incendio della valle. Indossa una giacca blu abbinata ad una faccia triste e solenne.

Sono salita da sola nella gola ogni volta, tranne la prima e l’ultima. Ho scoperto quel posto il giorno del mio decimo compleanno. Un regalo di mia nonna. Lei si spogliò rimanendo in costume intero di maglia rossa, e cadde giù dalla roccia come un fuso nell’acqua. Per tre respiri fui certa che fosse rimasta intrappolata sul fondo. Più tardi mi accoccolai contro il suo fianco. Un mese dopo era morta. Così quando mi mancava cadevo in acqua come le avevo visto fare, e aspettavo nel buio e nel torbido il tempo di tre respiri, poi scaldavo la mia schiena contro le rocce cotte dal sole e il mondo assumeva i contorni di un grosso abbraccio alla terra. L’ultima volta è stata quando Isaac ha provato a portarmi via da Gio. Io non ho saputo scegliere. «Battetevi per me.». Ho solo detto questo.

C’è un terzo video che da tre anni accompagna le celebrazioni dell’incendio. Quando le musiche marziali per i cinquemila e duecento sei scomparsi ufficiali finiscono, quando il colophon con i loro nomi schizza via a una velocità inumana per quattro intensi e insignificanti minuti oltre gli schermi delle tv, quando si spegne l’eco delle testimonianze e il dolore degrada fino a infastidire le persone poco più di un forte odore nella stanza, viene condiviso nuovamente figurafiamme.mov. sui social network. L’immagine è mossa. Una ripresa da un elicottero, in fondo a sinistra il logo della protezione civile. Le fiamme si alzano per decine di metri, si srotolano come fruste per abbattersi di nuovo sulle case. Il centro cittadino è troppo pericoloso: vediamo il campanile della cattedrale esplodere come una torre di tessere del domino ma è una figura sullo sfondo dell’affresco, mentre intorno guizzano ovunque fiamme. Si sentono i piloti puntare alla gola. «Viene da lì.» Gracchia uno dei due mentre l’altro lo zittisce eccitando orde di appassionati e teorici della cospirazione. Ma la gola pulsa di calore, l’elicottero rischia di cadere, due, tre volte. La figura appare quando lo schianto è inevitabile. Pausa. Ha una forma umana ma il suo corpo è annerito, bruciato, carbonizzato. Eppure è visibilmente vivo, accovacciato sul grosso ramo di una quercia carbonizzata. L’inquadratura si stringe. Gli occhi sono braci ardenti, le labbra sono uno strappo di carne porpora. Urla contro, dentro, l’inquadratura. Schianto. È un falso dicono le autorità, è la verità incarnata dicono i complottisti. È pareidolia, una forma umana che cerchiamo dove non c’è altro che assenza di vita. Nell’elicottero accartocciato sono morti la vittima accertata centotre e centoquattro. Fino al cinquecento ci sono i soccorritori, da lì in avanti i civili. Isaac è al numero tremila e qualcosa, Gio si trova intorno al quattromila. Li hanno separati ma erano insieme l’ultima volta che li ho visti.

«Battetevi per me, ho detto.». Non l’hanno visto, troppo impegnati a combattere. Non l’ho sentito, così presa dallo spettacolo. Il mio ricordo scarta di quattro o cinque secondi, resta solo la pelle che si accartoccia e un fiotto di bile che mi esplode in gola. Mi passa accanto senza degnarmi di uno sguardo. È alto almeno due metri. La pelle è un carbone fuligginoso e secco, i suoi grossi piedi senza dita lasciano impronte di cenere, emette un suono come di braci schiantate dal peso di altra legna nel camino, punta i ragazzi, i miei fantastici ragazzi, e ringhia del ringhio sordo delle fiamme incontrollate. Ora, a distanza di tre anni, so che l’odore che ha sentito mio padre appartiene all’essere che mi ha appena ignorata. Isaac è sempre stato il più coraggioso dei due, passa oltre Giorgio, carica e colpisce la figura con un sasso, mi urla di andarmene, di fuggire. Ma è anche il meno determinato: quando il terzo sasso sparisce nella creatura, resta incerto a guardare il punto migliore da cui tentare una fuga. Pausa. Io non posso sapere cosa sia accaduto da lì in avanti perché sto rotolando nel torrente, scivolo, afferro un ramo batto la testa, poi sono oltre lo scroscio del salto, quattro metri più in basso, mentre mi allontano dalla gola non posso fare a meno di sorridere agli insetti che navigano sopra il pelo dell’acqua.

Gio ha alzato il bastone nella posta di falcone medievale ma la bestia non gli ha lasciato tempo. È entrata dentro di lui, lo ha preso, infettato. Gio brucia dall’interno, non ha paura, mentre guarda senza riconoscerlo Isaac che cerca un buco in cui infilare la testa e piange. Passano pochi minuti. Ora Gio è nato di nuovo, è debole e carbonizzato. L’essere che l’ha generato lo spinge da Isaac. Gio si specchia nella paura del suo più vecchio amico. Ha quindici anni umani e pochi minuti vissuti in questa nuova forma. Vede i suoi occhi, che sono brace di legna spessa, negli occhi verdi di Isaac, prima di spegnerlo. Osserva il corpo dell’amico bruciare e indurirsi. Conta fino a cento, a ottanta Isaac è diventato uguale a lui. È sempre stato quello veloce. Poi tornano dalla creatura. Al suo cenno si infilano in uno squarcio nella roccia, in attesa. Il giorno dopo arrivano i pompieri, tutti diventano loro fratelli, tutti tranne uno: il caposquadra Adriano G. muore d’infarto prima che il processo abbia trovato il giusto compimento. Ora sono una famiglia. La creatura soffia nel palmo delle sue mani, Isaac, Gio e i pompieri con loro, uniti in una melodia sorda di scoppi: la colonna di fuoco cresce, fino a vivere di vita propria. Isaac indica le cime oltre la gola ma la creatura si oppone. Non oltre la valle, è alla loro casa che sono vincolati. Ma i due ragazzi stanno perdendo la memoria. Non ricordano i loro nomi, nel giro di un giorno scordano le parole degli uomini: hanno imparato a muovere le lingue di fuoco per comunicare, lasciare messaggi nei carboni per i loro simili che cacciano nella valle. Quando Isaac sale sul ramo non ricorda come si chiami la cosa che vola. Ringhia forte contro di lei. Poi la cosa muore in una canzone di fuoco. Apro gli occhi e sento mio padre piangere.

«Non è vero che è tutto morto. Il fuoco brucia ancora. La terra è bollente. E hai sempre questa sensazione.». Mio padre si alza dal letto. È passata una settimana dal riconoscimento di casa nostra nella valle del fuoco eterno. È così che la chiamano ora. Fa un certo effetto presentarsi e dire che vieni da lì. La gente ti guarda con un misto di rispetto e diffidenza ma del tipo che riserveresti solo a chi è colpito da una maledizione. Sono le tre del mattino e il pianto di mio padre nel sonno mi ha staccato dall’abbraccio nero e caldo di Isaac e Gio, nel sogno che sogno ogni notte mi chiamano, io brucio con loro. Lo sento ciabattare fino all’altro lato della stanza, afferra la bottiglia di plastica e lappa un lungo sorso con un verso da cane. Le mie sorelle, accanto a me, stanno dormendo, dall’altro lato della parete di cartongesso mia madre resta in silenzio. Sta calcolando le probabilità che ha di farcela senza mio padre, lo ha dato già per perso. Ha sentito le storie dei primi a tornare indietro, finiti tutti giù dai balconi. Mio padre riprende a parlare. «La sensazione che qualcosa ti stia seguendo, metro dopo metro, e più ti avvicini alla gola e più occhi ti sembra di avere addosso. Centinaia di occhi, centinaia di respiri trattenuti. Mi credi?». Sì. Ti credo. I miei ragazzi, i miei fantastici ragazzi.

Giacomo Faramelli

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