La spesa è veicolo di infezione? (fenomenologia del supermercato)

Simulazione

Immaginate una persona contagiata da Covid-19 che entra in supermercato. Ha i guanti e la mascherina, non tossisce ed è asintomatica. Ma infilandosi i guanti dopo essersi toccata il naso non li ha poi disinfettati, quindi è come se fosse a mani nude. Immaginate adesso che il virus sia inchiostro rosso sui suoi guanti. La persona entra e tocca la barra del carrello della spesa: il carrello della spesa è ora macchiato di rosso. La persona va al reparto frutta e prima di trovare la vaschetta incellofanata di banane che vuole veramente ne sposta altre 3: 3 vaschette macchiate di rosso oltre alla sua. Moltiplicate questo gesto per 20 articoli: diciamo che alla fine ci saranno 40 articoli macchiati di rosso a disposizione dei prossimi clienti. Poi la persona in questione va alla cassa. La cassiera passa tutti i 20 articoli, toccandoli naturalmente: i guanti della cassiera sono macchiati di rosso. Ovviamente alla fine dell’itinerario il rosso sarà un po’ sbiadito, “dimezzato”, ma qualcosa di rosso c’è. Ora, se il virus resiste su una superficie anche solo per 45 minuti, il principio aureo del metro di distanza non è sufficiente, perché non è improbabile che il cliente successivo tocchi un prodotto macchiato di rosso. Questo modello prevede un solo individuo con le mani rosse, ma forse gli individui con le mani rosse sono più di uno. Immaginiamo adesso che la persistenza di Covid-19 sulle superfici sia maggiore, come pare che sia, e che gli individui infettati siano più di uno al giorno: praticamente non esisterà un solo momento dall’apertura alla chiusura del supermercato in cui il virus sia assente. Non importa che certe cose siano più rosse di altre (carrelli, cestelli, sportelli, maniglie, tastiere, POS), quello che importa è che in presenza di persone che toccano, il rosso si trasmette. Non solo grazie al malato, ma anche grazie ai dipendenti, che ora stanno alle casse ora riordinano e riforniscono gli scaffali dopo aver toccato prodotti macchiati di rosso, bancomat e carte di credito macchiate di rosso, carrelli macchiati di rosso. La morale è semplice: ragionare per statistiche e probabilità, in questo caso, è fallace. E inoltre non basta limitarsi a evitare le cose potenzialmente più rosse, perché il singolo contatto con una cosa tenuemente rossa è già sufficiente per la trasmissione. Chi dunque evita accuratamente le maniglie nei luoghi pubblici ma a casa non disinfetta i prodotti acquistati si sta affidando al pensiero magico. È vero che una maniglia viene toccata da tutti e quel dato prodotto statisticamente meno, ma come si può esserne certi? Se il prodotto è rosso allora è rosso. Punto. Detto altrimenti, Il principio del contagio da contatto è del tipo 1 a 1: se tocchi una cosa macchiata di rosso e poi ti tocchi la faccia sei a rischio contagio, perché anche se la persistenza del virus e la frequenza dei contatti sono variabili, la probabilità di portare a casa oggetti macchiati di rosso è sempre la stessa: il 100%. Perché? Perché TUTTI i prodotti, rossi e non, passano dalla cassa, tra le mani delle cassiere, quindi alla fine sono tutti rossi. L’unica possibilità che non sia così è che nessuna persona contaminata sia entrata nel supermercato. Ma se invece è entrata, non saranno rossi solo i prodotti acquistati, ma saranno rossi i volti e i nasi dei clienti tornati a casa se non adotteranno un protocollo adeguato di svestizione e disinfezione delle mani. Questo tipo di contagio non è un mito o un rito: si chiama trasmissione da fomiti. Se fosse Ebola nessuno ragionerebbe con due pesi e due misure. Poi, certo, si può decidere di non pensarci troppo perché è un grandissimo sbattimento sanitarizzare tutto, ma questa è un’altra storia.

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Discussione

Qualcuno, sulla stampa e sui social, denunciando di fatto la propria stanchezza verso protocolli che vorrebbe vedere magicamente scomparire anziché intensificarsi, ironizza su misure sanitarie “eccessive” e, per definirle tali, invoca senza numeri il principio per cui “è statisticamente improbabile” che il contagio possa avvenire attraverso il contatto con alimenti, libri, oggetti quotidiani. “Bisognerebbe che qualcuno ci avesse starnutito sopra”… e giù la risata. Chi ironizza in questo modo (in genere gli stessi che “è solo un’influenza”, “il tasso di mortalità è bassissimo”, “ogni anno la gente muore di raffreddore”, “muoiono solo i vecchi”, “le mascherine sono inutili”…) fa anche sarcasmo sul “protocollo del falso positivo”: io disinfetto tutto, se poi non c’era niente di contaminato è comunque meglio essere cauti che rischiare… Il protocollo del falso positivo, che fa ridere tanti eroi, non ha solo permesso a Homo sapiens di sopravvivere rendendo gli umani sì fifoni e ansiosi ma anche prudenti, ma è un comportamento in grado di allenarci in previsione di scenari futuri. Possiamo forse sperare che la Quarantena finisca come un incubo e lasciarci tutto alle spalle, ma sarebbe molto ingenuo pensare che la nostra specie sia veramente al riparo da nuove minacce. Magari disinfettare la spesa è roba da fifoni paranoici (non ci giurerei) ma adottare dei protocolli seri significa metabolizzare dei gesti che potrebbero risultare utili in un domani non troppo lontano, che ci piaccia o no. Dobbiamo forse ricordare che per la SARS (diffusasi nel 2002-2003) non esiste ancora un vaccino? Dobbiamo insistere sul fatto che non esiste un solo tipo di Coronavirus? Entrare nel mindset della Pandemia in un Antropocene che promette situazioni di maggiore stress globale, più che una coglionaggine da prepper potrebbe rivelarsi uno skill. Magari amiamo l’idea di un mondo salvo, pulito, rilassato, ma non è questo il mondo nel 2020.

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AGGIORNAMENTO

Tra commenti e discussioni su questo articolo sono emersi alcuni punti integrativi:

  1. Il pezzo qui sopra non parla di una catena di contatti in sequenza che dimezzano la carica virale a ogni passaggio ad infinitum, al contrario dice che un singolo malato tocca N oggetti che restano sugli scaffali. Il rapporto è 1 a 1. Dall’oggetto contaminato al cliente successivo. L’individuo infetto poi tocca gli oggetti che sceglie e li passa alla cassiera che li tocca. Qui sono due passaggi: dal malato alla cassiera e dalla cassiera (che tocca 20 oggetti contaminati non 1…) al cliente successivo. Ovviamente il virus non è vernice e non resiste per sempre, ma in assenza di dati certi non è ragionevole passare da questo modello “massimo” (questo articolo) al modello “minimo” (zero possibilità di trasmissione). Il ragionamento della simulazione è un altro: se prendi la scatoletta “rossa” (e non puoi saperlo se è rossa o no) il rischio esiste. Quindi è preferibile cautelarsi piuttosto che giocare alla roulette. Ogni forma di azzardo irrazionale è pensiero magico.
  2. Non c’è bisogno che A, infettato, lecchi una banana per contaminarla e che B la mangi con la buccia per infettarsi. Basta che A tocchi la banana con mani infette (ad esempio dopo essersi asciugato il naso) e che B tocchi la stessa banana e poi si tocchi la faccia. Non è un meccanismo “improbabile”. La carica virale delle superfici non è quantificata in modo certo, ma la raccomandazione condivisa di lavarsi spesso le mani, di disinfettare le chiavi, il cellulare, il volante dell’auto, le maniglie indicano una preoccupazione dell’OMS che ha fondamento anche in assenza di dati definitivi. Il fatto che la prima fonte di diffusione del contagio siano droplet e aerosol, non significa che le superfici siano innocue.
  3. Le statistiche vengono spesso invocate senza statistiche alla mano. Non abbiamo Big Data, non abbiamo studi sulla trasmissione del virus nei supermercati, non abbiamo informazioni coerenti e precise sulla persistenza del virus sulle superfici, non sappiamo quante particelle di virus siano necessarie per determinare il contagio. Sono studi che potrebbero richiedere anche anni. Come ci comportiamo nel frattempo? Se non riesco a perimetrare l’entità del rischio questo non significa che il rischio non esista. Il protocollo più sicuro è considerare che tutto e tutti siano contaminati. Se ci comportassimo di conseguenza non solo la curva del contagio si abbasserebbe più rapidamente ma la quarantena finirebbe prima.
  4. Qui un tutorial su come disinfettare la spesa (con sottotitoli in italiano): https://www.youtube.com/watch?fbclid=IwAR11mHxL3ug9djsigVecoZIDJdO-yeEyttGvty3XkosMUQlrjVvUbejyGxw&v=sjDuwc9KBps&feature=share&app=desktop
  5. Disinfetto la spesa o la lascio in “quarantena”? Se lascio la spesa in quarantena 3 giorni la carica virale si riduce radicalmente. Il punto è dove e come. Se ho un garage ok. Se ho un balcone ok. Attenti comunque ai bambini, se li avete, e a voi stessi, perché in situazioni di stress siamo molto più distratti. Disinfettare tutto e subito risolverebbe il problema alla radice una volta per tutte.
  6. Minimizzare il rischio non è solo una strategia psicologica di autorassicurazione e/o di autogiustificazione per i propri comportamenti (io non disinfetto la spesa, quindi la spesa non va disinfettata), non è solo fallacia cognitiva (pur di avere ragione scelgo solo le informazioni che mi danno ragione), ma è un comportamento che mette a rischio gli altri. Il denial criminale di #milanononsiferma ha generato dei morti. L’eccesso di prudenza fa sorridere gli eroi, ma può salvare delle vite. In giro non ci sono solo individui forti e sani: https://medium.com/@amcarter/i-had-no-immune-system-for-months-after-my-bone-marrow-transplant-1b097f16040c

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Riporto qui come richiesto alcune fonti che nei giorni scorsi sono state oggetto di discussione.

Il 9 febbraio scorso è uscito uno studio che ha collazionato i dati di altri 22 studi sulla persistenza dei Coronavirus (plurale) su diverse superfici:

https://www.journalofhospitalinfection.com/…/S0195…/fulltext

Qui sotto uno schema riassuntivo:

Era inizio febbraio e si costruivano tabelle sinottiche per stabilire qualche primo parametro comparativo.

Dati più recenti parlano di forti similarità nella persistenza del Covid-19. Ad esempio:

https://www.chemistryviews.org/…/How_Long_Can_the_SARS-Cov-…

https://www.medrxiv.org/conte…/10.1101/2020.03.09.20033217v2

qui una sintesi in italiano:

https://www.ars.toscana.it/2-articoli/4291-coronavirus-trasmissione-diffusione-permanenza-superfici-goccioline-aerosol-sospensione-aria.html?fbclid=IwAR2rcBXcUjA-05Bo3-uw7_qiZx1qPMSEZ5kmBfhTDabSYe00TxekIdRXbog

Avere le idee chiare sarebbe utile per stabilire dei protocolli di disinfezione nelle attività quotidiane domestiche (alimenti, denaro cartaceo e metallico, carte di credito, pacchi, campanelli, pulsanti, scarpe, chiavi, ecc.) La mancanza di dati certi (tre ore? tre giorni? reale infettività) non autorizza nessuno a concludere che il problema (e il pericolo) non esiste. Nel dubbio è meglio agire con molta prudenza. Prudenza, non allarmismo.

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Una lettura utile

“Quella prima mattina, un colpo di vento spinse uno dei fogli del questionario giù dal tavolino. Eravamo arrivati alla fine della lista di domande, c’era voluto un bel po’ di tempo ed eravamo pronti ad ammettere il paziente nel centro. Le persone in attesa erano stanche, un ragazzo si era sentito male e alcuni infermieri avevano dovuto portargli un secchio perché non vomitasse a terra. Non volevo perdere altro tempo.

Mi abbassai per raccogliere il pezzo di carta ma Jackson mi urlò contro.

«Stop! Fermati!»

Rimasi pietrificato. Jackson non mi aveva afferrato, non poteva farlo, ma quell’urlo fu così forte e improvviso che mi paralizzai.

«Guardati intorno Roberto».

Jackson mi fissava negli occhi e per la prima volta lo vidi spaventato. Il foglio era a pochi centimetri dalle mie dita. Alzai lo sguardo e osservai quello che ci circondava. Ero stato concentrato sui malati, avevamo parlato con molti di loro e non avevo più fatto caso a quello che c’era intorno a noi.

Nello spiazzo assolato, che era la nostra sala d’attesa, le persone non erano diminuite, forse erano aumentate, nonostante ne avessimo già viste molte. Le sedie erano tutte occupate e alcuni erano seduti a terra, altri sdraiati. Il ragazzo con il secchio in mano, poco lontano da noi, aveva vomitato così vicino che potevo sentire l’odore acre dei succhi gastrici. Una donna incinta era seduta e si teneva la pancia mentre mormorava qualcosa a sé stessa. Un papà aveva il figlio in braccio, gli occhi del bambino spaventati mentre si guardava intorno. E quel bambino vedeva persone febbricitanti, la disperazione nei loro occhi, l’orrore della malattia. Tremava per la febbre e per la paura di essere lì, per il timore che il vicino di sedia potesse essere portatore di un male peggiore di quello che l’aveva portato da noi.

La fila di macchine sempre più lunga, i tetti arroventati dal sole, il caldo sempre più opprimente.

Vicino al foglio c’erano macchie di umido, terra smossa dai piedi nudi, il sudore scivolato via dal viso e dalle gambe, i segni del passaggio del paziente che stavamo per ammettere. Ogni traccia lasciata era una possibile fonte di contagio. Accanto al foglio che stavo per prendere in mano. Il virus rimane nei fluidi corporei, impregna i vestiti, dalle mani passa agli oggetti. Senza un passaggio di acqua e cloro, ciò che viene toccato da un malato di Ebola può diventare fonte di contagio.

Mi rialzai lasciando la carta per terra.

Jackson disse che avremmo dovuto ricominciare da capo e prese un nuovo foglio da compilare. Mi sorrise ma eravamo entrambi scossi. Primo giorno e avevo rischiato il primo errore fatale”.

(Valerio la Martire, Intoccabili, Marsilio 2017)

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