Cobalto

È da qualche parte, quindi esiste, un romanzo di un autore cinese che non ricordo. La trama è più o meno questa: il protagonista scopre che, per alcuni anni, l’intera popolazione della Cina continentale non ha dormito. Anni spariti del tutto dalla memoria grazie a una tecnica di controllo rivoluzionaria. Invece di dormire, di notte, centinaia di milioni di persone lavoravano, non coscienti, automi. Un ultimo grande sacrificio collettivo, un trauma generazionale, ancora uno, per riparare agli errori passati, colmare il gap con l’Occidente, conquistare il futuro. Ho cercato in giro questo libro ma niente. Forse devo averlo inventato. Non lo confondo con The Fat Years di Chan Koonchung in cui un solo mese viene dimenticato, un febbraio di caos e distruzione e trauma indotto. La sparizione di questo romanzo, non del suo titolo o del nome del protagonista o del suo autore, è qualcosa di parziale, aleggia, non è chiara o netta. Dovrei spendere un altro po’ di tempo per cercarlo, il fatto che il motore di ricerca sul mio portatile non collabori così come Google o Wikipedia non mi fa propendere per l’inesistenza di un romanzo con questa trama, scritto in cinese e poi tradotto, censurato o meno nel paese-civiltà. Avverto delle resistenze nel rintracciarne il titolo, il fatto che non posti qui la copertina è quasi un problema, le informazioni potrebbero essere inesatte, approssimative, la confusione incedere fino a giustificare accuse verticali alla memoria chimica in generale, di tutti, dai filosofi.

Ancora, da qualche parte ho letto un paper scientifico, credo antropologia e biologia evolutiva o teorica o un frutto abbandonato di quell’ipocrisia del nome che ancora tocca il sapere dai fatti. L’articolo, in inglese credo, parlava di una selezione non naturale-naturale: i Sapiens più violenti venivano eliminati da membri del proprio gruppo, le donne evitavano di accoppiarsi con i soggetti più violenti. L’articolo è questo, intanto trovato, in un attimo. Come dovevano essere questi Sapiens sapiens iperviolenti, quei membri di una tribù che si trovavano spesso, una volta di troppo, in una lite e una disputa, quelli del sangue alla testa. Magari gli stessi tipi utili per violentare e massacrare membri di una tribù nemica poi tendevano a non regolarsi nella loro stessa comunità oppure erano semplicemente belve psicotiche o ancora tipi utili per uscire da certe nicchie ecologiche ma che in un dato momento e con un certo clima ecco che i loro talenti naturali non erano più richiesti, forse un certo modo di essere cunning, praticare l’imboscata e l’omicidio brutale in superiorità numerica. Una qualche selezione deve esserci stata, quello che mi attira è che sia arrivata prima della rivoluzione agricola e mentre quella cognitiva era in atto. Quello che storia, etica, altri libri, l’antropologia in concerto ci dicono che un certo tipo umano è nascosto nei nostri geni, è stato preservato in qualche modo. È un tipo di Sapiens che non è mai stato selezionato per eliminazione, pronto a raccogliere la sfida della violenza, della distruzione e dell’eliminazionismo ma questa è un’altra storia. Un tipo comune, integrato, quello pronto, capace. Si trova disoccupato in Germania o in una casa di riposo lombarda ed esegue una qualche verità: tutti sono colpevoli, vivere richiede un certo trade-off e vuole la morte di alcuni.

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La vera tragedia in V per Vendetta non è quella per la libertà dalla dittatura, la vendetta contro i mostri estinzionisti ma è in background, sullo sfondo dell’opera. La Gran Bretagna non domina, è risparmiata, come la Milwaukee (is spared) di Don DeLillo in End Zone. La guerra nucleare distrugge il mondo, l’Africa, l’Europa, non esistono più. Segue un lungo periodo di rivolte, sangue nelle strade, carestia, l’effetto cumulativo delle cause morte, inondazioni fuori scala probabilmente da scioglimento dei ghiacci, l’anarchia è arrivata e non piace a nessuno. Il fascismo eliminazionista che emerge è incidentale, signori della guerra nella terra superstite come tanti e come altri. Non è un caso che siano i fascisti a sopravvivere e che il paese del Fuoco Norreno sia di gangster e poi di squadristi. Ogni attentato compiuto da V., treni, edifici, sistemi tecnologici, sono una scommessa in un mondo che non può ripristinare elettronica e logistica complessa. È anche un mondo che ha fatto “spazio”, uccidendo chiunque non sia “sassone”, nell’eliminazione definitiva di linee genetiche non riproducibili. Ecco che il sistema della sopravvivenza in V. si è bloccato, salvando molti, sacrificando alcuni, si è condannato a qualcosa di antistorico e antiumano: un mondo immobile ipercontrollato, basato sulla violenza, senza sviluppo possibile, senza piani se non quelli di garantire cibo e una qualche forma di sicurezza. Un manifesto del declino, delle condizioni di vita non umane, della caduta inevitabile. Ecco che la scommessa di V. – causare il collasso, distruggere i sistemi di controllo, fiaccare la narrazione della sicurezza/sopravvivenza ad ogni costo – è una scommessa narrativamente ordinata ed estremamente tragica, una funzione radicale ed essenziale, oltre ogni vendetta possibile ma in uno scenario “roseo”, per dirla ancora con Taleb. Prevede infatti che un altro ordine sorga, migliore, con altre possibilità, basato sulla fiducia essenziale che tiene insieme una comunità umana, una che voglia o meno pensarsi come resistente, di sopravvivenza, apocalittica.

Uno scenario non roseo è quello dei numeri della morte per la Grande Peste in questo romanzo.

The Years of Rice and Salt: Amazon.it: Robinson, Kim Stanley ...

La peste uccide il 99% della popolazione europea, l’Europa è vuota, spopolata, finita. Non in una metafora da Germania post guerra mondiale: la razza bianca è estinta. Nel romanzo l’orrore della guerra di trincea, di altri imperialismi, il talento del Sapiens nella violenza proattiva continua in altre forme e colori, così come la scienza e l’Illuminismo. La domanda tragica sul mondo nella pace climatica dell’Olocene di Amitav Ghosh rimane: le grandi potenze islamiche e cinesi, libere di stabilire il proprio destino industriale senza l’intervento devastante e brutale dell’Occidente, probabilmente scatenerebbero i tipping point climatici molto prima, il 2000 diventerebbe il 2100 dell’Età delle Conseguenze?

Neri Pozza Editore | La grande cecità. Il cambiamento climatico e ...

Stando così le cose, sorge spontanea un’altra domanda riguardo alla cronologia del riscaldamento globale: cosa sarebbe successo se la decolonizzazione e lo smantellamento degli imperi (incluso quello giapponese) fossero avvenuti prima, per esempio dopo la prima guerra mondiale? Le economie dell’Asia avrebbero avuto un’accelerazione più precoce?
Se la risposta è sì, dobbiamo porci anche un’altra domanda altrettanto importante: l’imperialismo ha forse ritardato l’avvento della crisi climatica tenendo a freno l’espansione delle economie asiatiche e africane? Se i grandi imperi del Novecento fossero stati smantellati prima, la cruciale soglia di 350 parti per milione di anidride carbonica nell’atmosfera sarebbe stata superata molto prima di quanto è avvenuto? A me pare che la risposta sia quasi certamente affermativa. E questo sottintendono le posizioni assunte da India, Cina e molte altre nazioni nei negoziati globali sul clima: il discorso sull’equità in rapporto alle emissioni pro capite è in un certo senso un discorso sul tempo perduto.
(La grande cecità: Il cambiamento climatico e l’impensabile)

Questo impensabile è il vero tema, conondrum, motore, muro, velo dell’elaborazione narrativa. È la Balena dell’iperoggetto di Morton. Giona siamo noi in contenimento, come il Generale Starkey ne L’Ombra dello Scorpione. Il generale ha una serie di tool a sua disposizione per fermare Captain Trips: negare, sminuire, poi impedire che la notizia dell’epidemia si diffonda liberamente in un contenimento della verità che provoca l’esecuzione di giornalisti, contenere piccole città. Un agente dell’Ordine che si trasforma in uno del caos quando ordina a operativi di rilasciare il virus in altri continenti per fare in modo che la “colpa” dell’epidemia non ricada sugli States. Non serve davvero un Randall Flag se non a un lettore ordinato: il demone è nel procedurale di strumenti ottimi per il prima utilizzati mentre la casa è in fiamme ed è una casa che non esiste più, quella dell’Antropocene.

è solo una normale influenza dice il Generale Starkey e tanti altri

In un episodio della serie di film Resident Evil, Afterlife credo, Chris Redfield si trova in una gabbia all’interno di un sotterraneo della prigione della Contea di Los Angeles. Redfield racconta che la prigione è vuota perché il governatore ha liberato i detenuti, uomini abili e capaci, a torto o ragione estromessi dal mondo, per combattere le orde di non morti. Troppo tardi, aggiunge. Avrebbe dovuto liberarli prima e forse cambiare le sorti della battaglia nel mondo nuovo. In Iperoggetti Morton definisce l’Antropocene un’era d’ipocrisia, brigate di detenuti spengono le fiamme dei colossali incendi californiani, quelli che rendono cittadine come Paradise il set perfetto per un post-apocalittico,

Paradise, California, 12 novembre (AP Photo/Noah Berger)

così come cittadine della Virginia, spopolate da ondate di crisi economiche e il bonus antropocenico del vivere in quegli hub informativi che sono le grandi città, diventano, dice Matteo Meschiari, il set perfetto per girare The Walking Dead.

Antispazi: Wilderness Apocalisse Utopia: Amazon.it: Meschiari ...

Ancora sull’ipocrisia. Gerry Lane e famiglia sono in salvo, in un piccolo appartamento di un palazzone popolare in una Newark. Gerry parla con il capofamiglia, un immigrato dal centro america probabilmente, che non parla inglese. Spiega che lui ha visto e lavorato in luoghi pericolosi e ha imparato che movimiento es vida, devono muoversi se vogliono rimanere vivi. Non sta parlando di un biotipo fisso del Sapiens o forse sì – muoversi, camminare, evitare di stare fermi, la trappola della sedentarietà in ufficio come di un piccolo podere con i territori accadici in vista -. L’immigrato lo ascolta e rifiuta la proposta. Del resto l’uomo bianco che ha salvato non ha intenzione di ripararsi, riorganizzarsi e tornare a essere mobile, evitare che il flusso del contagio e dei contagiati lo intercetti, ma si stappa una birra, si accomoda sul divano, dorme. Non sta praticando quello che ha detto. Il tempismo del consiglio diventa essenziale così come l’azione di dire e seguire, un problema da skin in the game. Una famiglia verrà quasi sterminata, un’altra, in una necessaria ipocrisia narratologica, si salva. Sembra che una scena sia stata tagliata dal film, non ricordo dove l’ho letto ma eccola: la moglie di Gerry, una volta trasferita in un campo profughi sulla terraferma con le due figlie, è costretta a barattare il proprio corpo per del cibo. Un’altra cortesia narratologica ipocrita cancellata dalla storia.

Immunità dal trauma del vivere nell’Antropocene diventeranno sempre più rare, una differenza tra il narrativo e il reale è proprio la curva delle immunità. La cortesia necessaria di un autore alle ineludibili regole della catena narratologica degli eventi non è presente nel pianeta che si riscalda. Non c’è un pipistrello che morde un giovane Neville come un 1% che si salva in quella che in ogni caso è una cozy apocalypse comunque la si voglia vedere. Gli spettri del declino, del collasso e i demoni degli eventi non pensabili, i veri cigni neri del pianeta nell’Antropocene, sono in una forma statutaria ed effettiva equanime. Si confonde una certa resistenza della Realtà con strutture cognitive e narrative. Il sollievo dello scenario roseo in cui non muoiono centinaia di milioni di persone ma solo qualche milione, la stanchezza da dolore diffuso, l’analisi della storia umana in cecità cognitiva che cancella le catastrofi e scommette sulla normalità sono esempio del rapporto biunivoco tra realtà e narrativo umano. Bill Gates temeva un tipo di influenza nuova molto più letale del Covid-19, in un tasso del 20 % di mortalità. Il presagio mitigato non ne cancella però il potere, uno che illumina la materia nera della complessità svelata nell’Antropocene. Nascosti nelle foreste, nei mercati all’aperto, sugli schermi del controllo del traffico aereo, nei giacimenti petroliferi, nelle catene di comando e le cassette degli attrezzi per l’emergenza, così come nelle menti di tutti i Sapiens, demoni e spettri non umani e oltre umani attendono, forse per eoni. Qualcosa scuote il mondo di Lovercraft, una lettura, noia, curiosità, un residuo della cavalleria del signore di campagna e i mostri emergono, in sequenza, tutti insieme.

Una sequenza di materiali e minerali e composti si susseguono in varie gare che in realtà è una, quella molecola che scatenerà nuove brame e una nuova corsa all’oro e poi al petrolio. Dopo decenni siamo ancora all’olio nero, lo stesso che adesso attende nei sistemi di stoccaggio di tutto il mondo, inutilizzato ma in attesa. Cobalto non è il titolo di un romanzo nichilista italiano, magari un po’ noir con un momento di verticalità metafisica. Forse c’è un romanzo con questo titolo ma non importa. Viene da “Operazione Cobalto”. Uomini dell’Esercito giustiziano medici e pazienti nell’ospedale in cui Rick Grimes è in coma. L’operazione Cobalto è fallita ma continua con il protocollo secondario di sanitarizzare gli ospedali, uccidere i malati, i sospetti infetti, in un modo “umano” ovvero con un colpo in testa. La militarizzazione dei centri urbani principali è fallita o sta fallendo, il bombardamento di alcune città, come Los Angeles in Fear the Walking dead, elimina milioni di esseri, infetti o meno. È il motivo per cui le zone di sicurezza, adesso spettri di quartieri borghesi e suburbs, e i suoi abitanti vengono abbandonate di notte, per evitare le proteste delle popolazione che vengono “liberate”, in un’azione di ripiegamento verso nuove zone sicure che sappiamo non lo saranno. Sono scene viste in Bosnia, nel Kurdistan sotto attacco turco, nel Superdome i cui generatori da campo sono posizionati sotto il nuovo limite dell’acqua durante Katrina. Non c’è mai in letteratura un’operazione Fighting Human, se non quando è troppo tardi. Un presidente si rivolge alla nazione, a tutte le nazioni, racconta la verità, che i numeri sono antiumani, il sistema non può reggere, le prigioni vengono aperte, le armerie della guardia nazionale vengono svuotate e la popolazione civile armata, preparata, informata. Una risposta asimmetrica a un catastrofico simmetrico. Una nuova fase per la fine di tutte le fasi. La cassetta degli attrezzi, quella della guerra fredda, è inutile, tocca costruirne un’altra. Altra fiction.

Estratto dal CONPLAN 8888 – United States Strategic Command

Ancora una. C’è una storia dentro la storia ed è quella della competizione tra sistemi e sistemi-nazione. Città, sistemi produttivi e tessuto narrativo tra consumatori, produttori, distributori, competono per rimanere al mondo, una selezione che si vuole ordinata, è ordinata in quel sistema di gestione delle risorse materiali e informative che si chiama capitalismo ed è uno con una gestione della violenza non lineare. Da qualche parte la violenza è solo immaginifica, in altre spettrale o incidentale, ancora e sempre più raramente effettiva, devastante, sterminatrice. Non maciulla più le dita dei bambini incaricati di pulire telai, applica la sua violenza sui polmoni di operai, la dilata nel tempo approfittando dei diversi livelli di letalità del rumore bianco della chimica e dell’inquinamento. Dice che il progresso solleva le masse anche lontane, ha un piano multigenerazionale di sviluppo – tessile, chimica, metalmeccanico, studi d’architettura in open space con uffici ad angolo -. Racconta che i trade-off vita-salute-futuro sono ineliminabili, se la sua narrazione resiste deve essere in qualche modo ancorata alla realtà. Situazioni come regioni e città divise, separate ma non troppo, sono cronaca, non un qualche sistema che torna, quello delle città dietro le mura, che innalzano cattedrali e stabiliscono accordi con le campagne vicine per l’approvvigionamento. Suggerisce che ci sono livelli di immunità agli eventi che sono garantiti, forse si sono appena ridotti di un poco, quanto lo decideranno gli storici intanto le percentuali sono numeri coperti da una nebbia di guerra che forse verrà spazzata via da altri numeri, quelli dello stato civile nelle anagrafi di ogni città. Il rischio morte è il risultato dell’essere nati poi di essere parte del sistema poi di aver costruito una civiltà e ancora un singleton dell’adolescenza tecnologica.

(Spoiler Alert) L’ultima stagione di Westworld non è ancora davvero soddisfacente ma ecco, dice qualcosa. Il mondo “reale” è un mirroring di Westworld, controllato da una intelligenza artificiale non autocosciente ma dalla capacità di elaborazione di scenari futuri immensa, un “Oracolo”. Il modo migliore per evitare altri attentati terroristici devastanti, altre catastrofi-domino verso l’estinzione umana è quella di sterilizzare man-made global catastrophe… isolando dalla società soggetti divergenti, problematici, non elaborabili in uno script comportamentale. I non utili al progresso sono allo stesso tempo pericolosi, vengono spinti al suicidio, verso la criminalità, mandati in guerra.

C’è un nome per la fase Due e poi la Tre, bastano i numeri, nella realtà non viene chiesto in una sala conferenze, magari con vari membri in diverse divise in videoconferenza, un nome da un animale immaginario o da un minerale raro per battezzare l’operazione. La musica però è così simile. Uno degli oggetti impensabili di questi giorni è l’impreparazione alla pandemia di Covid-19. Lo “struggle” nella definizione di pandemia fa parte di questa storia, un effetto domino che ha colpito via via governi, intellettuali, dirigenti sanitari. La compresenza di previsione puntale e impensabile sembrano unghie demoniache sulla lavagna chiamata umanità. Così memoria e immaginazione cercano segni, rimandi, scenari da accenni. La realtà resiste, una qualche versione dell’operazione Cobalto sta per cominciare solo che non ci sono mimetiche e c’è una competizione per il futuro in corso. Equanime no, una qualche selezione evolutiva verrà svolta, come in una qualche tribù ma adesso con strumenti più potenti, raffinati, testati nella terribile prova della realtà nella Modernità.

Nell’Antropocene tutti sono chiamati agli sforzi collettivi, piccoli Starkey, soggetti a minimo impatto ambientale o menti preparate. In un’ultima fiction un virus nuovo si diffonde nel mondo, la sua letalità è bassa, l’R0 immenso. Potrebbe non esserci un vaccino in vista, i protocolli necessari richiederebbero un prolungato impegno totale della popolazione generale, oltre le regole d’igiene la difesa principale è il software evolutivo del sistema immunitario umano, centinaia di persone ogni giorno muoiono, alcune senza alcuna assistenza. La preparazione varia da paese a paese, in alcuni questa è stata inesistente, approssimativa, una navigazione a vista. C’è un trade-off da proporre, indurre, una profezia che si autoavvera, i costrutti sociali sono sceneggiature, variazioni adattate a numeri e realtà di Cobalto. Gli operativi chiamati in servizio nella Fase due saremo noi.

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