Tolkien e l’Antropocene Fantastico

Premessa

Quale passato si annida nel futuro? In che cosa Paleolitico e Antropocene si assomigliano? Quando la parola Antropocene ha cominciato a circolare mi irritava. Era un’irritazione che veniva essenzialmente dalla sua proteiforme adattabilità ai contesti, dalla sua eccessiva carica di seduzione e facilità d’uso. Ma, concettualmente, quello che non mi convinceva era la sua perenne atmosfera alla Blade Runner. Era insomma il suo sapore di futuro a tinte fosche, reale ma banale, come una quinta teatrale fissa, scontata. L’esperienza di Covid-19 ha smentito ogni visione distopica: l’Antropocene è qui senza mutare la percezione del presente. Anzi. Nei comportamenti e nelle atmosfere è venato più di preistoria che di fantascienza. Filosofi oscurantisti e virologi impotenti ci fanno sentire più in un passato immaginato che in un futuro promesso. È inquietante, certo, ma si apre una possibilità inedita all’immaginario del dopo: un Antropocene dagli attributi diversi, più debitore a J.R.R. Tolkien che a Philip K. Dick.

Se metto Tolkien al centro del discorso è per due ragioni: la prima ha a che fare con la sua estrema contemporaneità; la seconda dipende da una questione più personale, biografica, perché la prima conferenza che ho mai fatto, a diciannove anni, era proprio su mitopoiesi e ipostasi in Tolkien. Era il 1987, a Milano, nel refettorio di Santa Maria delle Grazie, e un paziente Luigi Lombardi Vallauri mi introduceva e mi aiutava a contenere ingenuità e prolissità. La riflessione che oggi più di trent’anni dopo vorrei sviluppare ha radici mai abbandonate. Per pudore, specie da quando è nata la Società Tolkieniana Italiana e gli interventi critici si sono moltiplicati, ho deciso di non scrivere nulla su Tolkien, addirittura quasi di non parlarne. Ma chi mi conosce sa che gli oltre quaranta libri di e su di lui nella mia biblioteca sono stati presi in mano quasi ogni giorno in questi decenni. Se oggi mi decido a scrivere è per ragioni di urgenza poetica: stiamo vivendo una svolta di paradigma e Tolkien, con la forza inattuale dei classici, è l’autore che più di ogni altro può aiutarci a ripensare il ruolo e l’arte del futuro storyteller.

Feeria antropocenica

Feeria «è un reame che contiene molte altre cose accanto a elfi e fate, oltre a gnomi, streghe, trolls, giganti e draghi: racchiude i mari, il sole, la luna, il cielo, e la terra e tutte le cose che sono in essa, alberi e uccelli, acque e sassi, pane e vino, e noi stessi, uomini mortali, quando siamo vittime di un incantesimo» (pp. 14-15). Il tono apparentemente discorsivo, a tratti bonario, del saggio Sulle fiabe, non deve distrarci con la sua apparente naïveté. Tolkien sta leggendo una conferenza (una Andrew Lang Lecture tenutasi all’università di St Andrews l’8 marzo 1939) in bilico tra filologia e autopoetica. Proprio la sua natura ambigua, duplice, rende difficile estrapolare delle coordinate “utili” a ottant’anni di distanza, ma quello che si dice qui è soprattutto un invito ad aggiustare lo sguardo, una cosa difficile da proporre e da apprendere. Tolkien ci avverte: Feeria non è solo storie di fate o storie di umani tra le fate, Feeria è un luogo, e non dobbiamo smettere di pensare che in quanto luogo è fatta anche di cose “comuni”, “normali”, che in realtà comuni e normali non sono. Su posizioni non troppo lontane da quelle di Viktor Šklovskij sullo straniamento, Tolkien sta dicendo che abbiamo perso la vocazione a guardare il mondo “primario” con attitudine meravigliata. Come recuperare allora lo stupore verso un sasso o una foglia uscendo «dalla tediosa opacità del banale o del familiare» (p. 73)?

La strada non è semplice perché bisognerebbe comprendere e accettare una frase densissima che il filologo e il linguista storico cala nel suo saggio come un fendente: «le lingue, soprattutto le europee moderne, sono una malattia della mitologia» (p. 29). Tolkien, contrariamente a chi dice di eliminarli, elogia la funzione poietica degli aggettivi: «La mente che pensò leggero, pesante, grigio, giallo, immobile, veloce, concepì anche la magia atta a rendere cose pesanti, leggere e atte a volare, a trasformare il grigio piombo in giallo oro, l’immobile roccia in acqua veloce» (p. 30). Questo atto di subcreazione è lo stesso che ritroviamo negli inventori del mito: la mitopoiesi è un atto linguistico primario molto più articolato di una mera architettura allegorica. Il mito non è il tuono che diventa un dio o un irascibile contadino dalla barba rossa elevato a rango divino, il mito è la zona di coesistenza di tuono, Thor e contadino, un luogo di simultaneità narrativa e ontologica che Tolkien chiama appunto Feeria. Feeria è allora la co-possibilità. E dove la co-possibilità dei piani si interrompe, per stanchezza creativa, per cinismo, per disordine cognitivo, per usura, allora ci troviamo di fronte a una specie di “malattia del mito”, una sfiducia della lingua per cui subcreazione e sospensione dell’incredulità sono solo giochi temporanei, fittizi, senza la “credenza” profonda di poter “fare mito” anche nel quotidiano. Il problema, ovviamente, non è solo un nodo epistemologico del mondo contemporaneo. Sono e saranno sempre molto pochi i portatori di parola disposti a credere in un commercio diretto tra mito e tempo presente, in un reale scambio di fluidi tra Feeria e il mondo primario.

Ora, che ci piaccia o meno la parola, siamo entrati nell’Antropocene. Possiamo vedere quest’epoca di transizione e la prossima come un’ennesima declinazione distopica, come una serie Netflix da guardare a distanza stando seduti sul divano, oppure possiamo intercettare nell’Antropocene i grandi flussi mitici che, come accade a ogni epoca, lo attraversano e lo alimentano. Tolkien lo dice così: «Costruire un Mondo secondario dentro il quale il sole verde risulti credibile, imponendo Credenza Secondaria, richiederà probabilmente fatica e riflessione, e certamente esigerà una particolare abilità, una sorta di facoltà magica. Pochi si cimentano in compiti così ardui; ma quando li si affronta e li si attua in misura maggiore o minore, si ottiene un risultato artistico senza pari: arte narrativa, insomma, elaborazione di racconti nella forma primaria e più pregnante» (p. 62). È chiaro che chiedersi come sarà la “letteratura del dopo” ha più a che fare con questo, con un sole verde, che non con potenziali e anodini romanzi su Covid-19, distanziamento sociale, contenzione domestica e mascherine a passeggio. Nel collasso e nella pandemia, e forse proprio per questo, dovremmo ricordarci di quelle che Tolkien chiamava «le cose più permanenti e fondamentali» (p. 77).

Animalocene e Teriocene

Si tratta allora di capire in che direzione muoversi. Ragionando sul mito, Tolkien dice qualcosa di molto significativo intorno a tre grandi zone semantiche che l’Antropocene sta portando a emersione, con violenza concettuale e materiale, cioè animali, mostri e sogni. Sempre nel saggio Sulla fiaba, in una nota a margine, si legge: «Sono stato introdotto alla zoologia e alla paleontologia quasi altrettanto precocemente che alla fiaba. Mi venivano mostrate immagini di animali viventi e preistorici riprodotti, così si diceva, dal vero. Preferivo di gran lunga gli animali preistorici […] non mi piaceva però sentirmi dire che quegli esseri erano ‘draghi’. […] Ero estremamente ricettivo alla bellezza delle ‘cose reali’ ma mi sembrava astruso confondere questa con la meraviglia delle ‘altre cose’» (p. 96). Tolkien da adulto, per le stesse ragioni, non ama l’allegoresi zoologica e prende le distanze dalle storie in cui «gli animali sono gli eroi e le eroine» (p. 22) perché sono “al di qua” di Feeria, e il ferico non consiste in questo farne personaggi antropomorfi ma nel «desiderio […] degli esseri umani di istituire una comunione con altre cose viventi», la «magica comprensione dei linguaggi di animali terrestri e alati e di alberi da parte di uomini» (pp. 21-22). Gli animali come alterità irriducibile, dunque, come orizzonte non banalizzato da categorie antropomorfe, come stupore defamiliarizzato.

Non è un caso, allora, che a partire dal suo interesse per un’ontologia alternativa Tolkien rifletta a fondo sui mostri. In The Monster and the Critics, (lettura data in occasione del Sir Israel Gollancz Memorial del 25 novembre 1936) Tolkien osserva che la critica ha potuto dire qualsiasi cosa del Beowulf, ad esempio che è «a half-baked native epic the development of wich was killed by Latin learning […] a string of pagan lays edited by monks» (p. 8), ma quello che essenzialmente lui rimprovera ai critici è il fraintendimento delle modalità mitiche dell’immaginazione e il non aver colto la matrice essenziale del poema, cioè che Beowulf è in definitiva una “storia di mostri”, e non nel senso del folklore, ma per aver allestito un’alterità non umana assoluta: «draconitas» (p. 17) la chiama, non un’allegoria ma una personificazione della malvagità distruttrice, una forza che oggi diremmo metafisica e che in età arcaica era l’antimateria dell’etica umana dell’eroe. Non un personaggio o una funzione narrativa, quindi, ma l’agglutinazione dell’evento tragico in tutta la sua carica di non-senso.

Se allora oggi l’Antropocene si configura come un fascio di eventi generatori del collasso, il Mostro narrato non è una semplice aneddotica weird, ma è il collettore immaginifico dell’irrappresentabile, è l’iperoggetto ingestibile dalla ragione che diventa comprensibile sul piano prelinguistico della percezione interiore e immaginata. L’Antropocene, come Grendel, come Fenrir, o come Mord in Borne di Jeff VanDermeer, è un monstrum fuori taglia, che mentre può esistere solo in una dimensione di soglia, tra la luce e le tenebre della ragione, contribuisce a generare la fessura dalla quale i mostri alla fine arriveranno per sterminare uomini e dei. Perché gli dei vanno e vengono, dice Tolkien, ma i mostri rimangono. Nell’era del Caos annunciato, il trauma collettivo non è più quello della lotta contro le forze del male, ma è la sua indigeribile ineluttabilità. Qualcosa che spinge Tolkien a dire che l’immaginazione nordica «has power, as it were, to revive its spirit even in our own times» (p. 26). I suoi tempi, tra le due guerre. E i nostri, sulla soglia di una nuova crisi globale.

Onirocene

E il sogno? Tolkien è scettico: «Vero è che il sogno non è privo di nessi con Feeria. Nei sogni, può darsi che insoliti poteri della mente si svincolino; e in alcuni di essi capita che si possa, per un po’, esercitare il potere di Feeria, quel potere che, proprio in quanto è esso a concepire la storia, fa sì che assuma forme e colori viventi davanti ai nostri occhi. […] Ma se uno scrittore, destatosi, vi dice che il suo racconto è solo alcunché di immaginato durante il sonno, elude il desiderio primo e nucleare della feericità: l’attuazione, slegata dalla mente elaboratrice, di meraviglie immaginarie» (p. 20). Tolkien antimodernista, antiscientista, è anche antisurrealista e antifreudiano. Dietro la riflessione narratologica nasconde in realtà una profonda diffidenza verso un sistema immaginifico che potrebbe mettere in crisi la sua idea di fantasia, di subcreazione e di sospensione dell’incredulità. Dai sogni ci si sveglia, tutto finisce, tutto è illusione, mentre l’idea è invece quella di far tracimare il mito nel mondo primario.

Non è stato sottolineato spesso, ma quando Tolkien parla di subcreazione non usa un termine ispirato solo da deferenza verso la maggiore Creazione divina. Per lui inventare storie, o almeno un certo tipo di storie, è in scala umana una diretta continuazione e completamento della Genesi, un’esecuzione minuscola e particolare dell’invenzione narrativa universale del Grande Storyteller. Il sogno della psicanalisi si inscriveva per Tolkien nel grande processo di secolarizzazione del mondo, e in questi termini non poteva essere accettato. Discorso chiuso, per lui. Ma la sua critica implicita a Freud assume oggi una valenza nuova. La pandemia del 2020 è il primo grande trauma collettivo generato dall’Antropocene, i sogni delle persone si sono tutti sintonizzati tra loro su modi, tempi, temi e forme come prima non era mai accaduto su scala globale e, fatta salva la possibilità di psicanalizzare ogni singolo individuo, ogni singolo trauma, questo evento collettivo ci ricorda che il sogno ha una forte componente sociale. Non si sogna solo per sé, si sogna per la collettività, il che sottrae l’evento onirico a una mera dimensione individuale, oscura, desiderante.

I sogni nell’Antropocene stanno definendo una mappa dell’immaginario collettivo, e questo significa che svolgono una reale funzione di soglia tra mondo notturno e mondo diurno, tra fantasia secondaria e mondo primario. Ecco allora che anche questa coordinata tolkieniana, enunciata in negativo, ha qualcosa da dire al nostro presente: se vogliamo fare mitopoiesi dell’adesso-qui dobbiamo scegliere risolutamente quelle forme di immaginario che sanno scongiurare la delusione del “era solo un sogno”. Tolkien ne fa una questione di credenza e di azione. Non basta solo scrivere delle belle storie, bisogna arrivare ad accorgersi «che tutto ciò che avevate (o sapevate) era pericoloso e dotato di poteri, nient’affatto impastoiato, sì anzi libero e selvaggio; e tanto poco vostro quanto quelle cose non erano voi stessi» (p. 74). Il sogno della psicanalisi è il riflesso di un desiderio di appropriazione delle cose che nel mondo diurno, se ottenute, finiamo per non guardare più e ricoprire di polvere, ma se Tolkien avesse conosciuto come sognavano i Mongoli o gli Aborigeni australiani, cioè per la comunità, gli antenati e il paesaggio, avrebbe riconosciuto al sogno la sua fondamentale potenza cosmopoietica.

Epilogo

L’antimodernismo di Tolkien, lo sappiamo, ha generato due esagerazioni interpretative: il professore reazionario ripiegato sul passato e il creatore di mondi ecologista. Nessuna delle due regge il confronto col testo: «Le fiabe possono inventare mostri che volano per l’aria o dimorano nel profondo, ma per lo meno non cercano di evadere dal cielo e dal mare» (p. 79). Certo, dice Tolkien, «la passerella di accesso al marciapiede quattro, ai miei occhi è meno interessante di Bifröst vigilato da Heimdall munito di Gjallarhorn» e «non riesco a convincermi che il tetto della stazione Bletchley sia più ‘reale’ delle nuvole» (p. 79) ma il suo discorso, più che aborrire le fabbriche, deplora un guasto forse maggiore, la perdita della «potenza delle parole», della «meraviglia di cose come la pietra, il legno, il ferro, la casa, il fuoco, il pane e il vino» (p. 75). Cose permanenti e fondamentali come il lampo, non il lampione.

La sua critica alla scienza, e in realtà allo scientismo tecnologico, si capisce molto meglio se proiettata sul nostro presente. Nonostante oggi qualche stanco e appannato maître à penser stia incolonnando frasi contro la religione della scienza, l’Antropocene procede nel nostro qui con una tale complessità che solo uno sguardo di profilo ci permette di avvertirne i movimenti, come la visione laterale dei cacciatori arcaici consentiva loro di presentire le forme animali, amiche o nemiche, nel folto di un bosco al crepuscolo. In questo sguardo periferico sempre più necessario, le parole di Tolkien intervengono per quello che sono, ripulite da interpretazioni ideologiche, ricollocate nella loro narratologia essenziale: di fronte a sofferenza e morte non è solo questione di costruire storie di “consolazione”, di “escapismo”, di “evasione”. Occorrono storie in grado di comunicare una gioia «acuta come un dolore» (p. 86), un’eucatastrofe alternativa alla sconfitta, una speranza.

Era il 1939, Hitler era un mostro molto concreto, la gente viveva da anni in condizioni di prostrazione economica, c’era massima incertezza per il futuro, le ombre insomma si addensavano su Mordor. Tolkien, parlando di fate, stava dicendo qualcosa di molto importante su cosa e come dovrebbe fare un artista in tempi bui. Mai come ora il suo manuale di sopravvivenza narratologica può farci riflettere, come scrittori e lettori esigenti, sul bisogno di pensare un altro Antropocene, un Antropocene Fantastico, una letteratura fantastica dell’Antropocene che ci aiuti a trasformare noi stessi nel presente e il presente con noi.

M M

Riferimenti

J.R.R. Tolkien, Albero e foglia, Rusconi 1982; The Monster and the Critics and Other Essays, Allen & Unwin 1983.

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