Endemie

Non era stato come in quella del 2020. Allora molti di noi non erano neppure nati e ne sappiamo qualcosa grazie alle storie tramandate da vecchi ormai scomparsi. Era stata la prima: ovviamente c’erano già state altre pandemie ma quella era in un certo modo la prima di una era – come dire – più moderna. Globale, estesa sull’intero pianeta. Non era stata una di quelle forme da diecimila o centomila casi. Qualcosa di molto più esteso ma soprattutto di una durata infinita. Durò talmente tanto che tutto cambiò sul pianeta e le persone non sapevano più a che santo votarsi. Perché erano stati invocati, insieme a tutti gli scienziati in grado di dare una spiegazione.

Allora iniziò in maniera abbastanza “normale” con le febbri, i malesseri, i problemi respiratori e poi i morti, le centinaia, migliaia di morti. Prima in Oriente e poi mano a mano la forma si estese sul resto del mondo. Ovviamente fu presa sottogamba perché a quell’epoca non ci si poneva il problema delle pandemie già che la cieca fiducia nella scienza garantiva una soluzione per ogni problema. Era ancora il periodo in cui si sfruttava il pianeta senza riserve, si saccheggiava l’ambiente a favore di una produzione ininterrotta di materiali e manufatti indistruttibili che andavano a riempire ogni anfratto in maniera permanente. Si permetteva ancora di distruggere interi territori a favore di superflue produzioni industriali in una cieca visione consumistica. Colline spianate, boschi sradicati, fiumi prosciugati pur di poter vendere qualcosa che facesse guadagnare qualcuno. Con buona pace dell’ambiente e della salute delle forme viventi.

Da quanto si desume dai rapporti giunti fino a noi, la prima forma del 2020 si era annunciata in una maniera abbastanza abituale per quei tempi: con un progressivo coinvolgimento della popolazione mondiale. Ovviamente nessuno era preparato nonostante qualcuno ne parlasse già da tempo: esistono ancora relazioni che lo dimostrano. Fecero molti errori, lasciarono correre la malattia, la studiarono con i mezzi dell’epoca dimostrando quanto fosse una forma in fondo facile da affrontare nel momento in cui si accettava la morte di una certa percentuale di persone. Con o senza provvedimenti sanitari. Inizialmente si provò con le forme di isolamento, i confinamenti, le terapie e con ogni sostegno tecnologico. Si mobilitarono milioni di persone oltre a scienziati di ogni nazione che contribuirono a cercare delle soluzioni. Contemporaneamente alcune figure a capo dei vari governi riuscirono ad intravvedere una opportunità per sottomettere in maniera giustificata popolazioni intere che erano sempre vissute in una dimensione democratica trovandosi così improvvisamente soggiogate da normative ufficialmente atte a difendere la salute di tutti gli umani. Quella stessa salute cui non importava nulla in nome di profitti vergognosi a spese di territori resi invivibili. Si cominciò con periodi restrittivi di alcune settimane con la prospettiva di tornare alle vecchie abitudini pur tenendo bene a mente di non permetterlo più alla prima occasione e per qualsiasi ragione. Funzionò perché la pandemia non accennava a scomparire. Si parlava tanto di farmaci, di vaccini, di immunità acquisita e così via ma intanto i numeri di morti non accennavano a calare se non di poco in concomitanza di periodi prolungati di quarantena. Stranamente quasi nessuno riusciva a garantirsi una certa immunità. Ricercatori di primordine dovettero arrendersi; i primi disordini sociali fecero annullare le quarantene sanitarie ma queste furono immediatamente ripristinate con aspetti assimilabili al coprifuoco. L’economia iniziò a vacillare e la produzione industriale subì un arresto irreparabile nel giro di un paio di anni. Vennero mantenute le produzioni essenziali e solo le nazioni tecnologicamente più avanzate riuscirono a mantenere uno standard di vita vagamente simile a quello precedente al 2020. Le nazioni meno industrializzate ritornarono a modalità primitive di economia con grande giovamento dell’ambiente naturale.

Tutti gli abitanti del pianeta pensavano cavarsela al massimo in una stagione, di poter riprendere le buone vecchie abitudini entro un paio di mesi o poco più. Durò cinque anni. Fu una pandemia interminabile, la cui regia era condotta da un virus inaudito, mai immaginato prima. Inafferrabile nella sua mutevolezza: sempre diverso nelle manifestazioni cliniche, a tratti inoffensivo ed improvvisamente – in uno stesso gruppo famigliare – micidiale e senza via di scampo. Anni durante i quali le popolazioni del mondo intero dovettero convivere con ogni sorta di protezione, dalle schermature del volto a quelle per gli occhi, le cuffie che dovevano salvaguardare i capelli da rischi di contagio ai guanti che si gettavano ad ogni angolo di strada. Fu un lungo, straziante incubo di impacchi sul volto, riti tribali di propiziazione, tentavi di vaccinazioni dagli esiti infausti, quarantene inutili quanto paralizzanti del motore sociale ed economico. Tutti si impoverirono salvo i soliti speculatori. Fortunatamente i politici incapaci furono estromessi ma subentrarono dittature ferruginose che obbligarono le genti a regole rigorose quanto inutili. Nell’immaginario collettivo le mascherature del volto finirono per assimilarsi agli abbigliamenti tradizionali e apparire in pubblico senza le dovute coperture venne equiparato al mostrarsi nudi e privi di abiti. La copertura del volto divenne obbligatoria per diversi anni e dove possibile si applicarono strategie per riprodurre fotograficamente i tratti somatici sui tessuti. Fu in quegli anni che si introdusse anche l’obbligo della microscheda introdotta sottopelle per garantire la tracciabilità ed il riconoscimento degli individui. Inutile dire quanto fu difficile l’applicazione a causa di numerosi gruppi resistenti che non vollero sapere di schedature elettroniche anche se volte unicamente alla questione sanitaria. Naturalmente ben presto la procedura venne estesa per tutte le informazioni essenziali riguardanti ogni individuo.

La pandemia si esaurì spontaneamente prima degli anni trenta lasciando uno strascico indelebile sulle abitudini sociali ormai ridotte a termini elementari e su una economia asfittica ridotta al mantenimento dei bisogni primordiali. Il riscaldamento globale aveva subito una battuta d’arresto pur continuando a causare danni ambientali che vennero sfruttati in tentativi di occupazione lavorativa proficua senza peraltro alcuna visione di recupero ambientale seria e programmata. Il continuo perfezionamento delle microschede per la tracciabilità degli individui permise di ottenere una relativa calma sociale e le produzioni industriali ripresero una certa attività sia pure a ritmi inferiori rispetto a pochi anni prima.

Il progressivo riscaldamento del pianeta favorì lo sviluppo di altre epidemie fortunatamente localizzate e di breve durata fino alla pandemia che si affacciò a metà degli anni 30. Molti ricordavano la precedente causata dal virus Corona e le ormai obbligatorie coperture del volto si mostrarono ben poca cosa in confronto alle necessità correlate al nuovo virus che creò quadri clinici devastanti per le complicazioni logistiche. Gli studi sulla genetica virale avevano preso una forte accelerazione grazie alla pandemia degli anni 20 e se i dubbi sull’origine del Corona di quegli anni continuarono a serpeggiare invocando manipolazioni di laboratorio, la pandemia successiva avvenne sicuramente per l’ imprevedibile mutazione di un virus infettante batteri scaturito dalla ricerca di nuove soluzioni terapeutiche per le malattie infettive. Un Clostridium infettato da un Adenovirus enterico mutò inspiegabilmente iniziando rilasciando spore indistruttibili che si propagarono in tempi rapidissimi prima intorno al laboratorio e poi nella popolazione circostante. In pochi giorni scattò un meccanismo di accerchiamento da parte delle autorità ancora traumatizzate dall’ultima pandemia. Tutti i sistemi di tracciamento furono inutili poiché le microschede impiantate negli individui non erano in grado di rilevare alterazioni di sorta. Il virus penetrato nell’organismo non causava alcun disturbo fino al momento in cui scatenava delle diarree imprevedibili ed intrattabili che si risolvevano spontaneamente nel volgere di una giornata per scomparire diversi giorni fino a ripresentarsi. Nessuna alterazione sierologica, nessuna formazione anticorpale, nessuna terapia antibiotica, sistemica e generale permetteva di avere una soluzione definitiva. Progressivamente, nel volgere di poche settimane il mondo intero divenne bersaglio della chimera che venne chiamata Adenium35. Le coperture del volto erano ancora molto diffuse nonostante i tentativi di gruppi giovanili atti a spogliarsene. Divenne invece indispensabile attrezzarsi con pezze assorbenti incorporate all’abbigliamento da avere sempre disponibili già che gli episodi diarroici non erano assolutamente prevedibili e creavano enormi problemi logistici. Ovviamente le spore di Adenium35 erano un pericoloso veicolo di trasmissione quindi occorreva elaborare infallibili sistemi di contenimento. Il problema non fu tanto il numero di decessi da disidratazione quanto l’enorme difficoltà di poter affrontare episodi ricorrenti e intrattabili nonché imprevedibili che minavano qualsiasi possibilità di autonomia, relazione e igiene. Solo gli anziani, memori della pandemia degli anni 20 riuscirono a cavarsela più facilmente. La durata dell’intero fenomeno fu più breve e grazie ad un vaccino orale che inattivava le spore di Adenium35 si venne a capo del problema ma molti non vollero abbandonare per anni gli indumenti modificati con rinforzi assorbenti nonostante l’effetto antiestetico irrisolvibile. Rappresentò un colpo serio alla economia e alla società in generale perché chiunque doveva improvvisamente battere in ritirata per salvare il salvabile e restava spossato e inattivo per almeno una giornata. Più volte al mese e senza poterlo prevedere né risolvere in anticipo. L’unica possibilità diagnostica fu rappresentata da cani appositamente addestrati per il depistaggio dei malati che erano in grado di annusare individuando la patologia con un breve anticipo. Il grande problema fu rappresentato dalla particolare virulenza in ambienti climatici caldi: la maggior parte dell’Occidente era già in situazione di riscaldamento globale ma i paesi mediorientali furono devastati. Inizialmente migliaia di vittime causa disidratazione refrattaria a qualsiasi terapia, poi milioni. La produzione del petrolio si arrestò nel volgere di pochi mesi e questo sancì la definitiva uscita del mondo dalle fonti energetiche fossili. Il pianeta poteva sperare in una svolta climatica.

Il colpo di grazia fu la pandemia del 44. Una forma virale con tasso di letalità elevatissimo. Un virus causante epatiti inizialmente classificato come H poi ridefinito S e finalmente HHSkin per la capacità di causare danni non solo epatici fulminanti ma pure manifestazioni cutanee spaventose spesso causa della morte dei soggetti ancora prima che per la insufficienza epatica. A trasmissione diretta attraverso qualsiasi veicolo, saliva, sangue, lacrime – qualcuno ipotizzò il semplice contatto cutaneo – evolveva rapidamente in un quadro letale con insufficienza epatica grave, lesioni cutanee multiple ulcerate e non rimarginanti che si infettavano immediatamente causando spesso un quadro setticemico diffuso che portava al decesso in pochi giorni lasciando corpi piagati e maleodoranti, fonti di ulteriori infezioni e propagazioni. Durò anni durante i quali la popolazione mondiale fu drasticamente ridimensionata e spesso i superstiti manifestavano lesioni sulla cute perduranti, dolorose e fonti perpetue di problemi settici per le sovrapposizioni batteriche. Un dramma mondiale che riuscì a ridimensionare tutte le classi sociali, le ricchezze ed i privilegi. Non esistevano più differenze: i ricchi ed istruiti dividevano i letti di ospedale con poveri analfabeti. L’abbandono del petrolio ridimensionò sia l’economia che il disordine climatico e lentamente le cose presero una piega più consona al pianeta. Verso la fine degli anni 40 molte cose che appartenevano alla storia dell’intero pianeta non esistevano più: le piramidi erano scomparse, diverse città affacciate sul mare erano state se non inghiottite, allagate e rese invivibili. Zone fertili si erano trasformate in terre aride e improduttive mentre frequenti uragani facevano scomparire costruzioni storiche e paesaggi caratteristici. Al termine degli anni 50 il clima iniziava a ricondursi ai livelli di fine ‘900; molte specie animali erano scomparse nel frattempo, alcune definite estinte riapparvero misteriosamente e una infinità di piante furono dimenticate. La popolazione si era ridimensionata, lo sfruttamento del pianeta si era fermato a favore di una saggia politica conservativa e finalmente il concetto di ricchezza si era adeguato alle necessità del territorio e della salute collettiva.

Rinaldo Picciotto

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