Sul romanzo pandemico profetico di Lawrence Wright

Un nuovo virus si diffonde in poche settimane in tutto il mondo. Il contenimento dei focolai fallisce, il virus circola tra una popolazione impreparata, le tensioni internazionali aumentano, la borsa crolla, l’economia, Main e Wall Street, sono al collasso. Il virus si diffonde come l’influenza stagionale ma scatena una tempesta di citochine, polmoniti devastanti e, in troppi casi, la morte del paziente infetto. Le vittime tra il personale sanitario sono enormi. Il periodo di incubazione è lungo, abbastanza per ogni viaggio intercontinentale. Lockdown vengono istituiti in tutte le città ma sempre troppo tardi, fake news su un’arma biologica si diffondono come un incendio contribuendo ad appiccarne di reali, supermercati vengono presi d’assalto, la risposta del decisore politico è, troppo spesso, debole, tardiva o semplicemente stupida. Le farneticazioni come “è solo un’influenza!” concorrono ad alimentare la confusione nel pubblico. Le case di riposo vengono abbandonate e così gli anziani assistiti. I cieli si svuotano dal traffico aereo civile. Terapie e vaccini vengono proposti e promessi, invano. L’intero pianeta subisce uno shock cognitivo. Questo è il riassunto di quello che succede in Pandemia di Lawrence Wright nella prima parte del romanzo, una parte che corrisponde alla prima ondata del virus Kongoli, parente, meglio antenato dell’influenza aviaria e dei coronavirus. La linea di demarcazione tra fiction e realtà è sempre più fragile nell’Antropocene. A noi, nella realtà, è capitata in sorte una zoonosi da scenario rosa. Il virus Kongoli di Lawrence Wright è un mostro emorragico di altra magnitudine.

Tornando al romanzo. Harry Parson, il protagonista, è sposato, ha due figli, cammina aiutandosi con un bastone, superstite di rachitismo non diagnosticato, cresciuto lontano dai genitori naturali. È un microbiologo di fama internazionale, un epidemiologo di autorità indiscussa, un vero veterano della guerra dell’umanità contro le malattie infettive. Una bomba alla ricina è esplosa in pieno centro di Roma, in una chiesa, innumerevoli le vittime, il “giovane” premier nazionalista italiano annuncia l’espulsione dal paese dei musulmani. Intanto a una conferenza dell’OMS la notizia di una epidemia in un campo profughi in Indonesia non preoccupa molti tranne Harry che lì si reca per trovare un orrore dentro l’orrore: non è un campo profughi, la virulenza e il tasso di letalità del virus è devastante negli umani. E un altro focolaio sta per scoppiare, questa volta alla Mecca, mentre tre milioni di pellegrini da tutto il mondo sono lì, per l’hajj, uno degli obblighi per il fedele islamico. Harry Parson si ritrova in un viaggio fantastico, in un pianeta diventato ancora più pericoloso, in un effetto cumulativo dei rischi vita collettivi che si sommano, aggravandosi a vicenda. Sono le prime pagine, il resto è una cavalcata contemporanea, ricca di thrilling, verso un futuro che è una visione di passati oscuri: l’estinzione dei Neanderthal, il collasso dell’Età del bronzo. La rimozione dell’influenza spagnola come della pandemia di HIV è infatti un debito i cui interessi non possono essere soddisfatti se non in vite umane.

Altri personaggi appaiono e affollano il mondo degli umani tra le varie ondate epidemiche. Jill, moglie di Henry e maestra elementare, subisce un processo narratologico di svuotamento delle capacità dalla donna al suo compagno, l’eroe. Jill conosce la storia delle estinzioni ma è incapace di prepararsi alla pandemia in arrivo negli Stati Uniti. Fortuna e capacità possibili vengono trasferite al marito, come nel padre in The Road. Non è un caso di misoginia narrativa però ma solo un espediente. Di personaggi femminili forti, capaci, non toccati dalla cecità cognitiva da catastrofe sono presenti e messi in evidenza. Il sindaco di Philadelphia, Shirley Jackson, che, riconoscendo i segni, prepara, come può, la sua città. Poi Tildy Nichincky, tra i tanti esperti di intelligence e sicurezza nazionale, convinta, in un’amministrazione incapace di pensiero strategico o forse soltanto filorussa, che Putin costituisca un rischio esistenziale per la democrazia americana.

Mentre la civiltà corre, cieca, verso il baratro, il nostro eroe fisicamente inadeguato Harry Parson si trova ad affrontare una serie di situazioni à la Tom Clancy, probabilmente un vero omaggio allo scrittore di Potere esecutivo, quello in cui un Jumbo jet viene usato come arma per un attentato terroristico devastante. Gli spettri della guerra fredda infatti sono pronti a scatenarsi, evocati proprio dalle forze sotterranee che abbiamo ignorato nel pianeta che si riscalda.

Lawrence Wright è un saggista, vincitore del Pulitzer per l’importante saggio The Looming Tower, sull’11 settembre e AlQāʿida. Il suo protagonista è un crociato, un ateo. La rappresentazione del regime saudita come del governo indonesiano, quasi di tutto un certo Islam al governo di nazioni, è impietosa ma sempre attenta e adeguata. Medici e principi sauditi capaci sono comunque soggetti alla catena degli eventi catastrofici che altri principi e politici sono impossibilitati a rompere, incapaci di riconoscere che è quella con il virus l’unica guerra che merita di essere combattuta. La lucidità di Wright sui rischi catastrofici globali non si fermano alla pandemia. I “conti in sospeso” con la storia, i face-off ideologici non sono un’esclusiva di paesi a maggioranza islamica. La tensione tra Iran e Arabia saudita è ancillare a quella tra Stati Uniti e Russia, non a caso elementi centrali del romanzo come della catastrofe che in esso si compie. Fanatismo e incompetenza sono, per Wright, due facce della grande cecità, certamente non esclusiva degli scrittori letterari secondo Amitav Ghosh. La Casa Bianca di Wright, il suo presidente e la sua famiglia sono infatti descritti in un modo altrettanto impietoso. In questo romanzo sembra non ci sia un comandante in capo. Mentre sullo sfondo le cifre della morte aumentano e le asimmetrie presentano il conto ai ciechi, governi cadono e città si svuotano come quelle europee dagli uomini abili durante le grandi guerre mondiali, gruppi antinatalisti ed estinzionisti emergono nel caos, il romanzo, fino al suo gran finale, si delinea nel sottotesto tipico del romanzo dell’Antropocene: nessuno è innocente, l’eroismo del singolo è sempre, in molti modi, un inganno.

Il romanzo è ricco, di temi, contenuti, rimandi. Nessuno dei temi rilevanti della contemporaneità nell’Antropocene viene lasciato in disparte: riscaldamento globale, de-estinzione, estinzionismo, integralismo religioso, trade-off ingannevole libertà-sicurezza, la simbiosi nascosta tra comunità scientifica e complesso militare-industriale.

Chiamare profetici certi romanzi come questo di Wright è un modo per disinnescare le questioni: i segni, le informazioni, la scienza, gli studi di scenario erano tutti lì, per essere svolti in un libro come per mitigare una pandemia. Il primo collasso è infatti uno che non riguarda i sistemi di emergenza o la quantità di dispositivi di protezione o di soldati ma quello che avviene sul fronte interiore: l’incapacità di immaginare. Questa è la stessa risposta che dà David Quammen in Perché non eravamo pronti (Adelphi). Perché un premio Pulitzer abbia scritto un romanzo, con pagine e momenti di grande e buona scrittura, come questo è chiaro ad alcuni e dovrebbe essere chiaro a molti. È quasi tragico quindi che il titolo originale, The End of October, sia stato cambiato nella versione italiana in Pandemia. Non è un “profeta del presente” Wright quanto uno scrittore che ha compreso. L’umanità sogna e nel sonno vive la normalità, di negozi, routine lavorativa e familiare, il marketing, a tratti si sveglia ed è il pianeta che ha creato, nell’Antropocene e ancora nel sogno del normale crede che quella sia la realtà. In The End of October un personaggio, il principe saudita Majid, sa che quello che la sua stirpe sta vivendo è un sogno, che le cattedrali costruite dal dono di dio del petrolio sono destinate all’alba a cadere, che il ritorno nel deserto è inevitabile come il risveglio. Un principe saudita che è chiunque nell’era del petrolio. Sa quando prendere un cavallo e tornare a cavalcare antichi sentieri sabbiosi. Forse, comunque, nonostante non stiamo vivendo l’incubo del Kongoli come dell’influenza prevista da Bill Gates, – la realtà resiste, la fortuna dell’umanità continua – è il momento per prepararsi per la fine di Ottobre. Quello di una letteratura come avvertimento, testimonianza, ad alto contenuto informativo ed evocativo è già arrivato.

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