Anteprima – Sulla Soglia

Le lancette cancellano con lentezza insostenibile l’ultimo spicchio dell’orologio appeso al muro, come se un uomo microscopico trattenesse il meccanismo dall’interno. Ridono, loro, fanno festa sguaiati, la tovaglia sembra la foto delle zone di guerra che vedevo a scuola nei documentari. Le pieghe come crateri, le forchette di carta ritorte come autoblindo sventrate fra i detriti delle briciole di pane. E le macchie di vino rosso, schizzi scuri sul terreno cotto dal sole. Gli occhi del vecchio sono acquosi. Con le mani si ficca in bocca un pezzo di salsiccia bruciacchiata mentre, alle sue spalle, la figlia gli getta le braccia al collo abbracciando il testone con le guance rosso scuro. Ridono, ridono tutti, e parlano quasi urlando, sforzando oltre misura il tono della voce. I bambini si rincorrono intorno al tavolo. Uno di loro, grassoccio e con i capelli a spazzola, urta una sedia e la rovescia, finendo a rotolare sul pavimento. Io capisco il momento, e mi è ben chiaro il motivo per cui si comportano così. Non di meno, non li reggo. Chiudo gli occhi, la testa mi pulsa facendomi serrare i denti dal nervoso. La cosa che meno sopporto è la carne. La trovo volgare. Da burini. E va bene, la concedono solo per queste occasioni, che per loro sono speciali, ma è davvero necessario fare così schifo fino alla fine? Lo smartwatch vibra attorno al mio polso, strappandomi un indelicato sospiro di sollievo che spero nessuno abbia visto. Alzo lo sguardo, e lascio che la lancetta superi di un paio di secondi la sua destinazione. Le mie braccia conserte si sciolgono andando a scivolare lungo i fianchi mentre mi stacco dall’angolino in cui mi ero infognato. Pochi passi e mi pianto davanti al vecchio, con le mani sui fianchi. Mi inumidisco le labbra e mi schiarisco la voce. Le due piccole sfere umide incastonate in quel faccione color del vino si piantano nei miei, mentre il vociare si spegne in un istante.

«Allora…», gli trema la voce.

«Allora è ora, Virgilio», gli rispondo con un sorriso. «Andiamo?».

Con la bocca aperta e gli occhi sbarrati, mi mostra una costina di maiale come se fosse un problema serio. Alle mie spalle, i passi degli infermieri rimbombano nell’atrio del ristorante.

«Tranquillo, Virgilio», uso un tono morbido, tranquillizzante. «Finiscila pure, non è un problema».

Beppe, il caposquadra, mi appoggia una mano sulla spalla. Mi volto. La tuta e le protezioni sono abbinate seguendo una combinazione di tonalità di verde fatta per suscitare il maggior rilassamento possibile. Il taser e il manganello sono dissimulati da ampie tasche, difficili da vedere se non sai dove cercare, non bisogna agitare l’utente, per nessuna ragione.

«A posto», lo rassicuro mentre gli stringo appena il polso. Lui capisce e, con discrezione, si tiene pronto. Il vecchio mangia la sua costina con cura snervante, staccando la carne dall’osso piano piano, lo lascia pulito. Ne morde la punta staccando la cartilagine che mastica con uno schiocco che mi fa salire un conato di vomito. Mi guardo le punte delle scarpe, chiudo gli occhi e respiro con calma. Il vecchio appoggia l’osso nel piatto e fa per prenderne un’altra.

«Dai, Virgilio, è ora di andare. Non vorrai mica mangiarle tutte tu?».

Mi guarda, deglutisce, il labbro inferiore gli trema.

«Ma… io…».

«Senta», s’intromette la figlia con un tono tagliente, «ancora qualche minuto. Un’ora. Cosa cambia? Dai che tanto è uguale. Mangia, papà».

Beppe fa per muovere un passo ma lo congelo con un cenno.

«Signora, io la capisco ma…».

«Cosa vuole capire, lei? Non è mica suo padre».

«Mio padre ha quasi sessantaquattro anni. Manca poco anche per lui, sa? La capisco, ma la responsabilità è di tutti, e bisogna capire quando fare un passo indietro. Dai, Virgilio, fa’ vedere a tua figlia che sei responsabile».

Mi avvicino, prendo una sedia e mi siedo davanti a lui. Con dolcezza gli prendo una mano unta di grasso. Per reprimere il brivido dello schifo contraggo gli addominali e mi sforzo di fare un sorriso conciliante. Una lacrima scende lungo il reticolo di vene che copre le sue guance.

«Ma… ma… ma… io…».

Con la mano libera raccolgo il fazzoletto e gliela asciugo. I suoi parenti ci guardano immobili, non vola una mosca.

«Dai, su, che figura ci facciamo davanti ai tuoi nipoti?».

Virgilio ingoia un bolo di saliva. Annuisce piano e fa per alzarsi. La figlia, nel sentire lo sforzo del padre, lo stringe più forte. Il vecchio allenta la presa carezzandole il dorso della mano. Lei lascia che si alzi. Virgilio la prende per le spalle e le dà un bacio umido sulla guancia, poi fa un giro intorno al tavolo e mi raggiunge. Mi alzo e gli cingo le spalle con fare complice. Seguiti dagli infermieri, camminiamo piano verso la porta.

«Oh, Virgilio, non saluti i tuoi? Guarda che sono venuti qui per te».

Il vecchio si volta.

«Ciao, neh? Fate giudizio, vero?».

Qualcuno borbotta un saluto ma nessuno realizza davvero la situazione. Le lacrime fanno colare il trucco sulle guance della figlia disegnando due righe nere sulle guance.

«Ciao, io vado…».

Spingendolo appena, lo accompagno verso l’esterno. Due infermieri lo aspettano ai lati dell’ingresso del furgone. Virgilio tira un sospiro pesante, e si lascia cadere le braccia lungo i fianchi come se calzasse un paio di guanti di piombo. Ancora una leggera pressione della mia mano sulla schiena e sale sul predellino. Lo faccio accomodare sulla sedia, gli metto la cintura di sicurezza, apro l’app sullo smartwatch e mando il segnale che ne blocca il fermo, poi con un comando disabilito quello di Virgilio. Faccio segno ai ragazzi che chiudono il portellone.

«Io… io…».

Il motore elettrico ronza appena e il furgone inizia a muoversi.

«Non voglio!», scoppia a piangere Virgilio. Nascondo un cerotto con un calmante nel palmo della mano e glielo applico con la scusa di carezzargli la nuca. Prosegue il viaggio guardando dal finestrino mentre le lacrime scorrono in silenzio sul suo faccione bordeaux. Arrivati all’A.S.L. di competenza, il furgone svolta pigramente nel giardino. Sblocco il fermo della cintura, faccio scendere Virgilio e lo accompagno nell’ufficio della dottoressa Ferrante.

«Buongiorno Virgilio, siamo pronti?».

«Io… non… voglio…», risponde singhiozzando. «Ho… paura…».

«Su, Virgilio, vedrà che facciamo in un attimo e non sente niente, va bene?».

Singhiozza, scuote la testa. La dottoressa disabilita lo smartwatch di Virgilio che si sgancia dal suo polso. Lui fa per prenderlo ma la dottoressa glielo sottrae con un gesto fluido.

«Non faccia così, dai, sa che anche il papà del signor Stefano, che l’ha accompagnata qui, ha quasi la sua età?».

Manca poco in effetti. Ci siamo quasi.

«Dai, mi hanno detto che ha mangiato una bella grigliata, oggi, era buona?».

Virgilio annuisce appena, poi stringe gli occhi e scoppia di nuovo a piangere.

«Virgilio, non faccia così. Pensi che lo fa per i suoi nipotini».

Mi sforzo di toccarlo. Di nuovo. Appoggio le mani sulle sue spalle. Si asciuga gli occhi e smette di singhiozzare.

«Allora Virgilio, ce la fa a prendere la medicina o preferisce la flebo?».

Il vecchio si irrigidisce, si alza e si piega su se stesso vomitando una massa rosso scuro sul pavimento. Distolgo di scatto lo sguardo e apro la finestra, e caccio fuori la testa prima di riuscire a sentirne l’odore.

«Stefano, tutto a posto?».

Senza guardare la dottoressa, annuisco.

«Vada pure, qui me ne occupo io».

«Va bene».

Due infermieri prendono Virgilio per i gomiti. Beppe gli asciuga la bocca. Virgilio trema visibilmente e ha le gambe molli. Una macchia scura si allarga dal cavallo dei pantaloni. Li seguo mentre lo portano in ambulatorio. Le casse diffondono una musica dolce, una melodia lenta suonata col flauto di Pan e sottofondo di onde del mare. La porta dell’ambulatorio si chiude alle spalle della dottoressa. Resto fermo sull’ingresso, con quella musica stucchevole che riecheggia nel corridoio. Non è stucchevole, sono io che sono nervoso. Per forza. La musica è rilassante. Deve essere rilassante. Il pianto di Virgilio scoppia come una bomba coprendo il mare e il flauto di Pan, e io penso di nuovo che mio padre ha quasi sessantaquattro anni, e che questa è la sua ASL di competenza. Schizzo fuori dalla porta e, quasi di corsa, raggiungo la mia bicicletta. Sblocco la chiusura di sicurezza con lo smartwatch e pedalo di corsa verso casa. Gaia e il bambino sono ancora fuori. Apro la doccia e inizio a strofinare forte. Voglio tirare via tutto. Il suo odore. Il suo sudore. Il grasso di maiale. Strofino, strofino, strofino come se dovessi strapparmi la pelle. Strofino, ma il chiodo resta piantato nella testa. Il mio papà ha quasi sessantaquattro anni.

2 – Giovanni

Avete detto grazie signor ministro

il bene comune è diventato sinistro

mi date da mangiare fiocchi d’avena

la mattina mi cerco una vena

per la dose del vostro coprifuoco

e per togliermi qualsiasi scopo

comunicate la mia morte anticipata

una vita l’avevo sognata

già morta appena nata

Questa la piazzo subito su NontiscordardiMe e taggo il ministro, voglio vedere, ‘sti delinquenti. I risparmiatori di sto cazzo. Loro, e il loro social della memoria. Oggi si fa peccato ad avere un’idea, pensare è una attività troppo dispendiosa evidentemente, bisogna risparmiare. Risparmiamo pensieri e parole, parole e pensieri. Risparmiamo i respiri. Capisco alla mia età, ma gli altri?

Se ci vedesse Maria, se vedesse suo figlio Stefano come l’hanno rincoglionito per bene. Ti faccio un torto Maria, ad andare tutti i giorni al bordello, faccio un torto al tuo corpo e al tuo spirito, un torto alla tua memoria, ma so che mi capirai, la carne è debole, la mia poi, lo sai… e quando ci rivedremo ci faremo le nostre belle risate come quando eri viva, coi tuoi ricci biondi al vento. Non manca molto, sei mesi e bevo il succo della morte, vado là dentro e ti raggiungo, e vedremo se questa favola che mi racconto da quando sei morta è vera oppure no.

Sono cinque anni che passo davanti all’ASL del quartiere. Con il suo giardino spelacchiato, la terra secca e quattro fili d’erba che spuntano come i tre capelli sulla testa pelata di mio nonno. Il primo anno ci pisciavo contro i muri ogni sera, il secondo anno davo cinque euro al ragazzino per fargli imbrattare i muri, il terzo anno mi faceva venire tristezza, il quarto anno ci sono passato solo una volta al mese; quest’anno vado a vedere gli orari di entrata. Guardo i vecchi, i sessantaquattrenni come me.

Molti li vedi che stanno male, possono anche morire, diciamo, sedie a rotelle, facce scarnificate e tutte tirate, qualcuno che sbava, occhi da pesce lesso. Altri no, me per esempio, chi mi avrebbe fatto morire, cinque anni fa? Ma nessuno! Sembro un ragazzo, per certe cose. Con l’altro governo chi si sarebbe azzardato a dire “bif” sulla mia persona? Ma nessuno: a me la morte non me la fai venire.

Ma dentro, sono morto quando è morta Maria, e di fare il bastian contrario mi è passata la voglia. Hanno ammazzato Robi, Pablo e Sganga. Siamo rimasti in cinque me compreso della nostra combriccola. E delle donne una ne è rimasta, tutte se ne sono andate di cancro.

Quando ero giovane io, erano sempre gli uomini a morire prima. Curioso.

Dicono il cancro scomparirà, tutto, basta risparmiare, mangiare la verdura del contadino. Kilometro Zero. Baratto. Banca del tempo. Risparmio.

Ma che te magni? La verdura radioattiva…

Eppure ci sono cose che succedono mentre tu vai in pensione e ti giri dall’altra parte per accudire chi ami, mica tanto tempo, ti giri dall’altra parte un secondo e il mondo è radicalmente cambiato.

O semplicemente chiudi gli occhi un attimo per riposarti e poi… ti svegli e guardi il mondo dove va a finire.

Tutto è cambiato, le priorità di tutti sono cambiate, l’aria che respiriamo non è più come quella di una volta, sono arrivati questi ricchi naturalisti, ci dicono di che morte dobbiamo morire, letteralmente. Lo dicono col sorriso e con le bandierine colorate. La morte è diventata un logo. Chissà quanto hanno pagato il grafico. Da cinque anni lo Stato è il nostro benefattore. Per chi è solo c’è la tessera del Bordello Comunale, è lì vicino agli ambulatori dell’ASL. Così, se sei uno che è sempre solo e stai inutilmente gironzolando lì dalle parti dell’ASL e oltre a voler andare al Bordello hai qualsiasi disturbo cronico, gastrite, colite, sciatica, qualsiasi cosa, approfittane per farti dare una guardata: paghi meno della metà ogni prestazione. Lo Stato lo sa che chi è vicino alla Soglia64 e magari è un po’ acciaccato non se la fa bastare una pugnetta virtuale, ci vuole una donna vera, esperta. Il piacere è un capitolo a sé, nel programma del Movimento che governa. Ma stasera ti penso troppo, Maria, e con questo umore non basta la pastiglia per farmelo venire duro, e allora cosa vado a fare?

Faccio un giro dai ragazzi, ci facciamo la fiorentina mensile, sono certo che avranno voglia. Quando sei sulla Soglia la carne te la danno. Solo un po’, perché fa male. Fa ridere, vero? Adesso scrivo nel gruppo Moriamo presto, moriamo tutti, che ghignate i miei vecchi. Sono lì tutti attaccati a NontiscordardiMe ad aspettare qualche idea per smettere di piangere o di bere da soli a casa. Bisogna uscire, altrimenti ti beccano, che usi NontiscordardiMe in modo improprio. Anche il tempo, devi risparmiare. Esco. Passo un’altra serata così, a dire cazzate. Guardo un’altra cosa e esco. Controllo se ho qualche foto non ancora caricata su NontiscordardiMe, le foto delle nostre gite in montagna beccano sempre più like di ogni invettiva. Quando scrivo le invettive devo ricordarmi di taggare qualche persona famosa. Così salgono le visualizzazioni. Chissà che qualcuno non capisca quanti sbagli stanno facendo, questi fighetti di sinistra. Che poi, boh. Destra? Sinistra? Tanto mi uccidono uguale. Per ora smettiamo di lamentarci, in fondo lo Stato mi aiuta, davvero.

Lo stato mi aiuta, non devo soffrire, devo morire, certo, ma non devo soffrire. Non devo ammalarmi come hai fatto tu, amore. Lo stato mi coccola fino all’ultimo e previene le malattie. Stanno inserendo i primi microchip per aggiustare le cellule, quella roba lì. E con la dieta. Niente carne, che fa male. Scomparirà il cancro. Tra qualche anno però. Ora si va alla vecchia maniera. Eppure questa non è la vita. La mia vita, questa roba qui, non brucia, non scalda, non rinfresca, non fa sudare, non fa godere davvero. Non fa un cazzo una vita così. Diranno che senza di te non ho saputo vivere. Di certo non ho potuto. È la solita storia: era meglio prima. Ma prima della tua malattia, intendo, prima che il dolore al fianco destro ti artigliasse e decidesse di non andare via mai più, quando riempivamo di benzina l’auto una volta alla settimana per le nostre scorribande, ai mari e ai monti, quando si lavorava tutta settimana e il sabato si riempiva il carrello al supermercato; quando Stefano era piccolo: quella era la vita. Eravamo all’apice. Tutti erano all’apice.

Gli ultimi anni del Consumo.

… continua

Giovanni Peli – Stefano Tevini

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