LA MATERIA DEL CÀRABO

A Laura Tripaldi

Ogni giorno, quell’agosto di villeggiatura in Versilia, faceva il giro delle trappole che aveva posizionato in riva ai fossi, ai bordi della palude o nel bosco vicino al lago. Zaino in spalla, vestito solo di costume da bagno a pantaloncino e canottiera, coi bicipiti bene in vista partiva alla prima metà del pomeriggio, quando l’aria era più calda e tremava all’orizzonte simile a un fuoco fatuo. Era l’unico scampolo della giornata che valesse la pena di venir speso in un’operazione apparentemente assurda ma in realtà assai significativa.

Per arrivare alle trappole attraversava luoghi idillici e contromano, angoli incantati che si fermava a fotografare rimpiangendo di avere con sé l’attrezzatura entomologica e non quella da pittura. Sfidava il sole e l’afa ma era troppo bello per lui vedere come il cielo e le fronde si specchiassero sulle acque del canale e, assieme a loro, le cime irregolari delle Alpi Apuane sbocconcellate dalle cave che portavano alla luce il ripieno bianco del marmo.

Con sorpresa nei bicchieri, da lui nei giorni precedenti infossati nel sottobosco con una zappetta e riempiti a metà d’aceto bianco, cadevano in quantità esclusivamente Carabus granulatus. Esemplari belli e torniti, grandi anche più di due centimetri. Sembravano appena sgrossati da uno stampo di bronzo statuario. Aveva trascorso l’inverno a cercarne di vivi, svernanti in celletta, nei dintorni di Firenze, senza tuttavia rinvenirne neanche le tracce. Adesso invece, nell’umido appiccicoso di quelle zone lacustri, sembravano l’unica specie presente. Queste bestie prendevano il sopravvento sugli altri coleotteri predatori così che, sotto la pietra piatta o il pezzo di corteccia posti a copertura dell’esca dall’odore aspro e pungente, cavava grovigli delle loro zampe e matasse intrecciate di antenne. Solo qualche Silfide alternava tale monotonia monospecifica.

Per quanto banali e abbondanti, i granulatus, se osservati da vicino, erano d’una grazia ed eleganza sopraffine. Solo un occhio grossolano avrebbe potuto confonderli con delle blatte o con altri carabi minori, come gli Pterostichus. Sulla cheratina delle elitre mostravano una scultura tornita a sbalzi e cordonature, arti affusolati, definiti in ogni giuntura. Faceva eccezione la rara apparizione di qualche Chlaenius verde e vellutato, col bordo delle elitre tinto di giallo: loro potevano dirsi più belli nonostante emanassero, da vivi come da morti, un tanfo da necrofori.

Quelle particole di vita brulicante, attere ma dalla corsa rapidissima, stavano rintanate sotto le foglie morte, le cortecce di salice e frassino, popolando le spaccature della terra e i tronchi marci. Ciò che ogni volta lo scioccava in questi “avvicinamenti” era proprio l’incontro con la materia. Nel bosco infatti si manifestava quella che Aristotele chiamò la Hyle, la materia senza forma che nelle tenebre gli sbarrava il cammino da qualunque parte si voltasse. In alcuni luoghi, ma non in tutti, assieme agli adulti dei coleotteri, nelle trappole cadevano anche le larve. In particolar modo lo colpirono quelle dei Silfidi, che somigliavano molto a dei trilobiti. La natura infatti, ai suoi stati archetipici, finisce per organizzarsi al di là del tempo e dello spazio in maniere simili ed elementari, primordiali.

Il lago era stato già in buona parte bonificato negli ultimi cent’anni. Della magnificenza palustre di un tempo restavano gli scampoli, piccoli specchi d’acqua stagnante soffocati dalle canne. L’adiacente golf club e innumeri villette a schiera disposte in maniera irregolare s’erano mangiati il territorio ormai non più selvatico. Lui tornava lì per un solo motivo, in cerca delle tracce di quel passato. L’insetto brulicante nel sottosuolo, ma ancor più il coleottero morto lo mettevano di fronte all’ineluttabilità senza tempo del non-io. La voce dall’oscurità del “Gran Curvo” nel Peer Gynt citato da Primo Levi nel Sistema periodico. Il chimico e scrittore torinese attaccava quella materia “stupida e neghittosamente nemica” con gli strumenti della razionalità, piegandone l’ottusità passiva. Lui invece ne rimaneva pericolosamente affascinato. Come incantato da tale abisso immemore, s’affacciava a scorgere il nulla dentro quel pozzo senza fondo. Veniva attratto dal vuoto provando vertigine.

Anche i canali in cui si specchiavano le Apuane erano artificiali, scavati dalle ruspe. La grande palude che si estendeva ininterrottamente sul litorale tirrenico era stata mangiata dal cemento e dall’asfalto. Un tempo dal lago di Massaciuccoli, attraverso San Rossore e gli sterpeti della Maremma, gli animali non trovavano ostacolo per spostarsi, se non le foci dei fiumi, fino alle Paludi Pontine. Grazie a questa continuità i granulatus si erano diffusi in maniera uniforme. Sapeva che, come rappresentante del genere umano, non avrebbe rimpianto le epoche della malaria e poteva solo immaginare, con fantasia archeologica, quante energie le antiche civiltà avevano speso per strappare terre coltivabili a quell’intrico ostile di melma e radici. Tuttavia non si sentiva a suo agio. La civiltà e il progresso non lo rendevano orgoglioso. I cadaveri di Carabus che rinveniva nelle trappole gli ricordavano che, nonostante di giorno si celassero alla vista, la notte sortivano a sciami di centinaia dai loro rifugi, pronti a predare, a mangiare, ad accoppiarsi e a morire in un ciclo rapido, vorticoso, un ripetersi di stagioni senza fine né scopo.

L’occhio composto e cheratinoso del Càrabo – uguale da vivo come da morto – gli ricordava che la vita scorreva anche senza di lui, i suoi ricordi, i desideri. “L’esistenza”, sembrava ammonirlo in silenzio, “è ripetizione di schemi e di stimoli utili alla riproduzione”. Il mondo delle macchine e quello della natura sarebbero esistiti anche senza narrazioni, come era accaduto per milioni di anni prima di quell’estate e come sarebbe continuato ad accadere nei millenni successivi.

Questo pareva dirgli l’occhio opaco del càrabo: che era una nullità. Tali coleotteri gli parevano emersi per magia dal nocciolo più scuro e impenetrabile delle cose, attratti chimicamente dal richiamo dell’aceto. I messaggi che si scambiavano tra loro in un vorticoso mulinare d’antenne esprimevano qualcosa di troppo semplice ed elementare, lontano dalle parole umane. Nell’humus scuro e verminante tutto scorreva su piani sfalsati ma interconnessi, senza soluzione di continuità. Così per un attimo la morte gli apparve un’invenzione umana. Nella fitta tela di ragno del sottobosco, fatta di radici interallacciate di edera e robinie, tronchi abbattuti di pioppi e salici, secrezioni e rizomi, non c’era alcun orrore o ribrezzo, nessuna illusione di portare alla luce, più di quanta non trapeli naturalmente tra le fronde ogni giorno al sorgere del sole su quel panorama antidiluviano.

In questo pareva consistere il suo definirsi entomologo: nel constatare come, pur imparando a distinguere quante più specie possibile di animali e vegetali, pur sforzandosi di comprendere le reazioni e gli schemi che regolano i processi elementari della materia, per quanto a ogni cosa cercasse di legare religiosamente una parola, una spiegazione scientifica, il fascino di quella matassa di elitre e antenne eccedeva ogni facoltà intellettiva. Alla fine sapeva, senz’ombra di dubbio, che la materia avrebbe vinto sulle bonifiche, le cave, le villette edificate senza criterio, le strade, i supermercati. La fascinazione di quel nodo di escrescenze entomologiche restava non solo intatta ma usciva addirittura accresciuta in quanto refrattaria alla ragione. Aveva abbastanza esperienza per capire come stavano le cose nella società degli umani, la logica dei loro affari. Con lo studio poteva capire le leggi naturali. Ma proprio per questo non gli sfuggiva il motivo per cui ogni giorno, nell’ora più calda, tornasse in cerca di Carabi.

Tommaso Lisa

(agosto 2020)

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