Che cosa vogliono i Michele Vaccari?

Nelle ultime settimane, ogni tanto, forse il tempo di riprendere le forze (le loro), abbiamo ricevuto varie visite, a diversi livelli di sgradevolezza, da un Michele Vaccari e da qualcuno, pochi, dei suoi bro. Molto strano perché, come non dicono nei blog letterari, i Michele Vaccari da queste parti non li calcoliamo di pezza. Questo ovviamente ha provocato alcune domande, richieste di chiarimenti: ma che cos’è successo con un Vaccari? Perché ce l’ha con voi? C’è qualche guerra in corso? Che cosa gli avete fatto? Possiamo dire tranquillamente: N I E N T E. Da queste parti non lo seguiamo, non siamo interessati a quello che scrive o come si comporta sui social, da tempo. Abbiamo detto più volte che la letteratura come lingua, come giardino ordinato mentre oltre il muro il mondo va a fuoco, come arma di affermazione sociale non ci interessa, così come non interessa a molti ormai. Manca un nesso ideale e di idee tra noi e i Vaccari. In Italia la letteratura nell’Antropocene è troppo spesso una medaglia di latta per internal service paraeditoriali. Crediamo che la mostra dell’ego, della sofferenza nello scrivere, l’epopea di autonominati ribelli all’editoria che poi saltano di casa editrice in casa editrice con grande regolarità, in generale sia una forma di promozione logora, da tempo, e di nessun interesse intellettuale.

Il crollo della realtà è in corso, nelle strade; l’egotismo e le sindromi post traumatiche da report vendite e Strega mancati davvero non sappiamo a chi possano fregare. Se c’è un mistero da indagare è nel denial, nel rifugio e nell’appellarsi ai sentimenti come unico segnale di esistenza in vita. Abbiamo alcuni temi d’interesse intellettuale che seguiamo, queste parole chiave indirizzano la nostra attenzione: climate change e global warming, fine della finestra di opportunità dell’Olocene, accelerazionismo, estinzione, Rinascimento psichedelico, altre intelligenze, collasso, sopravvivenza, demoni dagli spettri, Antropocene. Seguiamo chi tratta, scrive, parla di questi temi. Con questi soggetti vogliamo discutere e discutiamo. Stop. Eppure, senza alcuna provocazione, senza alcun commercio materiale o ideale, abbiamo avuto le attenzioni, offensive, minacciose, sgangherate, bugiarde, sgrammaticate di un Michele Vaccari. Non sappiamo come la nostra esistenza, discretamente attiva e assolutamente separata dai Vaccari kin, possa aver disturbato tale tipo umano, ma vogliamo capire.

Certamente la pandemia in corso ha avuto un costo psicologico non indifferente. Su questo blog abbiamo sempre seguito una linea molto chiara: buoni consigli pratici e di lettura, citizen preparedness, il panico è pericoloso, lo shock da catastrofe va compreso. Questo mentre intellettuali e gruppi di zombie sbandavano in uno spettro tra il negazionismo più o meno occulto e categorie concettuali e politiche inappropriate, squalificate e da rifondare nell’Era della Catastrofe, quando non addirittura pericolose, fasciste nei modi e negli intenti. Per troppi scrittori la pandemia è stata un vetro rinforzato di una stazione ferroviaria sul grugno, ubriachi di normalità e grandi piani di svolta. Intanto noi lavoravamo. TINA Storie della Grande Estinzione, è quasi pronto, ci sarà per fine ottobre. In accordo completo con l’editore Aguaplano abbiamo rinviato l’uscita per arrivare al momento giusto. Abbiamo pensato questo libro, scritto e illustrato da decine tra donne e uomini, come un manuale di sopravvivenza cognitiva all’Era della Catastrofe. Pensiamo sarà un libro utile, forse anche un bel libro.

Eppure i Vaccari e qualche, pochi, solidali, ci chiamano “setta”. Molto strana questa setta che consiste in un blog collettivo, dove mai è stato rifiutato un articolo o un racconto – temi, voce e tenore fanno loro da buttadentro o fuori – e ha prodotto, collettivamente, con sconosciute e sconosciuti, un libro come Storie della Grande Estinzione, in cui tutte e tutti sono alla pari, nessuno è stato escluso e nessuno scenario è stato tagliato, anche se un editor neoliberista avrebbe potuto suggerirlo. Curatori e autrici e autori sono tutti insieme, ognuno come sa, come può, senza blocchi all’entrata o furbissime sliding door. Nessun credito o debito. Nessun corridoio o piramide del merito. Zero ego. Nessuna preferenza o privilegio. O alcun costo. L’accusa di essere setta non dice nulla di noi, dice molto di chi la fa. Creare un divide tra autrici e autori e aspiranti, oltre che un problema di contenimento del disprezzo, è il motore di un’economia sommersa, appena nominata, una che si allarga di crisi in crisi e che pericolosamente ormai si avvicina al tabù, sempre più poroso, dell’editoria a pagamento. L’editing prezzolato, quindi senza un contratto con una casa editrice ma da sempre caldamente consigliato, è un problema noto. Forse qualche decina di aspiranti con il cuore pieno di luce e di speranze hanno convinto i Vaccari di avere un seguito. Sarebbe brutto, dopo molti anni di scrittura, arrivare a realizzare di non aver creato nessun movimento, nessuna rivista, nessuna corrente o gruppo di lavoro non mercenario e molto temporaneo, cosa che altri scrittori e scrittrici sono riusciti a fare.

I Vaccari, più volte, nelle versioni soft senza un profilo di rilevanza penale, ci hanno apostrofati come “maschilisti”. Molto strana anche questa accusa. Abbiamo risolto il problema dei bias del patriarcato aprendo a tutte e tutti, indistintamente, questo blog così come TINA. Non capiamo questo continuo ripetere l’accusa di maschilismo rivolta a noi. Un’accusa che però sembra proprio identica a quelle rivolte ai Vaccari da qualche voce autorevole sul tema “ambiente letterario e patriarcato”. Sembra un automatismo allo specchio, un transfert, ma non siamo competenti per definirlo tale. Lo sembra, forse lo è. Forse, chi si sente danneggiato da una certa accusa, spera che ripeterla impropriamente nei nostri confronti abbia l’effetto di danneggiarci. Gli sbrocchi, le parole al vento, gli attacchi senza provocazione e basi, avranno un effetto? Sotto il chiacchiericcio nevrotico e scomposto, flatus vocis sgarbato e autolesionista, c’è il suono del nostro pernacchione. La stima per il talento cade in un attimo. Forse i Vaccari vogliono creare una polemichetta per lanciare il loro prossimo romanzo? Non lo sappiamo, forse sì. Sarebbe uno svelamento. Per promuovere un romanzo, che sia bello o brutto, il seguito, il sequel di un precedente romanzo, senza una piattaforma culturale e la capacità di parlare di letteratura, senza parole chiave rilevanti, l’ultima spiaggia è quella di venire a provocare e insultare magari. Ripetiamo ancora una volta, con una giustificata indifferenza maturata su tipo umano e opere: a forza di dire letterario questo è fuggito.

Lasciamo proprio perdere, almeno in questa sede, la sparata sul nazismo. Non siamo noi che invocavamo la morte dei vecchi come igiene e necessità storica all’inizio della pandemia. La nostra storia, meno quella dei Vaccari, ci potrebbe far ridere di questa accusa, se non fosse in un ennesimo tentativo di delegittimarci. O forse è un altro transfert o la voglia autodistruttiva che un riflettore si sposti ancora sui Vaccari + nazismo? La nostra posizione è di disinteresse totale e l’immagine di copertina per questo pezzo è risposta adeguata.

Nel covo dei pirati sono tante le chiacchiere di slealtà e manipolazione. Il sottobosco di ogni ambiente in decadenza è pieno di capetti che si sentono stocazzo. Negli ambienti omertosi e falsi l’odio reciproco ma sorridente è endemico. L’aggressore può piangere per le risposte degli aggrediti. I principini sono nudi, e qui un merito ce lo prendiamo: siamo stati tra i primi a sghignazzare. Sghignazzare della presunzione di averci insegnato a scrivere (?!?). Sghignazzare di chi si sente padre e invece è il figlio tossico dell’epopea borghese narrativa rimasticata. Sghignazzare di una generosità reciproca che è diventata di colpo a senso unico. Sghignazzare dell’emorragia di idee da noi a loro, idee che in perfetto stile editoriale si sono virginalmente presentate come spontanee e originali. Sghignazzare della mitopoiesi del tutto inventata dell’underdog. Sghignazzare di pipponi su amicizia tradita e pugnalate alle spalle che somigliano a un monologo allo specchio, come chi scoreggia per primo e poi chiede chi è stato. Sghignazzare della tecnica dell’esposizione pubblica di fatti privati pur di racimolare qualche carezza ruffiana. Ai posteggiatori abusivi di Matteo Marchesini ci sono i buttadentro del ristorante turistico dell’editoria dove quasi tutti gli avventori escono digiuni.

Che succede ai Michele Vaccari? Hanno abbastanza amici, se ne hanno, da dirgli che provocare e diffamare da queste parti fa male? Che ci sono punching ball migliori ovvero quelli che non rispondono? Nessuno che gli abbia detto che da queste parti con tanta vanagloria e boria si finisce ancora più nel ridicolo di quando si è cominciato? Che problemi hanno i Vaccari? Non riescono più a chiudere un romanzo pur avendo la presunzione di spiegare cosa sia un romanzo? I critici ignorano prima di ignorare? L’editing è invasivo? Il Covid rischia di rimandare l’uscita? Tutto questo eventualmente non è di sicuro colpa nostra. E qui, tra gli “antropocenici” che pensava di trovare se non rogne? La domanda rimane: che cazzo vogliono i Michele Vaccari? Secondo noi non lo sanno.

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