Survivalismo letterario

La cittadella delle lettere pullula di zombie. Che fare? Innanzitutto tirare la cinghia e far finta di niente. Fingere che tutto sia uguale a un anno fa. Dire ad esempio che sei tu ad aver lasciato il lavoro in casa editrice anziché essere l’ennesima vittima di una sforbiciata collettiva. Far vedere di star bene. E poi ripetere gesti culturali stereotipati (pubblicazione, rassegna stampa, presentazione) come rituali magici di contenimento dell’ansia. Sgomitare più di prima senza pietà. Approfittare della confusione per arraffare due lattine di carne avariata. Aprire una testata o fare accanimento terapeutico su una rivista on line. Sopravvivere, insomma, come si può. In genere male. Oppure si può lasciare la cittadella e andare a vivere nei boschi. Che non significa, attenzione, sparire dai radar, ma agganciarsi a fonti di energia diverse dal sistema in collasso. La ragione per cui il popolo delle lettere preferisce invece restare in stand-by piuttosto che prepararsi al cambiamento inevitabile è la stessa per cui la gente va in armeria quando gli zombi sono per strada. Bisognava andarci prima, adesso è troppo tardi: l’armeria è stata svuotata mesi fa. In altre parole, lo svernamento, il letargo, la criostasi non possono mai funzionare, perché al risveglio non sarà primavera.

Il prepperismo è un mindset che ha l’accoglienza del clown che scivola sulla buccia di banana invisibile: risolini, alzatine di spalle, soprattutto oblio. Oblio perché al realizzarsi puntuale di certe profezie autoavveranti, ammettere di essere stati superficiali, di aver mancato l’appuntamento con la realtà, specie se intellettuali, specie se raffinati maestri di penna, non è un’opzione socialmente praticabile. Ma le cose stanno in poco posto: a collasso avvenuto, solo chi aveva previsto e si è preparato a uno scenario multiplo ha qualche vaga probabilità di sopravvive nei boschi. Per gli altri c’è l’apocalisse urbana dell’interruzione editoriale. Ma va detto: il troppo tardi, per molti, era evitabile. Si chiama traceologia, saper leggere le tracce, gli indizi, usare l’osservazione deduttiva, annusare l’aria e capire da che parte arriva l’incendio. Non fosse che l’orgoglio, la stanchezza, la rivalità da mensa per i poveri rendono i segni invisibili. “Prepararsi? A cosa? Roba da sciocchi”. E proprio la classe che orgogliosamente si definisce “professionale”, che si dice attenta al “lavoro”, che sa ascoltare il “mercato”, che sa dare “servizi” e fare “impresa”, questa classe più rappresentata nella fascia media che in quella medio-alta, questa classe più indipendente, più colta, se dovesse trasferire le proprie “competenze di marketing” nella vendita di scarpe o di caramelle non sopravviverebbe un mese. Incompetenza commerciale, stereotipi comunicativi, e soprattutto opportunismo sulle spalle di chi l’impresa la sostiene da anni: librai, lettori, autori.

Fin qui niente di nuovo. E forse, se ci fosse tempo, sarebbe utile analizzare il background che ha reso possibile in Italia non solo un addensarsi della globale cecità letteraria di cui ci parla Ghosh, con ritardi e sciatteria informativa ormai irrecuperabili, ma anche uno speciale arroccamento tribale da famigliola al circo che spende i soldi di fine mese in pop corn. Se ci fosse tempo sarebbe interessante notare come l’assenza di una cultura della wilderness, l’assenza di spazi selvatici, l’assenza di un pezzo di giardino per tutti, l’assenza di certe letture canoniche ma solo oltreoceano, abbiano bloccato la nascita di una sensibilità del limite in senso antropologico, quello che non puoi nascondere col giochetto dei tre bussolotti. Perché dietro il folklore survivalista e prepperista c’è qualcosa che la cultura “americana” ha intercettato con nervi sensibili, e che assomiglia molto più a un romanzo di DeLillo che non a un redneck in tuta mimetica. Tracciare un’antropologia del limite non significa infatti abbozzare una cronologia delle negoziazioni sociali e psicologiche tra ritorni all’utero e pulsione a perdersi. Non è questione di seguire ragazzi e adulti disadattati in rituali di forza e resistenza, ma riconoscere un trend performativo della specie, quello che sta alla base dell’irrequietezza ulissiaca come della pulsione migratoria degli animali.

Con l’idea di edgework alcuni sociologi, antropologi e scrittori americani stanno lavorando per comprendere quella che potremmo definire una “presa di rischio a perdere”, un “ehi ragazzi, mi faccio mangiare dalla tigre!”, che nasce ovviamente da una dialettica primordiale tra Antichi e Moderni, o tra norma e autarchia, ma che attraverso una pista dispendiosa e apparentemente insensata sembra superare il paradosso antropologico insito in ogni dialettica. Siamo già oltre il rituale estremo di ridefinizione identitaria, di rafforzamento psicologico, di autorappresentazione sociale. Il limite non è la ricerca del personal best, una pratica di passaggio o una rivisitazione in chiave autocentrata del potlach o delle prove di coraggio accreditanti, è un luogo reale, in cui si va di persona proprio per sottrarsi alle lacerazioni di una dialettica individuale e sociale. È, molto concretamente, l’Alaska di Chris McCandless e di Timothy Treadwell, il Denali di Jon Krakauer, il Cerro Torre di Walter Bonatti, le Torri Gemelle di Philippe Petit, il MoMA di Marina Abramovich, il “muro” del maratoneta: tutti luoghi in cui l’individuo diventa uno strumento di registrazione e uno spazio di incorporazione del limite. Mentre l’editoriale sovrappeso ghigna dalla poltrona che sta per portare al banco dei pegni, mentre ghigna come di fronte a un cretino che cammina sui carboni ardenti per vincere le sue insicurezze e provare che è maschio, in realtà sta osservando un pioniere-viaggiatore del Paleolitico che lavora la selce.

Forse è per questo che il prepperismo in America sta diventando un movimento mainstream, trasversale a tutti gli strati culturali, politici, economici. Immaginare il worst-case scenario non è un’adesione stereotipata all’Apocalisse ma un esercizio cognitivo che serve essenzialmente a testare/ripensare i pilastri socioculturali ricevuti: “Ehi, siamo sicuri che il sistema (editoriale, letterario, intellettuale) sia in buona salute? E se per disgrazia dovesse incepparsi sul serio dopo un estenuante declino inerziale, che cosa accadrebbe, che cosa potremmo fare davvero? Saremmo completamente in braghe di tela oppure abbiamo nell’armadio dei pantaloni di flanella di riserva? E se al posto di contare sull’armadio dovessi farmeli io i pantaloni, da che parte dovrei cominciare? Come si cuciono dei pantaloni?”. Non si tratta di andare a cacciare l’orso delle caverne e scuoiarlo e coprirsi con la sua pelliccia. Si tratta di immaginare e capire che cosa sta accadendo nella bolla e subito fuori. Fuori, nel mondo, ci sono almeno 20 milioni di preppers, 15 solo negli USA. Ma invece di dire “ah ecco, certo” come da parrucchiera e barbiere, si può provare a capire questo: l’America è due passi avanti a noi sulla strada del collasso, l’America è il modello che ci tocca e che anticipa di qualche anno le sorti di chi quel modello lo ha introiettato. Qui da noi abbiamo meno boschi e meno uragani, i black-out durano solo due ore e la vendita delle armi non è libera, ma i virus sociali e ideologici che stigmatizziamo puntando il dito sull’America (ignoranza, populismo, razzismo, suprematismo, fanatismo, estinzionismo, individualismo economico) sono già in azione anche qui. Sperare che nel 2021 una casa editrice possa sopravvivere come nel 2019 equivale a comprare le aspirine contro il Coronavirus. Sperare di farcela senza idee è semplicemente da stupidi.

La prima regola del survivalista-tipo è di non dire nulla del proprio survivalismo: non dire che si prepara, non dire quali libri di sopravvivenza sta leggendo tra i troppi libri scarsi in circolazione, non dire che cos’ha nello zaino già pronto sotto il letto, non dire dove ha nascosto la dispensa, non dire che cosa c’è nella dispensa, non dire niente di niente perché prima o poi arrivano gli sciacalli a razziare. Ma poi qualche survivalista apre un sito e fa rassegna di titoli utili e inutili, spiega perché la distopia sia un genere in scadenza mentre il fairy weird vada tenuto d’occhio, addita l’apporto dell’etnografia e dell’epica, elenca alcune regole essenziale della mitopoiesi, riflette concretamente sul destino dell’oggetto-libro, dà consigli narratologici disinteressati. Per questo viene ridicolizzato dai vicini con la giardinetta nel garage , attaccato dal bullo di quartiere, derubato dai saprofagi. Ma se continua a farlo non è per carità cristiana ma perché ha chiare due cose: l’edgework come leva antropologica universale e la prosocialità come margine di maggiore sopravvivenza. Tutto il resto è intrattenimento culturale.

2 pensieri riguardo “Survivalismo letterario

  1. A febbraio, quando dall’Australia avevo notizie del Coronavirus in Italia, avvisavo teneramente della probabilità che si diffondesse presto anche quaggiù. I ‘survivalisti’ con cui vivevo mi presero un po’ sottogamba, forse sperando fino all’ultimo che la loro esistenza fosse inattaccabile. Poi, quando la situazione globale iniziò a precipitare, un senso di apocalisse misto a “te l’avevo detto” (misto a malcelata soddisfazione nel vedere i non prepperisti soccombere all’ “apocalisse urbana dell’interruzione” del business as usual si calò sulla casa. L’edge è un concetto su cui si lavora molto anche in permacultura. ‘Value the edge’ è un principio chiave che guida il/la designer verso il considerare i margini, i limiti come possibilità ancor più ricche del centro. In situazioni di non panico è ottimo da applicare alla vita intera. Eppure, in una situazione come l’anticipazione della pandemia, l’ho visto distorcere, mutare in qualcosa che per quanto attraente faceva ribrezzo. Alla dispensa, vantata fino ad allora di esser sempre aperta, fu messo il catenaccio. Qualcuno iniziò ad esercitarsi con l’arco. Non fu più permesso di mettere piede fuori dalla proprietà. Le orecchie tese di notte. Di notte, uscire per urinare e aver paura di beccarti una freccia nel cuore è traumatizzante (in una situazione che era ancora ‘pacifica’). Questa esperienza non mi ha fatto ravvedere sul prepperismo, ma sulle probabilità/possibilità che questo diventi un mindset globalmente condiviso senza cadere (brutalmente) nel noi contro loro. Quindi, sì, le due cose che ti sono chiare vanno illuminate di continuo, sia nel letterario sia nel letterale.

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