La cavalla della Luna

Così si racconta

Una cacofonia metallica di una voce fasulla occupa il buio.

-Testimonianze titaniche della potenza spaziale dell’Impero -FHT- vede ergersi sopra le rovine dell’arcaica urbe abissina i tre Signa delle stelle -FHT- l’atmosfera sfila cumulonenbi di tempesta come centurie aeree di corazzieri neri inumani a passo romano di parata con sincronismo perfetto -FHT- immortali impronte del Triumvirato Littorio sulla Terra che originò l’uomo e che ne incidono ora il grembo bruno per la nascita del futuro -FHT- in onore della ferita di guerra mortale che perse il Duce -FHT- si aprono orizzonti mai osati -FHT- si attivano servizi di comunicazione e di trasporto con lo spazio -FHT- fervore di rinnovamento pervade il deserto giardino -FHT- il domani è la capitale dell’Impero edificata dal Regime -FHT- nel paesaggio indigeno imperturbato tre trapezoedri che non si possono vedere oscurano tutto -FHT- la loro materia è ambigua -FHT- costruzione primigenia o metamorfosi litica modernissima -FHT- la notte infinita smarrisce lo sguardo verso l’inimmaginabile -FHT- le tre torri di quarzo alieno non esistono su nessuna mappa -FHT- è doloroso provare a scorgerne i contorni -FHT- un suicidio mentale cercare di abbracciarne con lo sguardo la forma completa -FHT- cuspidi di onde vertiginose gorgogliano come squali in agguato tra le colonne -FHT- le superfici lisce di schegge si nutrono dei silenzi tra gli spazi -FHT- scorci di deserto sconfinato come il mare, arido come un pianeta scoglio -FHT- un antimiraggio di oceani cambriani essiccati per sempre -FHT- nella foresta di bassorilievi naturali sono raccontate enormi metropoli senza edifici -FHT- selve di colonne morte -FHT- popoli di marmo aerobico -FHT- sirene cantano con voce di pietra nelle profondità del mantello terrestre mille apocalissi a venire -FHT- nigūśa nagaśt Kebra nagaśt, i re della gloria i re dell’orrore -FHT- l’alfabeto di entropia dell’abjad musnad -FHT- le cinque vittoriose battaglie d’Africa, la quinta tavola dell’Impero, il pentacolo delle colonie -FHT- le pietre della Verità -FHT- estraendo petrolio in Cirenaica e nel Fezzan si protendono verso il cielo pozzi invertiti di limo solido riarso -FHT- obelischi giganti di avorio bruciato, carapaci di tartarughe macellate, oro nero, smeraldi schiantati, seta funebre e spezie psicotrope, segnano l’esistenza sotterranea di necropoli monumentali, le tombe delle specie -FHT-

Taitù si chiede da dove provenga la voce registrata. È il Giornale Luce? Farnetica di cose segrete. Cose innominabili. La retorica diventa una nenia. Vogliono ipnotizzarla? Chi ha registrato quelle frasi? Il clan Djellab di schiavisti di Aliu Amba o il cartello pornotropico dei Legionari Neri di Massaua? La radio gracchia cupa lastroni sonici di pietra basaltica che oscurano Warhi Faras, la dea cavalla della Luna… per seppellire col frastuono, ancora più nell’abisso, Hawulti, la capitale del Regno D’mt che ha imparato le parole e il Tempo dalla polvere della Terra…

Taitù è completamente al buio. Sente il dolore di polsi e caviglie costrette da catene gelide e pesanti. Sente lontano il mormorio monotono di grandi fari. A volte sente i rotori dei super aerovolanti a dodici motori Dornier DO XY o i vaporizzatori e le triple spine pelton dei Campini Caproni cc3. A volte sente altri suoni impossibili… risucchi e ansiti, gemiti e grida interrotte di dolore, strisci e mescolii, stillicidi e tumescenze… ma dove è? In un casino per ufficiali? In un campo di concentramento per partigiani? In un aeroporto militare dell’Impero? Le narici tastano l’invisibile, come insegna il carebù con gli occhi chiusi inciso nelle caverne dell’Accademia di Caccia scavate dal fiume Mago. Germicida ovunque. Un luogo asettico. Un ospedale? Altri odori terrigni e di succhi d’albero… natron il sale sacro, l’estinto laserpicio, la sandracca e la formaldeide. Le resine per l’imbalsamazione si attorcigliano rampicanti agli zuccheri come mute di sfingi appese a tripodi spenti. Dove è, sta per chiedersi, quando qualcosa illumina la stanza. La stanza? Taitù vede un’enorme vetrata ellissoidale protendersi nello spazio in cui si trova incatenata, fagocitandolo in un boccone. La luce proviene dalla vetrata, improvvisamente libera dalla paratia di metallo che la ricopriva. Oltre il vetro una massa marina animata da banchi di leviatani abissali, nebule di krill antartico e fossili bioluminescenti di tusoteutidi che diffondono onde di chiarore e colori di corallo, trasparenze traslucide, sfere di smeraldo intrecciate da bracci gelatinosi, calyptogena magnifica scarlatte, fauci idrotermali incandescenti. Al di qua della vetrata lo spazio angusto schiacciato in cui si trova Taitù è pieno di cose morte. Visi giallastri, epidermidi violacee, bocche cavernose, bulbi offuscati, grifi scarnificati, pelli conciate di… Taitù cerca di sporgersi, voltarsi, avvicinarsi per vedere meglio. Ma non riesce. Le catene? Sono fredde come il vuoto dello spazio. Pesanti come montagne marziane. Ma non fanno il minimo rumore. Non riesce a scuoterle nemmeno di un millimetro. Possibile? È una guerriera Oromo del Lago Tanaa, esperta nelle strategie cavalleresche della Corte nomade di Gorgora. Ha atterrato tre aeromotocarrozzette biposto SuperAlce armate di mitragliatori Breda Mod. 33 tranciando con il filo spinato eliche e teste fasciste. Ha schiantato da sola il contubernio di sfondamento di una centuria cingolata coloniale, abbattendo due file di legionari rostrati con il suo kara di strisce di pelle di rinoceronte annodato con zare cosparse di nafta infuocata. Ieri sera non ha forse battuto sul ring, nell’anfiteatro naturale di Cheren, circondata da picchi granitici nelle cui grotte lo spettro del carebù ha insegnato la lotta sacra ai primi uomini, il gigante italiano, Primo Carnera? Non ha forse zittito tutta la lorda corte coloniale dei macellai fascisti? Come è finita lì? Perché non ha più forze?

Il bagliore del baratro marino oltre il vetro non illumina una serie di nicchie dalle cui ombre si intuiscono profili di déi dalle teste e propaggini di animali. Taitù non riesce ad alzare lo sguardo, ma qualcosa, dal soffitto, promana l’ombra di una zoomachia: un grifone dorsobianco si sta cibando della carcassa di un coccodrillo del Nilo che sta divorando due pitoni delle rocce. La luce ondeggiante della vasca rende viva la scena. Un nautiloide si arrampica sulla vetrata. Nello scuro dei suoi tentacoli Taitù intravede il riflesso di un tavolo di metallo cosparso di bottiglie semipiene di fluidi colorati, foglie disseccate della savana, una riproduzione in terracotta della Madonna del Baobab, un cilindro sigillato attraversato da elettrodi connessi a elaborati marchingegni sconosciuti. È il punto da cui Taitù sta osservando. Eppure non riesce a vedersi… se solo riuscisse a muoversi anche solo di un centimetro…

-Buongiorno, negra.

Un miscuglio di gorgoglii, stridii e interferenze elettromeccaniche cerca di mimare qualcosa che non potrà mai essere una voce. Taitù vede avvicinarsi dalla voragine oceanica una medusa criniera di leone con tentacoli filamentosi rossoarancioni lunghi dieci metri che ondeggiano come bruciando. Dal nucleo caotico dell’incendio aggrovigliato delle nematocisti sorge la campana ottostellata al cui centro è incistata una calotta di vetro piena di una massa melmosa di mota grigiastra, del tutto simile a un cervello di pesce in putrefazione.

-Cosa sei?

Una cacofonia dolorosa. Una risata?!

  • Non mi riconosci? Ieri sera mi hai dedicato la tua vittoria sul ring. Non ricordi?
  • Il Duca Pesce?
  • Sì. Sono il Grande Ammiraglio Thaor di Navel, trionfatore su Turchi, Austroungarici e Africani. E tuo padrone assoluto.
  • Nessuno, uomo, mostro o dio, sarà mai il mio padrone.
  • Puoi sconfiggere un campione in declino come Carnera o quanti legionari vuoi. Ma qui non c’è lotta. C’è solo la tua completa sottomissione.
  • Lo vedremo, abominio…
  • Il mio animanto ti sconvolge? È solo una pelle tra tante, come vedrai tu stessa.
  • Voi fascisti non avete rispetto delle Creazioni della Terra… questo scempio che indossi è uno dei tanti frutti marci della vostra alleanza con gli alieni?
  • Potremmo definirli fiori del male… o fiori dello spazio, per non offendere troppo la Santa Sede, in attesa della sua completa abolizione per mano di Primus Nebula… ma sì, è grazie a loro che stiamo espandendo gli orizzonti del nostro Impero. Sulla Terra. Sulle carni. E oltre…
  • Il vostro impero è solo la riserva di caccia dei Mi-Go, non capite? Siete come leba shay costretti dai funghi allucinogeni a cercare ladri capanna per capanna.
  • Conosco quell’antica pratica dell’impero abissino. Macchina giuridica molto interessante. Noi siamo gli at’ech’i, però, coloro che somministrano la droga per telecomandare tutti gli altri.
  • A me sembri solo prigioniero di una vasca per pesci rossi.
  • È una mia scelta. Sono il Primo Duca del Mare, dopotutto. Trovo la pressione subacquea congeniale a un pensiero che oltrepassi i limiti dell’umano. È la placenta planetaria che ha originato la vita, dopotutto. Credo partorirà anche il prossimo stadio evolutivo.
  • Il tuo fascismo è un grumo canceroso agli antipodi della Vita e della Crescita, mostro maledetto!
  • Inizi ad annoiarmi… Fai silenzio!

Taitù si lancia in un sonetto di insulti e maledizioni che mescolano con creatività e furore versi da basso inferno dantesco a filastrocche corrosive dei mendicanti di miracoli di Bete Gyorgis, ma non riesce a proferire parola. Come è possibile?

  • Così è molto meglio, schiava. Ora mi ritiro alle giuste profondità, per il viaggio sulla Luna.

Taitù sgrana gli occhi.

  • Sì, schiava. Siamo a bordo del razzo RSS 2. Parleremo ancora dopo essere allunati.

***

Taitù schiude le palpebre. A fatica. Per una resistenza sconosciuta. La vetrata affaccia sull’oscurità dello spazio che tramonta in una risacca di luce evanescente. Come un’onda anomala siderale s’innalza la luna. Senza inizio e senza fine. Sembra il lago di lava dell’Erta Ale ibernato. Bianco accecante ovunque. Adii Ekeraa, sussurra Taitù con una voce strana che riconosce appena. Il bianco fantasma… sta divorando Gurraacha, il nero futuro… Safuu, l’equilibrio, è perduto? È per questo che Taitù si sente estranea nel suo stesso corpo?

  • No, schiava. Ti serve solo del tempo per abituarti all’animanto che il Supremo Stilista ha plissettato per te.

Una nausea di inesattezza profonda, un’inquietudine lancinante, come se miliardi di nanoscopici uncini raschiassero la superficie interna del suo cranio, aggricciandole l’anima in rughe grandi come canyon lunari. Vene radianti pulsano tra le spaccature dei gelidi crateri. Taitù si volta in assetto da battaglia alla cieca, ma non vede e non usma nessuno.

  • La tuta universale che indossi ha un cilindro di tok’l con dentro il mio cervello. L’acqua artica in cui sono immerso spero sia sufficiente a isolarmi dai tuoi germi selvaggi.

Taitù sa che la voce che sente non increspa l’aria sintetica della stanza in cui si trova. Possibile?

  • Non è vero.
  • Ho previsto il tuo scetticismo da troglodita. Osserva il tuo riflesso.

Taitù si avvicina alla vetrata.

  • Vedi quel prisma che spunta dal tuo cranio?

Taitù vede la cresta scarlatta del suo rango guerriero fenderle al centro la testa rasata. Da un lato, come una piccola inespugnabile nera torre pendente, si erge un prisma opaco. Lo afferra con una mano.

  • Impossibile estrarlo. È fuso con l’animanto che è cucito alle tue catene geniche. Puoi solo procurati un dolore indicibile.

Taitù guarda oltre il suo riflesso. La sua cresta cerimoniale cavalca il vento stellare. La polvere della Luna che ondeggia è la criniera cosmica degli Asil. I cavalli sacri che insegnano le virtù a tutte le creature. Kuhailan per essere resistente alla realtà delle cose e vigorosa nello sfidarle a mutare. Siglavy per essere sensibile alla bellezza del mondo e scorgere cause e conseguenze delle azioni. Muniqi per scavalcare leggera le catene e donare a chi ne ha bisogno.

Taitù lancia la mano stretta attorno al prisma verso l’alto con tutte le sue forze mentre lascia precipitare tutto il resto del corpo lungo la gravità artificiale del razzo. La lotta come l’Albero della Vita. Il dolore le fa esplodere il corpo e la coscienza che stramazzano lacerate sul suolo di metallo. Taitù non si muove. Dal prisma alieno che le spunta vittorioso dal cranio gorgoglia la risata abissale del Duca Pesce.

***

  • Finalmente sei tornata in me!

Di nuovo quella risata che sembra un coro di barbigli di triglia che boccheggia agonizzando. Un coro che la schernisce dentro tutto il corpo. Taitù invoca Kuhailan per domare quella percussione raccapricciante. Poi apre i sensi a Siglavy e cavalca il paesaggio con occhi selvaggi. Tutt’intorno è una distesa deserta di lava basaltica. All’orizzonte creste rocciose affiorano come dorsi di destrieri alieni dal Golfo dei Flutti all’eco impietrata dell’impatto di un pianeta vecchio quattromila milioni di anni. Dietro di lei Taitù vede con una memoria non sua un imponente fascio spinato di cemento oscuro che si staglia nell’albedo lunare come una massa cancerosa. Taitù si chiede dove si trovi…

  • Abbiamo appena lasciato la Torre Marina, la base segreta del Corpo Ricerche Speciali 33 nel Mare delle Piogge. Tra poco giungeremo sull’obiettivo.

Taitù sente la volontà del Duca Pesce muovere il suo corpo con balzi silenziosi di decine di metri. È disorientata dalla diversa gravità e dall’assenza di respiro, oltre che da impulsi neuroelettrici estranei. Ma ascolta, si adatta e impara la sua nuova forma. Sa che presto le servirà per sopravvivere.

  • Quale obiettivo?
  • Il motivo per cui ti ho rapita e rivestita di una tuta universale da esoguerra. Andiamo a caccia.

Taitù sta per pensare che è già a caccia, ma non vuole che il nemico ascolti la sua strategia di vendetta e allora pensa a un branco di Asil scatenati per coprirsi sotto il frastuono di quegli zoccoli siderali contro il suolo del satellite.

  • La tua mente è un serraglio di bestie sommamente sgradevole… per la fortuna della mia sanità razionale siamo quasi arrivati a Eratostene…

Taitù sorride come un cavallo rampante che sta per schiantare il cranio del nemico e acuisce lo sguardo per vedere meglio. Oltre un ciglio circolare ben definito, si intravedono terrazzamenti scagliosi come l’epidermide di un varano albino gigantesco. Dal fondo irregolare si innalzano picchi asimmetrici che sono i rantoli pietrificati di bestie batteriche morte miliardi di anni fa. Dentro quel cratere il buio si muove. Non sono ombre. La cresta rossa di Taitù si rizza pronta alla battaglia.

  • Lo so. Da vicino fanno questo effetto, vero?
  • “Fanno”?
  • Ti confermo che non è un’aberrazione ottica determinata dall’inclinazione del flusso luminoso globalmente diffuso.
  • Non sono ombre…
  • No.

Il buio dentro il cratere si spande e contrae come petrolio che respira in un catino di marmo. Poi si divide in polle di oscurità inquieta che ribollono frementi. Qualcosa senza forma e senza nome, nelle profondità prenatali di Taitù, riconosce quegli orizzonti di ematite e quegli alvei di selce e argilla animati da carbonio fotosintetico.

  • Quelle cose fatte di buio si muovono sempre più veloci…
  • Reagiscono al nostro avvicinamento.

Le oscurità levano dita verso lo spazio più in alto delle fortezze formicai della Valle di Omo. Queste fortezze nere si contraggono però e distendono come artigli ciechi in cerca di preda.

  • Cosa sono?
  • Il grande selenografo, il professor William Henry Pickering, afferma dal 1921 che esistono piante qui sulla Luna.
  • Neanche i tentacoli verdi delle Ya-Te-Veo più grandi sono così veloci.
  • Infatti l’esimio professor Pickering ha precisato, nel 1924, che i movimenti nel cratere Eratostene sono determinati da insetti lunari!

Taitù discerne ora, effettivamente, che le masse oscure in agitazione convulsa nella ridotta gravità del satellite non sono omogenee. Quelle ramificazioni di artigli sono composte da un brulicare di parti più piccole. Uno sciame impazzito di insetti alieni?! Taitù sente pizzicare imbizzarrito ogni poro del corpo. È l’ultrasuono notturno di nazioni di insetti che friniscono tra le dune degli atomi gli ululati di demoni yodit.

  • Sciocchezze! La tua pelle è stata sostituita da una tuta a omeostasi stagna. Non traspira, non respira e non sente assolutamente nulla.
  • Senza dolore, così come senza piacere, la sopravvivenza è impossibile.
  • La tuta resiste a temperature, pressioni e attacchi di livello Apocalisse. Le tue scempiaggini da cacciatrice primitiva sono inutili.

Taitù lancia al galoppo gli Asil tra i canyon dei suoi pensieri per non fa sentire al Duca l’arte sciamanica del calaqad circondarlo di spiriti… Azif al Jinn… i canti selvaggi delle cose…

  • Inutili come le teorie di Pickering. Non ci sono piante né insetti sulla Luna.
  • Cosa si muove allora dentro il cratere?
  • Licheni Lunari!

Un’ondulazione schizofrenica della massa melmosa di mota nera si lancia all’improvviso contro Taitù che rapida rotola di lato. Zanne e artigli e carcasse microscopiche in decomposizione e ali smembrate di pipistrelli e nere notturne rovine di cunicoli atlantidei gocciolano guano e salsedine extraterrestri respirando e ritraendosi nel cratere. L’odore acre e umido di alghe e funghi colpisce le narici di Taitù come una barba di bosco.

  • Cosa cazzo fai, schiava?!
  • Cerco di tenerci in vita…
  • No! L’obiettivo è entrare nella città!
  • Ma di quale città parli? Sei impazzito per il terrore?!
  • Parlo di quella città!

Taitù osserva i tentacoli ribollire di nuovo, incresparsi e sollevarsi minacciosi per il secondo attacco. Più alti dei formicai fortezza cui i primi artisti australopitechi si ispirarono quattro milioni di anni fa per erigere gli obelischi di limo che gli architetti di Aksum avrebbero cercato di emulare. I tentacoli sono attraversati da cortecce elastiche e talli pulsanti che formano arcate incalcolabili. Taitù ora lo vede. Non è un attacco, è il propileo monumentale mobile di un’acropoli carnivora.

  • I Mi-Go sono terrorizzati da questa città vivente! L’RS33 deve capire perché! Siamo lichenauti in missione di esplorazione ostile, secondo il Codice di Colonizzazione di Capitan Bottego!
  • Il macellaio del Giura… il predone di avorio… i miei fratelli Oromo hanno imprigionato il suo spirito nel suo stesso cadavere che gli ippopotami del Ganale Guracha masticheranno per l’eternità.
  • Selvaggi senza ragione… Ora sfodera la sua spada elettrica, la sua lama rotante può tranciare un baobab con un colpo! E prendiamo questa maledetta città lunare! In nome del DUX³!

Taitù osserva il trigramma cubico proferito dal Duca ergersi come esangue suono travertino al centro della piazza perduta in mezzo alla selva della sua mente. Tra le arcate simmetriche come grate del Palazzo della Civiltà si addensa l’ombra in un monolito che mangia la luce. Una corolla di patagi pterodattili innervata di falangi pulsanti racchiude soffocandolo un intricato ellissoide fungino composto da anelli piramidali, lamelle di carne, volve crucimorfe, scaglie e squame e antenne e chele che squarciano e legano quell’oscurità claustrofobica in un fascio di materia cerebrale in putrefazione. Tutte le strade portano a Roma. Taitù sorride un attimo prima di lasciarsi travolgere dall’ingresso scrosciante della città-lichene. Arresta anche la cavalcata del branco di Asil tra i baniani e i sicomori millenari della sua mente. Come lo sciame ombra tentacolare anche i suoi destrieri si accavallano ora l’uno sull’altro in un artefatto speculare abbandonato sul ciglio del Mare delle Piogge. Il suo dono per il Duca. Una solitaria Cavalla di Troia.

***

Taitù si sente precipitare. Verso l’alto? Possibile? Una vertigine per la leggera gravità lunare? Il corpo che non è più suo sprofonda abbandonato in una marea di dense dune d’oro, ma la cresta rossa ondeggia rampante seguendo una corrente ascensionale di pulviscolo viscido come purpurei villi di anemone. Si sente precipitare addosso vestiboli monumentali tetraplicati con petali di perla che respirano formando archivolti senza fine. Lungo porticati a sfera sempre più microscopici sfilano accelerando grandi carriaggi e salmerie d’ornielli e di pini intagliati nell’avorio di mammut delle stelle verso ombre di bosco. Colonie arborescenti di briozoi invertebrati si arrampicano festose a substrati epiteliali sommersi dalle prospettive di fuga di logge a spirale. A Taitù sembra di essere il nucleo in espansione di una conchiglia nautilus grande quanto la Via Lattea. E la coscienza del Duca Pesce le sembra rotolare sempre più distante dal suo centro. La sua voce lo stridore disperato di un rampino che sta per essere disincagliato. Lo stridio acuto si ostina però e si attorciglia a formare ruote dentate che opprimono la polvere ocra ed erigono legioni di colonnati al suono delle fruste di spietati gorilla albini dalle teste di cani neri. Quale orribile genealogia aliena può aver partorito queste chimere da guerra?

  • Gura!

Grida lontana la voce straziante del Duca Pesce.

  • Fidi OGM a me!

Taitù ascolta scandalizzata i ricordi del Primo Duca del Mare terrestre attaccarle la mente: un commando basibozuk di Oromo Geneticamente Mostrizzati è stato inviato a esplorare per primo la città dei licheni. Deformati irreparabilmente nei corpi e nell’anima in laboratori infestati di Mi-Go per sopravvivere e colonizzare senza pietà qualsiasi habitat planetario. Non avevano più dato notizie. Erano stati dichiarati M.I.A. dopo mesi di silenzio. Morti In Assoluto. E invece…

  • Fate rapporto, schiavi, al vostro padro

Il Duca Pesce non riesce a completare la frase. Taitù si abbassa di scatto, quasi troppo tardi, rapita dal desiderio di vedere la mazza chiodata scagliata da uno dei Gura spappolare la faccia maledetta del Duca. Quella faccia, purtroppo, ora è la sua. Con tutta la rabbia di questa consapevolezza, Taitù afferra la catena e arrotola su se stessa il proprio asse strappando il gorilla-mastino dalla sua schiera e condannandolo a schiantarsi fatalmente contro il suo gomito di duracciaio. I suoi commilitoni mostruosi si rivoltano invece contro sé stessi frustandosi a vicenda, ignorando Taitù, in una sacra rappresentazione di purgatorio extraterrestre.

  • C’è una specie di incrostazione tra i peli… un muschio… e si muove! Che schifo!

Grida il Duca osservando con gli occhi di Taitù il cadavere del Gura e gli altri che si flagellano tra le spire chitinose dei viali digradanti della città.

  • L’unico scempio schifoso sono i vostri esperimenti di genetica!

Ringhia indignata Taitù alla coscienza estranea fascista mentre vede sfarinarsi in una fatua foschia di tintinnante polline cilestrino il cadavere del mostro. E vorrebbe respirarlo per dargli pace.

  • La nostra scienza stellare è l’unico baluardo contro le minacce aliene, non vedi? Schiavizzare o essere schiavi! Questa è la legge universale, sciocca!

Taitù visualizza intensamente scene clou di commedie amatoriali clandestine in cui la serva gabba il padrone, lo schiavo sposa la figlia del re e i lavoratori della Spencer & Hill picchiano ridendo le truppe coloniali.

  • No! Maledetta! Oscura questi film porno! È inaccettabile! Basta con questa anarcoscopia!

Taitù riesce quasi a sorridere e in lontananza sente un’eco a quel suo quasi sorriso, laggiù oltre le selvagge colline calcaree, le foreste di celenterati crestati che ondeggiano opercoli nomadi, losanghe di faringi, contrafforti corallini di gangli nervosi, funicoli liquidi, tentacoli piumati di bruchi saturnidi iridescenti. Una costellazione di archeosfingi ghignanti volteggia turbinando sopra giardini pensili e piazze tartaruga. Le ali di pietra arenaria danno voce a venti cosmici che cantano il messaggio dell’uccello holawaka. Il canto modella da un altare-fossato guglie di naga multicipiti inestricabili. Una cattedrale corallina sotto le cui valli, mosse da comunità di elefanti, campate spugnose secernono resine fossili. Dentro le gocce d’ambra che scorrono sulla pelle delle dita artificiali di Taitù, donne aironi con le ali sradicate cantano il messaggio dell’uccello holawaka.

  • Le Yaga! Anche loro sono vive e prigioniere di questa città abominio!
  • Chi sono queste Yaga?
  • Un tentativo abortito di creare amazzoni volanti, per il piacere e per la guerra. Un ibrido inefficace, purtroppo…
  • Cosa ci fanno dentro la città?
  • Quando abbiamo capito che la città lichene mangia la materia le abbiamo sacrificato un intero stock di Yaga. Nei tempi antichi funzionava…

Taitù scaglia contro la coscienza dell’odiato invasore la foto-utopia di una giovane partigiana che bacia appassionatamente un infermiere a piazzale Loreto. L’impatto di cura e amore e voglia di pace sembra incrinare lo stesso cristallo alieno che ospita l’antimateria cerebrale del Duca.

  • Un giorno nessuno si ricorderà del vostro odio.

Torri ogivali di laterite a forma di bocciolo di loto si schiudono in un tempio foglia che accoglie come rugiada il canto nell’ambra delle Yaga. Il canto racchiude il segreto per non morire mai.

Spogliati della tua pelle

Taitù si affida alla memoria del respiro. Alle selve di vibrisse nell’incavo delle nari. Qualcosa riconosce il primo respiro.

Siamo della stessa materia del paesaggio. Siamo il paesaggio.

  • Cosa diavolo è quello?!

Le parole terrorizzate del Duca indicano qualcosa che si sta avvicinando. Tra gli spigoli senza angoli di teorie di tardigradi che si accatastano a miliardi gli uni sulle cuticole incolori e sulle zampe retrattili degli altri a formare mandala mobili arancioni, gialli, verdi e infine di nuovo incolori. Qualcosa si avvicina.

  • Che lo scacciamalocchiorosso di Primus Nebula mi salvi! È come un tappeto di blatte comuniste!

Un labirinto di licheni che crea spazi per vite chimeriche. È questa la città temuta dai Mi-Go. Taitù pensa a un palladio vivente. Un’Atene inumana il cui gorgoneion pietrifica la tirannide e partorisce libertà coralline. La città può essere la chiave per la vittoria!

  • No! No! No! Va atomizzata immediatamente! È un abominio!

Si attorciglia e soffoca e muore e sprizza altra vita. Quel qualcosa che si avvicina. Si avvicina e produce un suono inaudito sulla superficie dei padiglioni auricolari. Kuuur… Kuuur… Kuuur…

  • Cosa è?!

Un viale proboscide? Una lingua di rospo metropolitano? Un quartiere zooide?

No. È KUUUR la lumaca strega! Un consorzio nebuloso di esseri, il fiato muschiato del calderone primordiale che si spande ancora nell’atmosfera del tempo tracciando bave di alfabeti. Una folla di ife si affaccia per completare la trisimbiosi sacra. La città-lichene è ubiquitaria e cosmopolita. Tremilacinquecento milioni di anni fa ha inventato la democrazia dell’ossigeno. Da allora propaga ovunque la reazione alchemica della vita.

Taitù avverte il fasciomonolito contrarsi al centro del reticolo monumentale che costituisce la neuronecropoli condivisa da tutti i cervelli del Regime attraverso la tecnologia Mi-Go. Le sue orecchie aguzze come pinne di puledro percepiscono i cigolii terrorizzati dei ponti levatoi psichici che si affrettano a interrompere i collegamenti con la cancrena eterna del cervello del duce, mantenuto in animazione tossica da cristalli cianotici di tok’l. Taitù sorride a Kuur che lento e tenace si espande come schiuma alterando stati e specie di coscienza. Le sue bolle cosmiche partoriscono mondi. La città è il paesaggio, come una marea che danza scoprendo la pelle del pianeta profondo. Poi Taitù apre il ventre della sua Cavalla di Troia e come spore del deserto soffiate da Azif al Jinn, gli sciami di spiriti dei cinquecento sacerdoti di Debre Libanos morti ammazzati per aver predetto l’inevitabile fine dell’Impero, spirano costruendo ponti ellissoidali per il Grande Evento di Kuur, cantando Seera Waaqa nagaa.

La legge del cielo è la pace.

FRANCESCO MATTIONI

3 pensieri riguardo “La cavalla della Luna

  1. Ancora una volta Francesco Mattioni ci regala un racconto profondo da leggere tutto d’un fiato e poi rileggere per coglierne a pieno le diverse sfumature. Una bellissima lettura prima che l’anno finisca!

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