Perché un Rinascimento non si faccia Restaurazione.

(o della Restaurazione Psichedelica) di Andrea Betti Tibet. Estratto da “La Scommessa Psichedelica” a cura di Federico Di Vita, edito da Quodlibet.

Il Rinascimento Psichedelico potrebbe giungere adesso, un po’ come il proverbiale cancello chiuso quando i buoi sono scappati. Potrebbe risolversi in un “volo magico” ma sull’orlo del precipizio; la risposta in extremis di una specie in affanno, turbata dai propri deliri di onnipotenza e dal climate change del quale è responsabile. Ricorrere a ogni mezzo per scongiurare la minaccia della propria estinzione è spontaneo: rovistare nel cesto dello sciamanesimo a lungo guardato con spocchia come retaggio di “civiltà inferiori”; soffiare via le polveri irritanti dalla costola di grimori che abbiamo cessato di consultare; vagheggiare l’avvento della Singolarità Tecnologica o individuare iperstizioni letterarie negli sperimentalismi del secolo passato; evocare, infine, lo spettro artaudiano, il più dimentico fra gli emarginati di un’avventura umana corrosa dal cancro dell’arroganza, in un trip report buttato giù all’ultimo, come un compito estivo rimasto in sospeso. La realtà intanto prosegue del suo passo, insensibile alle preghiere, ai deliri degli ultraliberisti, alle scorribande degli alt-right-hippie che invadono Capitol Hill o alle missioni delle pischelle radicali con la Tesla che solcano l’oceano per rimproverare leader impermeabili a qualsiasi istanza. Prosegue, noncurante della buona o cattiva coscienza. Quindi, in ultima analisi, quali aspettative riporre nell’ACIDO? Territorio intensivo di espansione della coscienza ad oggi ancora percepito come “la roba che ti brucia il cervello” o, quando va bene, sbeffeggiato? Dove ci condurranno le molecole racchiuse nelle piante e nei funghi sacri capaci di intessere trame imprevedibili fra le nostre sinapsi e deviare la nostra elementare spinta autodistruttiva (il famigerato default mode)? Una tassonomia di molteplici sostanze delle quali solo oggi comprendiamo a pieno le potenzialità, grazie agli studi di pionieri e divulgatori come McKenna o Sheldrake, per dirne un paio… Riusciremo per tramite di questa consapevolezza, in parte inedita e in parte recuperata, alle 23.59 dell'”orologio climatico”, a smascherare, come si vede un bluff malaccorto, la nostra dépense travestita da accumulo? A medicare la nostra rêverie affetta da consunzione, che sputazza sangue sulla circuiteria infondata del futuro come posticipazione continua?

Non a caso il titolo del volume, che raccoglie voci così disparate e contrastanti è “La Scommessa Psichedelica” un titolo dibattuto, che non convinse tutti in principio. Alcuni proposero la “speranza”; io, per esempio, suggerii, ingenuamente, la “promessa”; come il fanciullo impaurito che prega o incrocia le dita, coltivo attese messianiche che non hanno più ragion d’essere. La “scommessa”, suggerita dal visionario Edoardo Camurri (se non ricordo male) rende bene il senso dell’azzardo che ci logora, della sua impellenza. Le jeux sont fait, rien va plus.

Ringrazio Quodlibet per aver investito coraggiosamente in questo progetto, Federico Di Vita curatore mirabilis di quest’opera necessaria, e Vanni Santoni, che mi invitarono a giocare questa partita decisiva; Francesca Matteoni che mi invogliò a scriverne in un tempo ed un mondo lontanissimi; La Grande Estinzione e, con essa, Antonio Vena e Matteo Meschiari, che mi ospita, allargando in questo modo il dibattito alle sfere esistenziali ed epistemologiche della riflessione sull’Antropocene. Un ringraziamento speciale al mio amico fraterno, Raffaele Ferro, per le discussioni sempre stimolanti, nate dal suo studio appassionato di Artaud e dal suo confronto di prima mano con esegeti importanti dello stesso, come Marco Dotti e Sylvèr Lotringer. E infine a tutti gli altri, giocatori e psiconauti, che hanno puntato a questo tavolo con passione e audacia, sfidando la sorte, i “bel pensanti” e i bacchettoni di sempre.

“Acid is wild. I’ve had life altering trips where I was able to change my entire outlook on myself and my future. I’ve also had trips where I was fucking stoked about pockets holding my things for me”

BassHeadRob su Reddit

Dopo quattordici anni di assenza da ogni evento a carattere psichedelico, volevo vedere com’era cambiato il mondo che conoscevo, fatto di gente semplice e dopata, montanari e fricchettoni, bambolotti e delinquenti, babbei e schizoidi; gente che picchia forte i piedi in terra davanti alle casse, come fece Shiva a suo tempo per distruggere il mondo, ballando una danza gioiosa, mimando il Devon Ke Dev… Mahadev[i], fiduciosi che nella ciclicità del mito fosse inclusa la distruzione, a cui avrebbe fatto seguito la pur dolente rinascita. Mi riconosco in questo “proletariato psichedelico” che partiva per l’India o per il Nepal negli anni ‘80 completamente sprovveduto e affamato di esperienze. Ricordo i racconti di amici anziani, alcuni di loro oggi scomparsi, di quando appena usciti dall’aeroporto di Mumbai, avrebbero voluto scappare e risalire sull’aereo per tornare a casa: però resistevano, vincendo le ritrosie provinciali, lo shock di fragranze e fetori, delle deformità non celate dei mendicanti e delle pire funerarie sui ghat lungo le rive del Gange, per tornare più sapienti e umili, luminosi, nonostante la terza media. Sono questi i pirati e i pionieri che hanno segnato la mia vita e la rotta fino ad oggi. Esisteva, agli antipodi di quella che poteva ancora dirsi cultura, una controcultura; sotterranea, popolare, viscerale, illegale, capillare che coinvolgeva una marea di persone semplici e complesse a un tempo, che nello sballo riponevano attese, ottenendo non di rado risultati sconcertanti, che potevano inaspettatamente condurre alla trascendenza: ritrovarsi con mezzi scarsi e timore nei territori impervi della spiritualità, spesso salutarmente derisi dai compagni di viaggio, che ridimensionavano così l’insorgere di un bad trip; rinascere Idraulici Mistici, Disoccupati Baba, che vedevano nella tuta arancione da operaio comunale, indossata ogni mattina a lavoro, le premesse di un destino o la reminiscenza di una vita passata di samnyasin[ii] e per tale ragione si licenziavano; c’erano gli studentelli borghesi come me che, con la scusa di perseguire stati di alterazione esorbitanti, di sperimentare con spocchia, si ritrovavano a sbracare, vomitare, scalpitare, ruotando mestoli neri bruciati su minestrine precotte buttate senz’acqua nei pentolini, e per questa disfunzione nella subroutine “prepara minestrina” ridere, ridere, ridere della risata nervosa e irrefrenabile; ma è necessario attribuire al Caso il gusto dei suoi capricci? L’intenzione che il paranoico (dopo certe nottate “ingessanti”[iii]) attribuisce allo svolgersi avverso degli eventi? Vivevamo contesti di politossicità estrema e variegata, giocosa e disperante.

Eravamo e non potevamo che essere turn on, tune in, drop out. Perciò per ricominciare con i giusti auspici, sono tornato a una festa, a un Goa party[iv]: ho vagato fra le immancabili luci Wood, fra le sculture realizzate con ossa e conchiglie, i fili colorati tirati fra i rami degli alberi. Il body painting fluo con il quale molti si lasciano istoriare il corpo da una nuova pelle aliena, iridescente ed effimera, fatta di linee e glifi arancioni, verdi, viola, da macule e striature a suggerire apparentamenti dell’umano con antichi navigatori cosmici, Annunaki, Iperborei o creature magiche dei boschi. Vivo la commistione della cultura psichedelica contemporanea con questo sincretismo spiritualista dal sapore un po’ New Age come uno scorno: per quanto sia bello e divertente fantasticare di alieni, per quanto ami questi colori, e riviva in me il fanciullo stregato dalle suadenti panzane di Peter Kolosimo o Charles Berlitz, non sono mai riuscito a digerire le furberie dei santoni e dei coach spirituali che s’insinuano nei movimenti di liberazione cognitiva. Ma è un mondo, e come ogni mondo, è caleidoscopico e conflittuale: il ciarlatano vive accanto all’autentico, il santo e l’ingannatore sono mimetici l’uno all’altro, non di rado coincidono. E come mi urta il santone furbo, simmetricamente provo fastidio verso un certo piglio negazionista di alcuni tra i cosiddetti “Rinascimentali” nei confronti di tutta la controcultura, che vorrebbero far passare, nel migliore dei casi, come un fenomeno naïf gestito da irresponsabili.

È una discesa in un Ade domestico, vago fra le mie ombre, quelle di un quasi cinquantenne con problemi cardiaci, forse (paranoia) scambiato per sbirro magari, per questo mio modo di porre domande cortesemente, o per i capelli corti e ordinati, per la pancia, la barbetta tagliata non da hipster o da scalmanato, le domande insistenti a un ragazzetto sprezzante che dice di avere dei funghi e poi mi ignora: non me se incula nessuno, tranne un paio di santoni, uno vestito di bianco con una fascia in testa che mi offre  “LSD in purezza”, ma temo di non aver tempo sufficiente a sbrogliare la matassa che si produrrebbe; non ho i canonici tre giorni, l’indomani si parte, e ho un po’ paura, sì… perché il secondo angelo con il cappello di paglia alla One Piece, un giovanissimo wannabe-sciamano, mi propone in alternativa dei Gamma Goblin. Temo di beccare un blotter “pacco”, dove potrebbero trovarsi, invece dell’LSD, anfetamine psichedeliche come DOB o DOM, che sarebbero decisamente controindicate per la mia cardiopatia cronica. La discesa prende le sembianze di un’accogliente infelicità e avviene lì, fra le bancarelle chiuse con i teli per la notte; da alcune di esse trapelano le lucine del riposo, vicino ai baracchini del chai e, su una poltrona fatta di bancali, guardo alla piana sottostante, fino all’orizzonte, era la piana di Kurukshetra e Waterloo, il bassopiano della Siberia occidentale e il Pantanal, il Lontano Ovest e il Grande Oriente… O era il pratone di Montesecco? Dove, al culmine di una notte lisergica, incappato nella ketamina, vidi smontarsi la realtà, in singoli pezzi senza significato, come una formica che si ritrovi ad attraversare una distesa di pezzi di Lego sparpagliati. In quei momenti drammatici solo i fantasmi ci soccorrono: apparve, a un certo punto, anche il mio più caro amico. Proveniva scalzo e a torso nudo dall’abetaia a cui restavano impigliati brandelli di nebbia. Un arcangelo ci offrì un nettare, da lui stesso preparato, di funghetti conservati sotto miele. L’aspetto non era invitante per chi non fosse stato a conoscenza delle eccezionali proprietà e della varietà dei preparati in cui possono presentarsi: quella dell’Arcangelo era poltiglia marrone, costellata dai filaccetti fibrosi degli esili gambi, messa in un vecchio vasetto di capperi. Il mio amico ebbe un’iniziale repulsa, ma lo tranquillizzai e poco dopo aver assunto quella prelibatezza, si tolse le scarpe, la camicia, le calze, si arrotolò i pantaloni, fino a metà polpaccio e scappò, inselvatichito come un cerbiatto, dentro l’abetaia da cui era comparso.

Quindi ci sedemmo intorno a un falò a bruciarci le gambe.

Come tanti Pinocchi in cerchio!

Puzza di bruciato.

Poi più nulla.

Fino ad oggi.

Nel 2019 è uscito un libro, Come Cambiare la tua Mente di Michael Pollan, che ha avuto un meritato hype e che ci porta una ben lieta novella: l’LSD e gran parte degli psichedelici, fanno bene. A conforto della sua tesi cita i padri della psichedelia Osmond, Huxley Hofmann, i test effettuati da chimici e farmacologi prestigiosi, utilizzando le più avanzate tecnologie e nel suo incedere entusiastico però, salta a piè pari tutta la cosiddetta controcultura. A cosa porterà la redenzione farmaceutica del farmaco ineffabile per antonomasia, il “bambino difficile” con il quale a latitudini estreme, in forme alchemiche e modalità differenti (peyotl, psilocybe, ayahuasca) solo pochi sciamani possono intavolare un dialogo serrato?[v] Questa complessità, empiricamente nota agli psiconauti proletari, ai “soggettoni” come amabilmente vengono appellati, pare mettere in imbarazzo Pollan che li definisce senza mezzi termini dei “buffoni”. Soprattutto Timothy Leary, il “più buffone di tutti”, un buffone pericoloso perché con le sue imprese spettacolari avrebbe rotto le uova nel paniere a seri studiosi proprio sul più bello e, con la presunta acqua sporca di Leary, butta anche il bambino della controcultura. Alla gran festa del Rinascimento psichedelico ci siamo infatti dimenticati di invitare un po’ di ospiti e rischia di diventare un clubbettino d’élite, un conciliabolo di assuntori privilegiati per censo e titoli accademici, una casta sacerdotale scientifica e letteraria che controlla, sintetizza e centellina il farmaco miracoloso ai ceti subalterni, microdosandoli per mantenerne l’efficienza macchinica; una Restaurazione più che un Rinascimento, che si regge sul tentativo ambizioso di cambiare di segno la Pietra Filosofale dell’evoluzione umana mettendo in atto una forma di discredito per cui “il lavoro del pensiero critico, delle relazioni di forze contro l’oppressione, o di soggettività contro l’alienazione, tutto ciò è (virtualmente) divenuto obsoleto”[vi]. Un discredito che si manifesta per omissioni e sussurri, lasciando intendere e sminuendo ciò che non si può omettere.

“È diventato evidente che, grazie ai colpi di scena della ragione cinica, o allo stratagemma della storia, questa nuova configurazione egemonica ha assorbito il negativo, la negatività come un modo per riguadagnare l’iniziativa… Il potere ha saccheggiato tutte le strategie di simulazione: parodia, ironia, autoironia lasciando alla Sinistra solo un fantasma della verità.”[vii]

Eppure, senza Timothy Leary, Pollan non avrebbe potuto produrre il suo ultimo best-seller. Non si può congedare chi, rischiando e pagando in prima persona, ha mantenuto viva la psichedelia fino ad oggi, con un “arrivederci e grazie, ora ci pensano i professionisti”.

Al tavolo della scommessa psichedelica (se tale vuol essere) giocano tutti. È stato solo diversi giorni dopo il party, che i fili di questi pensieri si sono, seppur caoticamente, riallineati. In macchina stavo ascoltando un brano goa-trance di Sectio Aurea, E il Cielo dei Cieli: una rivelazione che mi ha trascinato in una serie di ragionamenti o meglio, di ruminazioni mentali su cosa è e cosa potrebbe essere oggi la psichedelia. Ho pensato a Fisher e alle sue congetture sulla drum and bass: in questo brano il ritmo diventa una pulsazione, come un cuore tachicardico, o come il cuore di un feto; è il regresso verso forme ancestrali che si manifesta nel ripercorrere, a ritroso, gli stadi dello sviluppo organico, da embrione a essere umano, stadi attraverso i quali si è momentaneamente ospiti di forme altre: dall’aggregato di cellule primigenio a strutture più complesse, transizioni mimetiche in forma e sostanza con embrioni di anfibi, di pesci, di rettili, di piccoli mammiferi. Il concepimento si attiene a questo rituale biologico, un poema dell’organico proferito nel ventre materno, i cui versi sono catene cromosomiche, scissioni e duplicazioni cellulari come rime, un canto ctonio in cui tutti, venendo al mondo, ripercorriamo il cammino della vita. Questo sarebbe già sufficiente a confermarci parte del tutto: si ricordi Altered States[viii] di Ken Russell che illustra con larghezza immaginifica il reverse engineering evolutivo indotto nel protagonista dalle sostanze sacre, fino al confine estremo dell’inorganico e alla totale dissoluzione. Nella vastità dell’organico e nel suo sfumare nell’inorganico è il dominio coesteso alla Natura che non presuppone aldilà, nell’accezione marxista ripresa da Deleuze e Guattari[ix]. I campionamenti di orazioni e salmodie cattoliche utilizzati nel brano non sono che echi di una spiritualità inadempiente, gorgheggi di una fede passiva e protocollare, che ribadiscono la non-necessità (ancor più della non-esistenza) di Dei o altrove ultraterreni, così come di discendenze ufologiche o energie campate per aria; tutto è zippato e compresso sotto il visibile e l’illusorio della realtà. Basta avere l’unzip giusto e il mondo si svela, si apre, i confini angusti dell’Io definito dai ruoli sociali, dileguano. Ascoltando questa lunga suite di circa un quarto d’ora, dove il genere si smarca dai suoi cliché e dalla sua funzione danzereccia, recuperando pratiche e modalità compositive dell’elettronica sperimentale, il gusto per le divagazioni acide della psichedelia primordiale, capisco, anzi sento, che siamo sempre in gioco e che il gioco (compositivo, progettuale, creativo in senso lato) non è fine a se stesso:

“i giocatori migliori sono quelli che hanno fatto un passo ulteriore, e che cioè hanno capito che non esiste differenza tra fiction e mondo reale… La chiave di tutto è riconoscere all’immaginazione una capacità cognitiva trasversale e farla circolare senza barriere epistemologiche”.[x]

Questo ascolto mi ha lasciato il gusto tangibile e gratificante di una inaspettata incursione del futuro nel presente, nel nostro presente incapace di elaborare un futuro, che noi oggi intendiamo come uno stallo oscuro nel quale si accalcano le prospettive del collasso ambientale e lo spettro dell’estinzione. La stessa percezione che Fisher descrive parlando della nascita della drum and bass, ricorrendo a un concetto elaborato in ambito CCRU (Cybernetic Culture Research Unit) da Nick Land, l’iperstizione:

“un circuito di feedback positivo che include la cultura come componente. Può essere definita come la scienza sperimentale delle profezie che si autoavverano”, cioè “il futuro capace di operare nel presente” e nello specifico della drum and bass “un concentrato senza precedenti di desiderio macchinico-post-umano”[xi].

Un cortocircuito quantistico, nanoparticelle di futuro che se ne infischiano dell’unità di tempo luogo azione, sfruttando il veicolo matematico della musica e del lisergico. Tutto ciò non è in astratto, ma avviene nel corpo e nel mondo reale (se opportunamente unzippato dalle buone molecole) senza bisogno di Dio.

Per farla finita con il giudizio di Dio di Antonin Artaud è infatti il nodo focale, la supernova concettuale da cui si diramano i fondamentali di ogni controcultura. In condizioni di precarietà fisica e mentale, Artaud aveva scritto incessantemente durante il suo internamento e aveva concepito e incarnato gli inneschi fondanti del pensiero controculturale a venire; grimaldelli e simulacri che saranno validi non solo per gli anni ’60-70, ma che ricorreranno nella post-postmodernità, nell’urgenza di ritornare a concepire un pensiero alternativo alla monocultura capitalista dopo il crollo del blocco sovietico e dei totalitarismi socialisti e la conseguente retrocessione dei movimenti operai nell’autoproclamatosi “Mondo Libero”. Ed è per l’appunto Artaud il primo illustre snobbato dai Rinascimentali. Nel libro di Pollan non viene citato mai, nemmeno a margine, pur essendo stato oggettivamente, anche senza scomodare la politica, il primo psiconauta della storia. Fu Artaud, intossicato dall’oppio, che intraprese il suo viaggio in Messico del 1936 per disintossicarsi e “recuperare un antico sapere pregenitale” partecipando al rito del Peyote praticato dai Tarahumara. Molto prima di Huxley e di ogni altro sperimentatore americano. Quella di Artaud non è una mera esperienza estetico-sensoriale ma la ricerca corporale, materiale e magica di una sacralità antropologica, di una “mistica senza Dio” come nell’accezione fornitaci da Jean Daniélou, non un’oscura ricerca di Dio mascherata da altro, ma la visione nietzschiana tout-court senza sconti. “Non è Gesù Cristo che sono andato a cercare dai Tarahumaras, ma me stesso, il signor Antonin Artaud”, scrive a un amico nel 1945[xii]. Possiamo, semplificando molto, individuare due polarità principali nella storia della psichedelia, due assi o linee genealogiche: quella ufficiale (donde proviene l’invenzione della parola stessa “psichedelia”) “aristocratico-farmaceutico-mistica” l’asse Hofmann-Huxley che predilige un’esperienza astratta, estetica, mistica, comunque controllata ed “elitaria”, quello “controculturale-rivoluzionario” di Artaud-Ginsberg-Leary che invece cerca attraverso gli psichedelici la mutazione profonda dell’umano e del sociale. Questa dicotomia nell’approccio è evidenziata anche da William Powell:

“La differenza tra la sperimentazione di Huxley e quella di Artaud è che Huxley programma di mantenere le sue esperienze sotto i controlli di laboratorio che lui stesso ha creato, mentre Artaud ha permesso alle sue esperienze di diventare parte della sua vita.”[xiii]

Artaud, paria da sempre, parte assai svantaggiato: anche a detta dei suoi contemporanei era un impresentabile, pare che lo stesso Breton lo evitasse per tema di essere infettato dalla sua follia e Pollan pare nutrire la stessa ansia da contaminazione. È molto concentrato a mantenere la rispettabilità della trattazione, a curarne con meticolosità l’esattezza scientifica e documentale: tutto ciò è appagante (talvolta un po’ noioso) per il lettore e dà il senso di una completezza che aiuta a sdoganare alcuni giudizi opinabili e lascia sorvolare su certe “dimenticanze”. In un testo così ricco, che cita, fra gli altri, persino il norvegese Carl Sofus Lumholtz[xiv], rimbomba per la sua assenza il primo occidentale ammesso ai rituali sciamanici del peyote, anche in considerazione dell’influsso che ebbe Artaud sulla controcultura americana, a partire dalla Beat Generation. Veicolo primo delle concezioni aurtaudiane negli Stati Uniti fu il poeta Carl Solomon. Arruolato in Marina, prestando servizio nella Francia del dopoguerra, a Parigi assisté a un’esibizione di Antonin Artaud, e da quel momento si ritenne sempre un suo seguace. Tornato in patria incontrò Ginsberg, in una situazione magica e a dir poco inquietante per le analogie del setting dove ebbe luogo: i due infatti si conobbero nel manicomio di Rockland nel New Jersey, dove era ricoverata, lobotomizzata e sottoposta a elettroshock, la madre di Ginsberg e dove Solomon si era fatto volontariamente internare, per sperimentare nella sua viva carne la drammatica esperienza manicomiale di Artaud durata ben nove anni, fino alla sua morte avvenuta nel marzo 1948 nella clinica del dottor Delmas a Ivry-sur-Seine, da solo, seduto di fronte al letto, con la sua scarpa in mano. A seguito dell’internamento, Solomon scriverà uno dei primi testi di denuncia Report from the Asylum: Afterthoughts of a Shock Patient, contro l’elettroshock e le misure repressive adottate negli ospedali psichiatrici. Ginsberg dedicherà proprio a Solomon (e c’è chi sostiene anche ad Artaud) il celebre verso iniziale di Howl; è del resto lo stesso Ginsberg a dichiarare apertamente la sua ammirazione per Artaud e il rammarico per la sua scomparsa:

“Ero stato affascinato dal pensiero e dalla poesia del poeta francese, il maudit, l’anti-fisico e mistico, Antonin Artaud, che era morto senza denti e, si dice, pazzo, a Parigi nel 1948, solo sette anni prima dei nostri Reading alla Six Gallery”[xv].

Un utile riassunto dell’accoglienza americana postbellica di Artaud ce lo fornisce anche Joanna Pawlik in Artaud in Peformance – Dissident Surrealism e The Post-War American Avant-Garde, prestando particolare attenzione al suo lavoro sia in ambito teatrale che all’influenza esercitata sugli scrittori Beat a San Francisco. Nel 1965, Leary, Jackie Cassen e Rudi Stern cercarono di ricreare un evento teatrale, che fosse anche un setting immersivo nella più pura accezione psichedelica, un’esperienza che superasse la parola e il testo. Leary e Artaud sperimentano in tempi e modalità diverse i confini dell’oralità:

“Quello che stiamo facendo è un ritorno alle forme base del teatro, al gioco delle ombre. Artaud immaginò per la prima volta un teatro che assumesse la forma di una struttura mitica: luce, suono e ombra sostituivano la narrazione, [e] la pantomima sostituiva la recitazione. È tutto molto puro. […] Il desiderio di tornare al mito è preso in prestito da “Il Teatro e il suo Doppio” (1958). In “Mai più Capolavori”, Artaud esorta i suoi lettori a eliminare questa superstiziosa valutazione di testi e poesie scritte.” [xvi]

È la riscoperta/metamorfosi del corpo e dello spazio in cui è agito, dove la parola come Dio (se in principio fu il Verbo) mostrano la loro inadempienza al reale esteso e plastico che si produce nel trip:

“Deleuze-Guallari e Foucault seguono Artaud nel riconoscere che la lingua non è nulla di etereo, ma è totalmente materiale: una prigione da cui i nostri corpi devono fuggire. I corpi non “parlano”; non si rappresentano a parole. […] Quindi smontare il linguaggio è immediatamente una questione di disarticolazione del corpo”[xvii].

Di questa plasticità psichedelica parla anche Fisher in Acid Communism:

“per la coscienza psichedelica, il concetto chiave è la plasticità della realtà, l’esatto opposto quindi della rigidità, della permanenza o della immutabilità che non ci lascerebbero altra scelta che l’adattamento al realismo capitalista.”[xviii]

Purtroppo Fisher si è suicidato prima di concludere questa sua opera, la vera Gesammtkunstwerk che avrebbe potuto riannodare i fili della controcultura radicale e cyberpunk alla controcultura psichedelica, che Jeremy Gilbert di Open Democracy descrive come:

Acid Communism è diventato il termine di Mark [Fisher] per una sensibilità politica condivisa sia dagli sperimentatori psichedelici della controcultura, sia dai radicali politici degli anni ’60 e ’70. Questo orientamento utopico ha respinto sia il conformismo e l’autoritarismo che caratterizzavano gran parte della società del dopoguerra, sia il rozzo individualismo della cultura del consumo. Ha cercato di cambiare e accrescere la consapevolezza delle singole persone che dell’intera società, sia attraverso l’uso creativo di sostanze chimiche psichedeliche, che tramite esperimenti estetici in musica e altre arti, attuando soprattutto una rivoluzione sociale e politica.”

Se volessimo fare un parallelismo ardito, individuare un’alfa e un’omega, in principio abbiamo Artaud a scompaginare le forme borghesi del teatro, della poesia, della psichiatria, della politica, agito dalle mutazioni cognitive indotte dalle sostanze, e alla fine troviamo Fisher e il suo Acid Communism del 2017, frutto delle esperienze come blogger (K-punk) e filosofo operante nell’Inghilterra post-tatcheriana della Rave culture primi ‘90, una stagione vissuta in prima persona dall’autore, nella quale ricomparvero, dopo i decenni bui della “roba”, le sostanze psicoattive: LSD, MDMA e ketamina su tutto. Per renderci conto visivamente del passaggio ricordiamo Trainspotting, quando Trenton per la prima volta si impasticca e balla la acid house. I “Rinascimentali” americani operano dunque una rimozione, per mondare l’LSD di ogni imbarazzante retroscena controculturale e renderlo appetibile alla microborghesia odierna e la repressione intanto prosegue, con intatta protervia come ai tempi di Nixon. Leonard Pickard, ex ricercatore di Harvard e all’UCLA sta scontando due ergastoli[xix] per la produzione di acido lisergico e con lui molti altri, per averlo prodotto illegalmente, al di fuori di ogni circuito malavitoso o  collegato allo spaccio di stupefacenti. Il suo libro “The Rose of Paracelsus” è un esperimento letterario, un’opera corposa e visionaria dove le fila della ricerca farmacologica e il potenziale morfogenetico della LSD ritrovano una virtuosa continuità, senza disdegnare una cornice controculturale:

“un’interessante esplorazione di stati di coscienza alterati da una prospettiva esoterica. Il libro mette in luce le motivazioni spirituali e altruistiche per la produzione di LSD e dovrebbe essere di particolare interesse per coloro che cercano di capire la presenza continua del farmaco nella nostra cultura.”[xx]

L’aspetto preoccupante è che potrebbe funzionare. La LSD rappresenta con Internet uno dei picchi di una mutazione cognitiva epocale in corso, avvenuta in un brevissimo lasso di tempo, che potrebbe degenerare nell’avvento della singolarità tecnologica auspicato dagli accelerazionisti di destra. Queste tecnologie presentano neutralità apparente ma possono essere strumenti sia di controllo che di liberazione. Pasolini vide nel sesso la stessa ambivalenza,[xxi] perché è sempre nel Corpo che si svolge l’azione, è sempre il corpo la materia prima e ultima dell’oppressione, del desiderio, della propagazione come specie, il sistema sensibile di percezioni, piacere e dolore. A Pollan è doveroso riconoscere onestà intellettuale. È un uomo del suo tempo, coerente al suo status sociale, un giornalista e scrittore americano benestante di meritato successo, un ricercatore appassionato, attento alla sua credibilità editoriale. Nel mazzo tiene solo illustri, secondo un suo paradigma di attendibilità puramente scientifico, farmacologi e ricercatori che lavorano sodo, anche alcuni tizi bislacchi come il micologo Paul Stamets, che però, essendosi attenuti a un protocollo si sono guadagnati il rispetto dell’autore. La scienza è da sempre un ottimo alibi: la sua neutralità fattuale spicca sui lacerti, sugli “occhi neri di dolore”[xxii], sulla bocca mortifera di Momo che tanto attrasse e ripugnò Anaïs Nin. Pollan non sembra attanagliato dalla paura, dal sacro timore della sostanza ineffabile, la sua è più una sorta di pruderie: prudenze che non di rado nascondono pregiudizi. Come fa notare anche Carlo Mazza Galanti nella sua recensione apparsa su Esquire[xxiii], nella quale sottolinea come, pur a fronte di una cospicua e ben documentata opera divulgativa, i disagi che la LSD miracolosamente monderebbe, siano ridotti a patologie da medicalizzare, senza mai interrogarsi su implicazioni sociali e politiche; meglio evitare di risvegliare dall’oblio i vecchi fricchettoni pazzi. Seguendo questa logica del fattuale puro e semplice, è lineare lasciar credere a tanti disperati, afflitti da dipendenze assortite – eroinomani, politossici, alcolizzati – e da depressioni insanabili, che questo sia dovuto esclusivamente alla loro naturale fragilità, a qualche fisiologica disfunzione, oppure al loro idiopatico “esser presi male” e dalla mancanza di entusiasmo e di “volontarismo magico” dunque fornire loro il nuovo farmaco miracoloso: il “prodotto” LSD Sandoz, Delysid che tanto bene fece a Cary Grant. Rimarcare l’assenza ingiustificata di Artaud in Come cambiare la tua mente non è solo un atto dovuto di giustizia, non è pietismo (così come non c’è pietismo in Van Gogh: Il Suicidato della Società, uno dei libri più amati e consigliati da Ginsberg). La posta in gioco è più alta: si tratta di riattivare i nuclei stessi di un pensiero alternativo espanso, gli stessi che ritroviamo attualizzati e riconnotati, sulla base della pervasività tecnologica contemporanea, nell’esperienza della CCRU, nel cyberfemminismo di Sadie Plant, nell’accelerazionismo di Nick Land, nel realismo speculativo di Eugene Thacker. La psichedelia è un campo conflittuale e composito. Non possiamo che accettare la convivenza di impeccabili chimici in camice bianco e tipi sgangherati ed eccentrici, il carrozzone di sbobinati, buffoni, mezzi delinquenti, spacciatori, anarchici e politossici; è l’unico modo per averne una panoramica convincente e mai esaustiva. È nella natura stessa della sostanza sfuggire di mano, sfuggire ai protocolli, indicare nuove vie, nuovi protocolli che verranno infranti. Solo sul finale, Pollan si arrende: lascia la parola a Doblin che spezzerà qualche lancia in difesa del “Piccolo Popolo”. Non sono stati gli hippie o Leary la causa della repressione degli psichedelici, anzi ne sono stati le prime vittime. Sono loro e chi dopo di essi ha percorso quell’aspro sentiero sui crinali della follia, i coraggiosi “cristiani nelle catacombe” che hanno tenuto vivi i sacri fuochi di Eleusi fino ad oggi. Sono stati loro a diffondere e mantenere viva, in clandestinità, la cultura psichedelica, rielaborandola attraverso i rave, la acid house dei primordi, la tekno, la drum and bass, la psy-trance, le occupazioni dove convivevano astiosi gli anarcopunk e i primi danzatori elettronici. Contesti di sballo (o è liberazione fisica e mentale?), delirio (riconnotazione e deprogrammazione neurale?) e consapevolezza, dove si educava all’uso coscienzioso migliaia di persone, con i laboratori di strada, come si allestivano al Livello57 o al Ca.Cu.Bo. a Bologna. Ora sappiamo che l’LSD fa solo bene, basta tenerne fuori politici radicali e artisti visionari, non dar troppo peso al femminismo, alla coscienza di classe, a tutta la ricaduta in termini di emancipazione che l’LSD produce come “materiale di risulta”. Eppure, anche forzando la mano e ostinandosi a negare la controcultura, sono proprio le sostanze psicoattive in sé ad essere ontologicamente rivoluzionarie (qualcuno li ricorderà, erano dei cartoni molto buoni, gli evolution/revolution). Alcune teorie sostengono che le sostanze psicoattive hanno avuto rilevanza sulla nostra stessa evoluzione, sulla comparsa della coscienza, come evidenziato da Terence McKenna nella sua Teoria della Scimmia Sballata, allargando il cerchio a dimensioni superne. È la cosa in sé che sfugge ad ogni tentativo di addomesticamento e frena la fuga in avanti dei riduzionisti neoliberal. Nessuna “medicina” porta all’evoluzione di una specie, nemmeno i vaccini o gli antibiotici che pure hanno prolungato l’aspettativa di vita umana, nessuna cosa che ingerisci, tranne le sostanze sacre (nel senso primitivo di “elevate”) porta alla presa di coscienza. Lo Spirito dell’LSD si manifesta a noi oggi come farmaco, perché sviluppatasi in un contesto culturale tecnologicizzato dove il pharmakon è succedaneo di rituali, di preparati, pozioni, tisane e decotti, di sacrifici. La forma che doveva assumere Jikuri per tornare fra di noi occidentali meccanizzati era evidentemente quella di gocce sintetizzate per ventura alla Sandoz, cercando una molecola capace di stimolare la funzione respiratoria e la circolazione sanguigna, ricavata dal Claviceps purpurea, una specie di lubrificante psichico per un cervello fortemente implementato a prodotti automatizzati e scenari artificiali. L’uso farmacologico della LSD prefigurato dai “rinascimentali”, ripulito di ogni complessità e possibilità rivoluzionarie, ricorda il Soma di Huxley; sarebbe ben triste, in questo mondo già triste, che le sostanze sacre venissero impiegate solo per creare persone docili in comunione col cosmo, da metter sotto a lavorare instancabilmente per pochi soldi, felici nel farlo, senza le conseguenze dannose degli stimolanti come cocaina o anfetamine, perciò sereni perché da un lato appagano il loro desiderio di “sballo con moderazione” e contemporaneamente soddisfano il loro fabbisogno energetico individuale, socialmente approvati e liberi dall’ansia… perché “così vanno le cose e così devono andare”, come cantava un altro illuminato e poeta passato al nemico. Riabilitare Artaud e Leary, liberare Pickard dall’ingiusta prigionia, restituire dignità e voce a tutti coloro che hanno tenuto accesa la fiammella pilota in questa era di dark enlightenment, con l’approssimarsi di età ancora più cupe: solo così il Rinascimento può evolvere in Risorgimento, e restituire all’immaginazione il suo ruolo e la sua visione progettuale. Vitale, ancor prima che rivoluzionaria.

Note ragionate (seguono note con diretto riferimento al testo)

Citazioni e riferimenti diretti ad Antonin Artaud sono tratti da Viaggio al paese dei Tarahumara, Milano, Adelphi, 1966. Per approfondimenti sul rito del peyote praticato presso nativi americani in USA e Messico si vedano anche: Alessandra Sforza, La religione del peyote, Pavia, Xenia, 2002 ed Emilio Renda, Droga. Imma- ginario e realtà, Roma, Armando Editore, 1999. Sulla tematica della «mistica senza dio» si rimanda a Jean Daniélou, Scandalosa verità, Roma, Edizioni Arkeios, 1994. Riguardo all’influenza di Artaud sulla Beat Generation, si veda Peter Conners, White Hand Society: The Psychedelic Partnership of Timothy Leary & Allen Ginsberg, San Francisco, City Lights, 2010.

Nello specifico dell’influenza teatrale di Artaud sulle performance psichedeliche di Leary, Cassen e Stern si veda: Sidney Homan, Playing Offstage: The Theater as a Presence or Factor in the Real World, London, Lexington Books, 2017. Sempre in merito a questo argomento si rimanda alla lettura di Joanna Pawlik, Artaud in Pe- formance. Dissident Surrealism and The Post-War American Avant-Garde, «Papers of Surrealism», 8, 2010, pp. 1-21.

Per un approfondimento generale sull’influenza delle avanguardie letterarie fran- cesi sulla letteratura Beat si veda Véronique Lane, The French Genealogy of the Beat Generation: Burroughs, Ginsberg and Kerouac’s Appropriations of Modern Litera- ture, from Rimbaud to Michaux, London, Bloomsbury Publishing, 2017.

Per quanto invece riguarda l’influenza di Artaud sul pensiero antipsichiatrico e controculturale si rimanda alla lettura de L’anti-Edipo di Gilles Deleuze e Félix Guat- tari (volume I di Capitalismo e schizofrenia, trad. di. Alessandro Fontana, Torino, Einaudi, 1975).

Per quanto riguarda il pensiero controculturale di matrice cyberpunk si possono leggere l’incompiuto Acid Communism di Mark Fisher (https://my-blackout. com/2019/04/25/mark-fisher-acid-communism-unfinished-introduction/) disponibile in inglese, o nella traduzione di un intervento che lo stesso Fisher tenne in occasione della mostra All of this is temporary organizzata dal CCI Collective il 23 Febbraio 2016 riproposta da effimera.org (http://effimera.org/verso- lacid-communism-presa-coscienza-post-capitalismo-mark-fisher/). Nel momento in cui scrivo è uscito il primo di quattro volumi che raccolgono il corpus del blog K-Punk di Fisher, fra cui anche Acid Communism: si veda a tal proposito Il nostro desiderio è senza nome, Scritti Politici K/1, prefazione di Simon Reynolds, traduzione di Vincenzo Perna, Minimum Fax, Gennaio 2020 (titolo originale K-punk. The Collected and Unpublished). Altre citazioni dello stesso autore sono tratte da Realismo capitalista, Roma, Nero, 2018.

Sullo stesso tema si vedano anche: Mike Featherstone, Roger Burrows (edited by), Cyberspace/Cyberbodies/Cyberpunk: Cultures of Technological Embodiment, Thousand Oaks, SAGE, 1995 e Jean Baudrillard, The Agony of Power, Los Angeles, Semiotext(e), 1980.

L’ideale linea di demarcazione fra un’esperienza psichedelica «estetizzante-in- tellettuale» e una «controculturale-fisica» è desunta da una riflessione di William Powell, The Anarchist Cookbook, Morrisville, Lulu Press, 2018.

Artaud viene citato con «merito» (ovvero come probabile portatore di una in- fluenza anche sul pensiero di Huxley) nella postfazione di Grazia e Renato Boeri a Aldous Huxley, Le porte della percezione. Paradiso e Inferno, Milano, Mondadori, 2016.

Per quanto riguarda i testi di riferimento sulla psichedelia, principalmente Mi- chael Pollan, Come cambiare la tua mente, Milano, Adelphi, 2019; altre considera- zioni marginali sono da riferirsi invece a Albert Hofmann, LSD. Il mio bambino dif- ficile, Milano, Feltrinelli, 2015 e Albert Hofmann, LSD: I miei incontri con Huxley, Jünger, Leary, Vogt – I Misteri di Eleusi – Viaggi Acidi (Breve intervista), Viterbo, Stampa Alternativa, 1992.

Riguardo alla persecuzione odierna di chimici e psiconauti si veda il sito: https:// psychedelictimes.com/psychedelic-prisoners-scales-of-justice/ nel quale viene perorata la causa di W. Leonard Pickard di cui si consiglia vivamente la lettura di The Rose of Paracelsus, San Bernardino, Sub Rosa Press, 2015, scritto mentre stava ancora scontando due ergastoli per aver prodotto illegalmente LSD.


[i] Devon Ke Dev … Mahadev (2011) è una serie TV basata sulle leggende della divinità induista Shiva-Mahadeva

[ii] Il saṃnyāsa, nella tradizione dell’induismo antico e medievale, è l’ultima delle quattro età della vita, nella quale si rinuncia ai beni materiali e ci si consacra interamente all’ascetismo e alla ricerca spirituale.

[iii] “Ingessato” si dice in gergo di chi, avendo abusato di anfetamine, cocaina, eccitanti in genere, si irrigidisca, con la mascella serrata, talvolta incapace di profferire verbo.

[iv] Il Goa Party è una Zona liminale dove confluiscono, a piacere, New Age, tecnologia, neopaganesimo, induismo, pratiche di meditazione; dove yoga, tecnologia, fisica quantistica e credenze balzane si mescolano nell’indeterminato lisergico che le evoca, senza farsi setta (a ciascuno il suo, e come si puote); dove la fantasia, l’abbandono momentaneo del Default Mode Network e il pensiero laterale riattivato dal setting suggestivo e dalla condivisione energetica del ballo protratto per ore e ore, giorno e notte, sospendono i confini fra religioni e magia, fra pseudoscienze e scienza, fra individualità e noosfera (la coscienza collettiva descritta da Pierre Teilhard de Chardin); nella profonda consapevolezza che sorge dall’incrocio tra entactogeni e psichedelici.

[v] Hofmann del tutto inspiegabilmente riprende, come descritto da Artaud, l’uso dei preti Tarahumara di riferirsi agli psichedelici non come sostanze ma come persone. Per costoro, Jikuri (o Cigura, o Hikuri a seconda delle trascrizioni e delle edizioni), è un uomo: “Il peyotl è l’uomo non nato, ma innato e con lui l’intera coscienza atavica e personale è in allarme e puntellata” Antonin Artaud, in Postfazione di A. Huxley, Le Porte della Percezione – Paradiso e Inferno a cura di Grazia e Renato Boeri.

[vi] Jean Baudrillard The Agony of Power Semiotext(e) 2010, p.36 trad. mia

[vii] Ibid.

[viii] Stati di allucinazione (1980), film di Ken Russell.

[ix] Gilles Deleuze, Felix Guattari, L’Anti-Edipo,  trad. di Alessandro Fontana, Torino, Einaudi,1975.

[x] Matteo Meschiari su Doppio Zero, “La Grande Estinzione” 12 giugno 2019 (https://www.doppiozero.com/materiali/la-grande-estinzione).

[xi] Valerio Mattioli, Introduzione a Realismo Capitalista di Mark Fisher, Roma, Nero, 2018

[xii] Lettera a Henri Parisot. Fonte Doppio Zero, Peyote di Marco Belpoliti, (https://www.doppiozero.com/materiali/peyote)

[xiii] William Powell, The Anarchist Cookbook, New York, Lyle Stuart, 1971 p. 39 trad. mia

[xiv] Uno dei primi esploratori che all’inizio del secolo documentarono l’uso del peyote presso le popolazioni Huicol e Tarahumara in Messico.

[xv] Su  The Allen Ginsberg Project si possono leggere alcune dichiarazioni del poeta americano sull’autore francese: https://allenginsberg.org/2011/09/antonin-artaud/. Trad. mia

[xvi] James Penner, “Contesting the Stage of Reality”, Timothy Leary’s Psychedelic Celebration of 1966-1967, in Sidney Homan (ed.), Playing Offstage: The Theater as a Presence or Factor in the Real World, Washington DC, Lexington Books, 2017, p. 106

[xvii] Mark Fisher, Gothic Materialism, apparso su Pli: The Warwick Journal of Philosophy, 12, 2001 (https://www.plijournal.com/files/12_13_Fisher.pdf)

[xviii] Mark Fisher, Verso L’Acid Communism, Presa di coscienza e post-capitalismo, trad. di Andrea Fumagalli e Davide Gallo Lassere, rev. di Alessio Kolioulis. Da una trascrizione in francese, pubblicata dalla rivista “Periode”, tratta da un intervento di Mark Fisher, 23 febbraio 2016, Londra (http://effimera.org/verso-lacid-communism-presa-coscienza-post-capitalismo-mark-fisher/).

[xix] Mentre stiamo per andare in stampa apprendiamo con gioia che Leonard Pickard dopo 17 anni di reclusione e di lotta da parte del movimento Free William Leonard Pickard, è stato rilasciato il 27 luglio 2020, e le due sentenze di ergastolo sono decadute, anche se gli anni trascorsi in ingiusta prigionia non si cancellano.

[xx]  Henrik Dahl , “The Rose of Paracelsus by William Leonard Pickard” Psychedelic Press UK, 2016 (https://psypressuk.com/2016/08/01/the-rose-of-paracelsus-by-william-leonard-pickard/ )

[xxi]  Pier Paolo Pasolini, Trilogia della vita: Il Decameron, I racconti di Canterbury e Il fiore delle Mille e una notte. Trilogia della Morte di cui un solo film realizzato “Salò o le 120 giornate di Sodoma” “Tutto il sesso di de Sade, cioè il sadomasochismo di de Sade, ha dunque una funzione ben specifica, ben chiara. Cioè quella di rappresentare ciò che il potere fa del corpo umano, la riduzione del corpo umano alla cosa, la mercificazione del corpo. Cioè praticamente l’annullamento della personalità degli altri, dell’altro. È quindi un film non soltanto sul potere, ma su quello che io chiamo “l’anarchia del potere”, perché nulla è più anarchico del potere, il potere fa praticamente ciò che vuole e ciò che il potere vuole è completamente arbitrario, o dettatogli da sue necessità di carattere economico che sfuggono alla logica comune. […] Mentre nella Trilogia della vita si celebra l’esaltazione della vita, dell’essere umano e il sesso è rappresentato dall’ottica favolistica della purezza adolescenziale, nella Trilogia della morte i temi sono la morte, il dolore sia fisico che psicologico dell’essere umano e il sesso è visto come comportamento vizioso, non diverso dall’esercizio aberrante del potere” fonte Wikipedia

[xxii] Anaïs Nin così descrive gli occhi di Artaud, cit. in Martin Esslin, Antonin Artaud, The Man and His Work, Richmond upon Thames, Alma Books, 2018, p. 38, trad. mia.

[xxiii] “Inganno Psichedelico” di Carlo Mazza Galanti, apparso su “Esquire” 26/06/2019

https://www.esquire.com/it/cultura/libri/a28183503/lsd-pollan-libro/

Un pensiero riguardo “Perché un Rinascimento non si faccia Restaurazione.

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