Ombre Bianche

“Sì. Sono un fantasma.” La risposta arriva in un sussurro di sabbie subsahariane che celano labbra ammutolite. Una pausa fredda come un agguato tra i picchi del Ras Dascian. Poi la voce spettrale ripete digrignando zanne di caberù. “Sono il tuo fantasma. Che annuncia il tuo destino.”

Il funzionario sembra rimpicciolirsi dentro gli orli madidi del suo blazer di rayon, lì nell’angolo più sporco del vicolo, dietro il Torrione X, il faro futurista dell’orda di grattacieli più alta del mondo. Il funzionario striscia intrappolato nell’oscurità lucida sotto quel porticato di zampe in cemento armato che lo inchiodano immobili, ombra dopo ombra. I miasmi della putrefazione dei rifiuti abbandonati sul selciato gli si attorcigliano alle narici come spire di piovre invisibili e nauseabonde. Il puzzo vomitevole della propria morte lo ricopre come un sudario di sabbie mobili tessutogli addosso da tentacolari scarabei imbalsamatori.

“Sono solo un agente di commercio… ti prego! Vendo vino per una piccola azienda del Sud… Non conosco quei fascisti… lo giuro!”

Le zanne d’avorio del lupo del deserto stridono come pietre lungo il collo della clessidra della notte. Il Fantasma ride. Il caberù è il lupo del Pleistocene sopravvissuto alla fine dell’ultima era glaciale grazie alle sue infallibili doti di caccia. Da centomila anni scova piccoli roditori tra i picchi inaccessibili delle Montagne di Urgoma e l’inesplorata foresta di Harenna. Prima che una lupa allevasse i gemelli re, i saggi Oromo dell’Accademia di Caccia di Aksum avevano già appreso dal caberù l’arte di snidare i ratti neri che rosicchiano dall’interno della cavità toracica i cuori degli uomini.

“Sei un funzionario dell’ovra. Il tuo primo attentato ha ucciso ventisei persone alla Fiera nel 1928. Stasera ne hai pianificato uno simile. Che non avverrà mai!”

“Cosa? No! Non è vero! È impossibile! Come fai a sapere…”

I lembi lunari della finanziera si aprono come foglie fameliche che protendono fatali le maniche leggere dell’elegante e candida batista. L’uomo non vede le mani mortali che gli serrano la gola. Boccheggia esterrefatto all’ombra del cappello Borsalino che sembra di papiro tanto è chiaro. La fascia opaca è la muta mummificata di una vipera delle piramidi. Inesorabile, il sorriso del Fantasma è serrato come una lapide di marmo.

La ghisa che regge come un pendolo il lampione liberty intermittente sotto le volute del porticato cricchia soddisfatta. Il riflesso del Fantasma sulle volute di ferro abbandona il corpo tra i rifiuti di cibo avariato. Colonie di scarafaggi fuggono di qua e di là dimenando le antenne. Disegnano un gomitolo nero che si sfalda in fretta come un sole nero che implode sparendo nel nulla. Di fronte a quel graffito appena avvenuto sulla superficie del lampione, il Fantasma si toglie il cappello. Un cespuglio immacolato di ricci esplode nella notte nera. Sotto quei capelli rasta, il volto albino del giovane Oromo ha incisa la certezza che il suo compito non è ancora finito. È Menifesi, il Fantasma che infesta la metropoli del Triumvirato Littorio.

Sono il fantasma di un mondo che dovrebbe essere libero.

Francesco Mattioni

Un pensiero riguardo “Ombre Bianche

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...