Nim’Un’Duh

I tre sbucano dalla boscaglia ai lati della strada, armati di spade e mazze.

Indossano armature di cuoio logore, sulle quali campeggia una croce inscritta in un cerchio, maldestramente tratteggiata con della vernice nera.

Figli di Khor. Predicatori, monaci girovaghi, fanatici religiosi.

Ne aveva percepito l’odore già da qualche minuto. Il lezzo della pelle conciata, frammisto a quello di incenso e corpi sudati, l’aveva raggiunto cavalcando la brezza mattutina. Aveva tranquillizzato il cavallo e rallentato l’andatura, quel tanto che bastava da costringere i tre a uscire dai loro nascondigli.

Un uomo giovane, dai lunghi capelli biondi, avvolto dalla testa ai piedi in un saio, gli si para davanti. Lo squadra dal basso verso l’alto, soffermandosi sulle corna, gli occhi carichi di malcelato disprezzo. Alza la mano aperta dinanzi a sé e gli intima l’alt.

«Fermo là, mutante.»

Si arresta a pochi metri dal monaco, tirandosi le briglie al petto e gettando un’ultima fugace carezza al collo della giumenta color crema.

Getta un’occhiata fugace alla spada che l’uomo impugna nella mano sinistra, l’elsa riccamente decorata e intarsiata d’oro, la lama sbeccata e arrugginita. Un relitto di guerra stountoniano, recuperato chissà dove, da qualche campo di battaglia.

«Sei un artificiale, vero?»

Gli domanda il biondo. Gli altri tre ciondolano alle sue spalle, le armi pigramente distese lungo i fianchi in attesa di ordini.

«Beh, qualcuno mi dovrà pur aver messo queste corna. A meno che mia madre non fosse una capra.»

Risponde, sogghignando. Inclina leggermente la testa all’indietro e le pupille si tramutano in due sottilissime fessure.

Il biondo gli punta contro la spada, la mano leggermente tremante.

Una miscela di nuovi odori si fa strada nello spazio tra l’uomo e il cavallo. Rabbia e paura.

«Fai meno lo spiritoso. Chi sei?»

Lo incalza il monaco. Nota solo ora che ha più o meno la sua stessa età.

«Sol, dovrei essere io a chiedervi chi diamine siete. Sono un agente imperiale di primo livello, di rientro da una missione riservata.»

Estrae qualcosa dalla tasca della giubba e, per un attimo, una scarica di bagliori promana dal pugno chiuso. Apre la mano e mostra a tutti un sole sfolgorante, d’oro massiccio.

Uno degli uomini alle spalle del giovane si fa avanti, si aggiusta il floscio berretto che porta in testa e osserva il monile.

«Il sigillo imperiale, non c’è dubbio. Mio cognato esattore ne aveva uno identico.»

Il biondo sgrana gli occhi e abbassa la spada. Lo sguardo teso, la fronte solcata da una ruga orizzontale. Si torce un lembo del saio con la mano libera.

«Non credevo che un mutante potesse addirittura ambire al ruolo di ufficiale. La capitale riserva sempre sorprese, eh? Non sempre gradevoli, a dire il vero.»

Ignora la provocazione e lo incalza.

«Perché state bloccando la strada?»

L’altro apre la bocca, esitante. Fruga con lo sguardo sul suo volto, in cerca delle parole esatte.

L’uomo col berretto punta la mazza a terra e vi si appoggia con entrambe le mani.

«C’è un assassino nel villaggio!»

Esclama.

Il biondo gli rifila un’occhiata velenosa.

«Che intendi?»

Il giovane si intromette ancor prima che l’uomo possa aprir bocca.

«Ci sono stati degli omicidi nel villaggio. L’ultimo ieri sera.»

«Che genere di omicidi?»

«Il genere di nefandezze di cui si macchierebbe un mutante.»

Replica l’altro fissandolo.

Uno degli uomini interviene.

«Dei bambini sono scomparsi, alcuni sono stati ritrovati fatti a pezzi, in riva al fiume.»

Indica un punto a oriente, al di là del bosco. Estrae dalla tasca del tabacco e una pipa, che prende a caricare con gesti misurati.

Il biondo distoglie lo sguardo e il dolore gli increspa il volto, conferendogli una compostezza da uomo maturo.

«E perché ve ne state qui, nascosti tra i cespugli?»

«Controlliamo tutti quelli che entrano ed escono.»

Spiega l’uomo con la pipa. Sfrega un fiammifero sul bracciale dell’armatura e ne accosta la fiamma al fornello di legno.

«Da qualche giorno, nel villaggio si aggira una compagnia di vagabondi e c’è un mutante tra loro, non si sà mai…»

Conclude, tirando alcune boccate frettolose da sotto i baffi a manubrio.

Il giovane si porta una mano al fianco e si fa avanti.

«Il patriarca ci ha concesso di star qui, è per il bene del villaggio.»

«Formare milizie cittadine è consentito fin tanto che non arrechi danno o disturbo. Sembrate dei briganti, fermi in mezzo alla strada. Vi do tempo fino a stasera al tramonto per levarvi di mezzo. Attenderò al villaggio.»

Scuote leggermente le briglie e l’animale sbuffa e parte al trotto.

I quattro si fanno da parte. Il biondo balza agile al lato della strada, subito seguito dall’uomo con la pipa. L’uomo col berretto barcolla, disarcionato dal suo punto d’appoggio, e finisce dritto nel fosso alla sua sinistra.

Sente il biondo imprecare a mezza bocca tra la polvere e ne avverte sulla schiena lo sguardo traboccante di odio.

Risale di gran lena la strada di terra battuta e, ben presto, le sagome delle prime casette di terra e fango si profilano all’orizzonte. Ruteborg, un minuscolo puntino sulla vasta mappa dell’Impero.

Una sosta, un bel pranzo e un bagno caldo. Ecco quel che ci vuole.

Il villaggio giace mollemente adagiato sulla cima d’un colle. Tutt’attorno campi coltivati, bruscamente interrotti, a levante, da una fitta boscaglia di pioppi, che si inerpica su per un ripido pendio. Tra le chiome degli alberi, incistata come una immensa zanna fossilizzata, fa capolino la cima di una torre.

Una figura minuta discende la strada in senso contrario. Procede ricurva sotto il sole, gesticolando animatamente, come se fosse intenta a discutere con qualcuno.

Tende le briglie al petto, per non sommergerla nella polvere, e la sente borbottare tra sé e sé. Una donna non più giovane, vestita di stracci, i capelli grigi e sporchi, attaccati a un viso nervoso, dilaniato da sciami di scatti muscolari. Sembra accorgersi di lui solo all’ultimo istante. Si passa una mano sulla veste cenciosa e si ferma a fissarlo con occhi spiritati.

«Tutto a posto? Serve aiuto?»

Il volto della donna si contrae in un ghigno ed esplode in una smorfia di terrore puro.

«Nim’Un’Duh! Nim’Un’Duh, l’uomo nero, vecchio quanto il mondo. È stato lui a portarmela via.»

Con il dito ossuto, indica un punto in lontananza, verso la foresta. Si placa per un istante, smarrita tra i propri pensieri, e ricomincia a muovere le labbra senza emettere suono.

La osserva avanzare giù per la collina, finché non torna a essere una sagoma indistinta.

La brocca barcolla come un soldato ferito.

La ragazzina allunga una mano per agguantarla e il vassoio vibra pericolosamente. Lo scatto sferra alla brocca il colpo di grazia, facendola accasciare su un fianco, tra le salsicce e il formaggio.

L’acqua trabocca sul pavimento e, per un istante, la ragazzina appare trasfigurata. Il visetto tondo e lentigginoso, il vassoio d’argento giustapposto alle misere vesti, la brocca di cristallo riversa su se stessa, che vomita acqua.

«Mi scusi tanto!»

Esclama l’ondina, arrossendo. Rialza la brocca e poggia il vassoio sul tavolo, di fronte a lui.

«Tranquilla, non è niente.»

L’ondina vaga ansiosamente con lo sguardo in cerca di uno straccio e, a ogni istante in cui non ne trova uno, la sua angoscia cresce e si fa più intensa. Si stropiccia un ricciolo rosso tra due dita e si mordicchia nervosamente un labbro, girando la testa qua e là.

L’imbarazzo e la fretta che si diramano dal corpo della ragazzina lo contagiano, si insinuano nella sua mente, e si sente come se avesse un orologio attaccato all’orecchio.

Tic toc, tic toc, tic toc.

Dall’altra parte dello stanzone, l’oste la vede ciondolare disperata. Si china dietro il bancone e accorre lesto, sbandierando un secchio e lo straccio.

«Ci scusi, la prego, è una bambina un po’ stupida. In questo periodo non abbiamo molti clienti, perciò è un po’ arruginita.»

Dice l’uomo in tono servile. Lancia un’occhiataccia all’ondina e quella abbassa lo sguardo, aggrappandosi a una ciocca di capelli.

«Non è niente, davvero. È solo una bambina.»

L’oste fa un brusco gesto con la mano e la ragazzina si tuffa sulla brocca, la prende ben salda tra le mani e trotterella mestamente verso il bancone.
Quando si volta, un grosso livido violaceo balugina da sotto le spalline del vestito.

Afferra un pezzo di formaggio e comincia a masticare avidamente.

«Cos’è questa storia dei bambini scomparsi?»

Domanda d’un tratto.

L’uomo, carponi sulla pozza d’acqua, sbuffa rumorosamente.

«I bambini qui sono sempre scomparsi, signor ufficiale, portati via dai lupi o dai mutanti.»

Risponde con un grugnito a mezza bocca e riprende a masticare.

L’uomo strizza con vigore lo straccio, raccoglie il secchio da terra e si avvia verso il bancone.

«Chi o cosa è Nim’Un’Duh?»

La domanda coglie nel segno. L’oste si arresta, incerto, e rimane a bocca aperta. Ne avverte il battito del cuore farsi leggermente più veloce.

La ragazzina torna con la brocca colma d’acqua fino all’orlo. La deposita sul tavolo e si allontana in tutta fretta.

«Grazie, piccolina.»

Le dice, versandosi l’acqua nel bicchiere.

Dopo una manciata di secondi, l’uomo riprende a parlare in tono mellifluo.

«Suvvia, una persona importante come lei che crede a una storiella come questa? Non è nient’altro che una vecchia leggenda. L’uomo nero, ma si figuri…»

«Venendo al villaggio, ho incontrato una donna. Lì per lì mi è sembrata una vecchia, per via dei capelli grigi, ma poi mi sono accorto che non avrà avuto più di quarant’anni. Parlava da sola e sembrava piuttosto fuori di testa. Ha detto che è stato Nim’Un’Duh “a portargliela via”. A chi si riferiva?»

Tracanna d’un sorso l’acqua nel bicchiere e si fionda, forchetta alla mano, sulle salsicce arrostite.

«È la povera Tyrella. Sua figlia è scomparsa anni fa e non se n’è più saputo niente. Da allora non è più stata la stessa, se ne va in giro notte e giorno, blaterando. Nim’Un’Duh qua, Nim’Un’Duh là. Eh, il dolore di un genitore. Non c’è nulla di più grande!»

Annuisce debolmente alla frase fatta, senza degnare l’uomo di uno sguardo. Si porta alla bocca un pezzo di salsiccia e passa rapido al formaggio.

«Mi porti un altro piatto di tutto, anzi altri due.»

Si infila una mano in tasca e lancia sul tavolo tre pezzi d’oro.

Gli occhi dell’oste si illuminano. Si passa distrattamente lo straccio sporco sulla fronte, abbagliato dal luccichio delle monete.

«Ma certo, certo. Ritaaa!»

Sbraita, rivolto alla ragazza.

«Prepara altre salsicce e taglia del formaggio! Ah, e aggiungici anche due uova al tegamino! Offre la casa, naturalmente.»

Si rigira a guardarlo, ammiccando furbescamente.

Ne evita lo sguardo. Inforca l’ultimo pezzo di salsiccia e passa alla seconda.

Fischiettando allegramente, l’uomo si allontana tra i tavoli deserti e torna al bancone.

Eppure, quei tipi sembravano piuttosto convinti di quel che facevano. Lo sguardo del ragazzo parlava da solo. E quella donna…solo a ripensarci mi vengono i brividi. Cosa diamine è Nim’un’duh? Sol! Il maledetto oste mi nasconde qualcosa. L’unico modo per venirne a capo è andare a parlare con il patriarca di questi fanatici. O con il biondo.

La porta cigola e un ragazzo entra trafelato nella taverna. Indossa una calzamaglia colorata, da circense, che ne mette in risalto i muscoli poderosi. Si scosta dal viso la zazzera di capelli castani, rivelando un’enorme mascella sporgente, dalla quale spuntano due corte zanne da orco delle fiabe.

«Dov’è Rita?»

L’oste batte una mano sul bancone, adirato.

«Ancora tu! Avrei dovuto trascinarti dal patriarca!»

Per nulla intimorito, il ragazzo se ne resta aggrappato alla porta.

«So cosa le volete fare, non ve lo permetterò!»
Esclama, puntando l’indice contro l’oste.

L’uomo afferra una scopa e si lancia contro il ragazzo, che sobbalza e si precipita fuori dal locale. Lo sente gridare dalla strada.

«Resterò qua fuori finché non potrò vederla!»

L’oste sbatte la porta ringhiando, alza le braccia al cielo e si volta verso di lui.

«Mi perdoni, oggi non è giornata. È solo un vagabondo di passaggio. C’è n’è un’intera brigata, sa? Si guardi la borsa…»

Dice, torcendosi le mani imbarazzato.

Non risponde. Con la coda dell’occhio, scorge la ragazzina far capolino preoccupata dalla cucina.

«Mi metta l’ultimo piatto in una scodella, vado a fare una passeggiata. Ah, e mi dia anche la chiave di una stanza. Pagherò tutto domattina, alla mia partenza.»

L’oste recupera il piatto dal tavolo e lo porta con sé al bancone. Armeggia tra scodelle e posate, lanciandogli, di quando in quando, brevi occhiate brulicanti di timore e sospetto.

Il villaggio è deserto come al mattino. Un contadino trascina delle fascine di legna, seguito da presso da un cagnolino scodinzolante.

Gli abitanti paiono asserragliati nelle case, come se una tempesta stesse per abbattersi sul colle nonostante il cielo terso e la fresca brezza primaverile.

Il ragazzo se ne sta seduto, mogio mogio, sul bordo di un lavatoio, poco lontano dalla taverna. Non appena lo scorge, strabuzza gli occhi.

Ne avverte lo sguardo sbalordito sulle corna e sulla pelle squamosa del volto.

«Sei un artificiale?»

Chiede. La bocca perennemente semiaperta, simile al muso di un cinghiale. Avrà avuto, si e no, la stessa età dell’ondina.

«Chi lo sa, forse…»

Risponde evasivo. Gli agita la scodella davanti al naso e gliela abbandona tra le mani.

«Non starai pensando di startene qui tutto il giorno senza mangiare?»

Il giovane guarda la ciotola, interdetto. Scruta con desiderio il formaggio e le salsicce e vi si avventa con le mani.

«Grazie, signore!»

Farfuglia a bocca piena, sputacchiando qua e là briciole di cibo.

«L’ha fatto la tua Rita.»

Lo sguardo del ragazzo si illumina. Arrossisce lievemente e prende a masticare più lentamente, gustando ogni boccone.

«Come ti chiami?»

«Sully…Sullivan.»

Si corregge, pulendosi una delle zanne con la manica del vestito.

«Mio padre era un artificiale.»

Farfuglia imbarazzato, come per giustificarsi.

«Lavori per un circo?»

Corre con lo sguardo lungo la calzamaglia variopinta.

L’imbarazzo del giovane si affievolisce, soppiantato dalla spavalderia.

«Artisti girovaghi! Acrobati, giocolieri, buffoni…e poi ci sono io. Posso sollevare una vacca adulta sopra la testa.»

Proclama, orgoglioso, ficcandosi in bocca un grosso pezzo di formaggio.

«Se tuo padre è un artificiale dovresti navigare nell’oro, anziché startene qui, seduto su un muretto.»

«Mia madre fa la puttana.»

Spiega.

«Conobbe mio padre durante la Guerra dei Tre Regni. Era un ufficiale. Quando nacqui, mia madre voleva spillargli qualche pezzo d’oro per il disturbo, ma gli dissero che era morto durante una carica della fanteria stountoniana. Non mi ha cacciato perché gli facessero schifo i mutanti, o cosa…È solo che non ha il becco d’un quattrino e mi ha sbattuto fuori di casa.»

«Te la stai cavando alla grande, direi. Dove siete diretti?»

«In nessun posto in particolare. Ma un paio di volte l’anno andiamo a Vemer, lì c’è più gente. Siamo qui solo di passaggio. Tu come ti chiami? Chi sei?»

Gli domanda, tenendo una salsiccia a mezz’aria, a pochi centimetri dalla bocca.

«Un cacciatore. Anche io solo di passaggio. Dragoth, piacere di conoscerti.»

«Piacere mio!»

Il ragazzo sorride, la mascella sporta grottescamente in avanti.

«Lo sai che c’è un bel comitato di benvenuto che ti aspetta, fuori dal villaggio?»

Il giovane sbotta e getta la salsiccia mezza morsicata nella scodella.

«Dannazione! Sono giorni che mi danno il tormento.»

«Che hai combinato? Che c’entra Rita?»

Il ragazzo avvampa, esita, guardandosi attorno circospetto.

«Signore…Dragoth, tu sei l’unico che può aiutarmi. Vogliono fare del male a Rita!»

«Chi? L’oste?»

«No, non l’oste, cioè, anche lui…Intendo il patriarca, i Figli di Khor. Le fanno delle cose orribili. È stata lei a raccontarmi tutto ma nessuno mi crede. Devo portarla via, devo!»

Gonfia il petto, ringhiante, e alza il pugno con fare minaccioso.

«Rinfodera gli artigli, eroe. Cos’altro sai?»

Il ragazzo abbassa la testa, avvilito.

«Ben poco, purtroppo. La sera, poco dopo del tramonto, l’oste, suo padre, la benda. Poi arrivano due, forse tre uomini e la portano via. Tutto quel che sente durante il tragitto è il rumore degli zoccoli dei cavalli e il vento. Una notte, la benda era stata stretta troppo poco e, scendendo da cavallo, si è spostata, quel tanto che bastava per sbirciare. È riuscita a vedere il patriarca, tutto vestito di nero. Era assieme ad altri uomini, conciati allo stesso modo. L’hanno trasportata con un altro ragazzo in una grande stanza buia. Ha subito capito che era quello il posto in cui la conducevano ogni volta, ma non sappiamo dove sia la stanza, né chi siano gli altri.»

Sgranocchia l’ultimo pezzo di formaggio. Lo sguardo triste e furente al tempo stesso.

Lo osserva per un po’, sovrappensiero e balza giù dal muricciolo. Una rabbia profonda lo pervade, alimentata dalla chiara percezione dell’impotenza del ragazzo.

Dovrei radere al suolo questo villaggio di pazzi!

Il simbionte si agita e scalpita nelle sue vene, reagendo all’ondata di collera.

Svuota la mente dai pensieri e i neri tentacoli dell’ira si ritraggono, temporaneamente sconfitti. La creatura si placa, torna a fluire indifferente e assonnata tra i meandri del suo corpo.

«Vedrò cosa posso fare, Sully. Resta qui, non ti muovere, e soprattutto, non fare idiozie, intesi?»

Il ragazzo gioisce maldestramente, le mani giunte davanti al petto, le zanne spiegate dalla mascella protesa.

«Oh, grazie, grazie!»

Recupera la scodella dal grembo del ragazzo e fa rientro alla locanda. Poggia la ciotola sul bancone e sale su per le scale che conducono alla pensione. Fruga nella tasca, in cerca della chiave della stanza.

Un flebile gemito si leva da dietro una delle porte. Si arresta e aguzza le orecchie, la mano ancora nella tasca. Due voci discutono animatamente, a bassa voce. L’oste e la bambina.

«Non ci voglio andare!»

«Decido se ci andrai o meno. Tu mi appartieni!»

«No, no, no! Dirò tutto all’ufficiale!»

Un rumore confuso, il suono di uno schiaffo e un pianto sommesso.

«Vatti a lavare, idiota di una ragazzina. Prova a parlare e ti affogo nella vasca con queste mani.»

Avanza a passo felpato lungo il corridoio. Raggiunge la stanza e si richiude la porta alle spalle, giusto in tempo per udire un suono di passi all’esterno.

Le mani gli tremano e la nausea gli serra le viscere in una morsa implacabile. Respira lento e affannoso, il petto compresso dall’angoscia. Si abbandona sul letto e resta immobile, a fissare il soffitto coperto di ragnatele.

Attenderò qui. E te la farò pagare.

Risale la cima del colle a dorso di cavallo, avanzando lungo una stradina polverosa. Il sole morbidamente reclino sulla sponda occidentale del cielo.

Dalle finestre, occhi furtivi lo osservano. Una fitta coltre di ossessioni avvolge il villaggio. La sente scavare nella sua mente, trapelando dalle mura delle case. Sospiri e mormorii di paura si uniscono in un brusio disarmonico, lacerante.

In un cortile, un bambinetto gioca a campana, lanciando il sasso sui grandi riquadri tracciati con il gesso. Al suo passaggio, la madre si sporge dalla porta, lo afferra per un braccio e lo tira dentro.

Le lunghi ombre degli edifici si stiracchiano sulla terra battuta, simili a spaventosi esseri di tenebra, in sordida attesa del tramonto.

La Dimora di Khor sorge solitaria e appartata sulla vetta, lontana dalle case. Una modesta capanna di legno, affiancata da un alto campanile.

Alle spalle della chiesa, l’unico edificio di mattoni del villaggio: la casa del patriarca. Una ridente villetta di due piani, dalle tegole rosso brillante, circondata su tre lati da un giardino nel quale, tra cespugli di margherite e rosmarino, pascolano oche e galline.

Smonta da cavallo e lega l’animale a un alberello nel cortile della chiesa.

«Torno subito, eh.»

Le sussurra all’orecchio, sfiorandole la criniera con le dita.

Aggira il campanile e raggiunge il lato opposto del villino. Si sporge da dietro il muro di legno, assicurandosi che non vi sia nessuno alle finestre.

Spessi drappi, dello stesso colore del tetto, pendono dinanzi alle vetrate, nascondendo le stanze a occhi indiscreti.

Nota, al primo piano, delle persiane socchiuse, e sgattaiola sotto la parete, guardandosi attorno.

Estrae la spada, che pare sbocciare, dividendosi in quattro sottili uncini ricurvi. L’elsa scompare e la lama si accorcia, percolando e liquefacendosi lungo l’impugnatura.

Con la mano destra, plasma il flusso di metallo fuso, avvolgendolo pazientemente attorno al braccio. Un lungo rotolo di corda, saldamente assicurato all’occhiello di un rampino.

Fa roteare la fune e scaglia il rampino sul tetto. I ganci si aggrappano alle tegole con un “tac”.

Tende la fune un paio di volte, per saggiarne la resistenza, e si arrampica su per la parete.

All’altezza della finestra, rimane immobile, in silenzio. Nessun rumore giunge dalla stanza.

Dondola cautamente e si aggrappa al bordo della finestra. Con una mano, dischiude le persiane e lo sportello di vetro. Si issa oltre il bordo, docilmente seguito dalla corda e dal rampino, e atterra oltre le tende, sul pavimento di legno.

Una camera da letto immersa nella penombra, dominata da un grande armadio e da un letto a baldacchino. Tra il letto e la porta, una postazione da trucco ingombra di terre, ciprie e fiale di profumo.

La fune serpeggia attorno all’avambraccio e svanisce attraverso i pori della pelle. Gli uncini tornano a fondersi in una lama e la massa di muco si addensa nell’elsa e nell’impugnatura.

Rinfodera la spada e attraversa silenzioso la stanza.

Ai piedi del letto, abbandonato sul pavimento, giace un orsacchiotto di pezza. Si acquatta a terra e lo annusa attentamente. Talco, profumo, acqua di rose, l’olezzo disgustoso della paura e il tanfo del sudore.

Si accosta alla porta e vi appoggia l’orecchio. Ode un bisbiglio, attutito dalla distanza e dal legno della porta. Socchiude lentamente la porta e sbircia tra le tenebre di un lungo corridoio. L’odore dell’incenso lo raggiunge, diffondendosi nella stanza da letto.

«…Faremo esattamente come con gli altri. È cresciuta troppo e comincia a capire troppe cose. Sono già andati a prenderla. Dov’è Aidan?»

Una voce d’uomo, rauca, profonda, giunge da uno studiolo sul fondo dell’andito.

Gli risponde una seconda voce maschile, più squillante.

«È al confine meridionale del villaggio, con i suoi, come sempre. Gli ho fatto riferire che la ragazzina è sparita e che abbiamo sorpreso il moccioso ad aggirarsi attorno alla taverna.»

La voce rauca ridacchia, emettendo un flebile fischio.

«Molto bene.»

«Che facciamo col cane dell’Impero?»

Domanda l’altro.

«Nulla. È un’occasione per sbarazzarsi di Aidan. Lasciamo che se ne occupi l’abominio mentre siamo alla torre. Ne usciremo puliti come il culo di un neonato.»

Maledetti bastardi!

Si sporge oltre la soglia, in direzione della stanza, ma non riesce a scorgere le due figure, parzialmente nascoste dalla porta.

Si tira delicatamente dietro la maniglia e si lancia giù dalla finestra.

Atterra a quattro zampe come un gatto, sollevando una nube di polvere. Attraversa lesto lo spiazzo della chiesa, slega il cavallo e monta in groppa.

Si fionda giù per la collina, sferzando la giumenta.

Dalla piazza dinanzi alla taverna, si levano le prime grida.

«Lasciatemi andare! Rita!»

Il giovane mutante si dibatte tra l’uomo col berretto e quello coi baffi. Riesce a liberare un braccio, afferra l’uomo col berretto per il bavero della camicia e lo scaglia a terra con violenza.

Il biondo avanza tra i cavalli, impugnando la spada.

«Dov’è Rita? Dove hai gettato il corpo di mia sorella, eh? Parla, verme!»

Colpisce di striscio il braccio del ragazzo, che urla. I vivaci colori della calzamaglia si mescolano al rosso del sangue.

Il baffuto serra un braccio attorno al collo del giovane, estrae dalla cintura un coltello e glielo punta alla gola

«Ora stai buono e rispondi alle domande…»

Piomba sulla piazza come una furia. Smonta in corsa e sfodera la spada.

«Fermi, per Sol! Cosa diamine state facendo?»

Il biondo si passa una mano tra i capelli e sorride nervosamente.

«Logico che i mostri si difendano tra loro…»

«Lasciate andare il ragazzo!»

Esclama, indicando il giovane con la spada.

L’uomo col berretto si solleva sulle ginocchia con un gemito. Tenta di impugnare la mazza appesa dietro la schiena, ma viene raggiunto da un poderoso calcio in volto e rotola a terra. Un rivolo di sangue cola dal naso rotto.

Aidan gli si avventa contro, urlando come un ossesso.

Para il primo assalto e schiva il secondo. Colpi potenti, sferrati con odio e con vigore, ma resi ciechi dalla rabbia.

Devia un incauto affondo a due mani e il monaco gli scivola affianco.

Invoca mentalmente il simbionte e lunghi filamenti si arrampicano lungo le dita della mano libera. Col tirapugni improvvisato, sferra un colpo poderoso alla tempia dell’avversario, che barcolla e si accascia al suolo.

Si volta verso l’uomo coi baffi, ringhiando.

«In nome dell’Imperatore, ti ordino di lasciar andare il ragazzo!»

L’uomo farfuglia. Per un istante, tentenna, allentando la presa quel tanto che basta da consentire al giovane di sferrargli una gomitata alla bocca dello stomaco.

Il baffuto si incurva in avanti, annaspando e reggendosi le budella.

Il ragazzo alza il pugno al cielo e lo fa ricadere con forza sulla testa dell’uomo.

I tre giacciono a terra, doloranti. L’uomo col berretto piagnucola sommessamente, troppo malconcio per rimettersi in piedi. Il baffuto emette flebili gemiti, sospeso sull’orlo dell’incoscienza.

Solo il biondo non demorde. Scuote la testa, ondeggiando i capelli, e si rimette in piedi appoggiandosi alla spada. Il volto trasfigurato dall’ira e dal dolore.

«Se davvero cerchi la verità, Aidan, allora seguici.»

Grida, rivolto al monaco.

Afferra la mano del ragazzo e lo aiuta a montare a cavallo. Monta in groppa e si lancia al galoppo giù per la collina, verso la foresta.

Gli ultimi raggi di sole tingono di rosso la boscaglia, errando tra le lunghe e ordinate guarnigioni di pioppi, ritti sull’attenti. Il sentiero si inerpica verso l’alto, sovrapponendosi all’aroma residuo dell’incenso e a quello, sgradevole, dell’acqua di colonia.

«Sei sicuro che siano andati di qua?»

Domanda timoroso il ragazzo.

«Per la terza volta, Sully, si! Il patriarca ha detto che sarebbero andati alla torre.»

«E se non fosse questa la torre?»

«Se così fosse, siamo fregati.»

Il giovane mutante tace. Sotto la fitta coltre di rumore di zoccoli e rami calpestati, a pochi centimetri dal suo corpo, può sentire il cuore del ragazzo battere all’impazzata; il respiro affannoso; le braccia rigide, avvinte alla cintola come quelle di una statua.

L’angoscia del giovane si propaga in lui, come una febbre.
Deve essere questo, il posto. Deve!

Un urlo trapassa la foresta da parte a parte.

«Aaaah! Lasciatemi, lasciatemi andare!»

Il ragazzo sobbalza sulla sella e gli si stringe alla vita.

«Rita!»

Esclama, mettendosi in piedi sulle staffe.

«Zitto, per Sol, ci scopriranno.»

Tira le briglie e la giumenta rallenta, trotterellando a lato del sentiero. Si inoltrano nel fitto del bosco, costeggiando la scia odorosa lasciata dai cavalieri.

Dalla cima del pendio giunge un vociare confuso.

Chiude gli occhi e si immerge nella scia sonora. Ne districa l’intreccio e lo tramuta in informazione. Due uomini che imprecano e bestemmiano. L’inconfondibile voce, acuta e implorante, di una bambina.

«Ci siamo.»

Sussurra da sopra la spalla.

La sagoma di un edificio di pietra emerge dalle coorti di alberi.

La torre!

Due uomini vestiti di nero, appena visibili alla fioca luce del tramonto, trascinano per le braccia la ragazzina, che si agita e strepita in preda al terrore. Alla testa del corteo, una terza figura, più sottile e slanciata, coperta, dalla testa ai piedi, da un saio color pece. L’uomo avanza con incedere solenne, strascicando sul fogliame i lembi della veste. Tace. Un silenzio perentorio quanto una sentenza di morte.

Dischiude un’ampia porta di legno e i quattro scompaiono al di là della soglia, divorati dal buio.

Smonta da cavallo e cede le briglie al ragazzo.

«Resta qui e tieniti pronto. Lascia che me ne occupi io, fidati di me.»

Gli dice, con sguardo serio. Uno sguardo che non ammette repliche.

Il giovane soffoca un gemito di protesta e annuisce debolmente.

Si lascia il cavallo e il ragazzo alle spalle e si lancia in corsa su per la salita. La collina si infrange sull’edificio in rovina, rovinando poi in un alto strapiombo, dal fondo del quale si leva il sommesso brusio dell’acqua.

Scivola rapido ai piedi della torre e si accosta al portone. Estrae la spada e si sporge per sbirciare all’interno dell’edificio.

Uno degli uomini armeggia su una lanterna con un fiammifero. L’altro, avvolto da una puzzolente nube di profumo, tiene l’ondina ben stretta per un polso.

«Cosa ci facciamo qui? Che posto è questo?»

Chiede la bambina ai suoi aguzzini.

Non riceve risposta. L’uomo col saio si abbassa il cappuccio, rivelando una massa di lunghi capelli bianchi, legati in una coda. Si china sul pavimento di pietra ed estrae dalla tasca una chiave.

Sotto di lui, spesse catene di metallo, assicurate da un grosso lucchetto, serrano il portello di una botola.

L’uomo inserisce la chiave nella serratura, la gira tre volte e apre il lucchetto. Le catene si afflosciano rumorosamente a terra. L’uomo le trascina ai lati della botola e solleva il portello.

L’odore di muffa si propaga per la stanza, soffocando quello del profumo, subito seguito dall’aroma della decomposizione e da un terzo odore. Un odore enigmatico, imperscrutabile.

L’uomo con la lanterna si sporge sulla botola e ne scruta attentamente l’interno. La fiamma ne rischiara il volto, velato da una sottile ombra di preoccupazione.

L’uomo col saio si volta verso la bambina.

Ne scorge finalmente le fattezze. Occhi come cumuli di cenere sotto i quali divampi ancora, subdolo e indomito, l’ultimo residuo di un incendio. La barba curata, elegantemente disposta attorno a labbra sottili, inespressive. Dal collo magro e rugoso, scolpita nell’argento più puro, pende la ruota solare, il sigillo di Khor.

Il patriarca.

L’anziano prelato fa segno di avvicinarsi all’uomo che trattiene la bambina e quello la strattona, tentando di trascinarla verso la botola.

La ragazzina resiste, punta i piedi e gli molla un calcio sugli stinchi.

«Ahia, figlia di una…»

Ne riconosce la voce. È quella che ha udito nella villa del patriarca.

Balza nella stanza e vibra un fendente alla schiena dell’uomo, tranciandolo da parte a parte. L’avversario si accascia, piombando carponi nel sangue.

Afferra la bambina e la spinge dietro di sé.

Il patriarca urla e indietreggia, rischiando di cadere nella botola.

L’uomo con la lanterna estrae la spada e si scaglia su di lui.

Para il rozzo assalto e respinge indietro l’avversario. Mena un mandritto e un rovescio.

L’uomo lascia andare la lanterna, che si schianta a terra e si spegne, facendoli sprofondare nel buio.

Le pupille si dilatano e il nemico gli appare davanti, intento a frugare l’aria con la spada stretta tra le mani.

Si sposta lentamente di lato, senza far rumore, e si slancia in un affondo. La spada penetra nel fianco dell’avversario, attraverso un varco nell’armatura.

L’uomo grida e cade riverso sui vetri rotti.

«Chi sei?»

Chiede il patriarca, voltandosi a destra e sinistra nella fitta tenebra. Le braccia tese dinanzi al corpo, a misera difesa.

«Sono un ufficiale imperiale. Arrenditi! Cosa volevi fare alla bambina?»

«Nulla, lo giuro! Siamo venuti qui perché ce l’ha detto la ragazzina. È stato il mutante, al villaggio, è stato lui a uccidere i bambini.»

L’anziano scuote le mani e la testa, la bocca ritorta in un’espressione di malevolo stupore.

«Non è vero!»

Esclama la bambina.

«Vi ho sentiti parlare, oggi pomeriggio, alla villa. So già tutto. Cosa c’è nella botola? Perché non mi ci accompagni?»

«No! Te ne prego. Dobbiamo chiuderla, potrebbe uscire…»

Sussulta, terrorizzato.

«Cosa vai blaterando, vecchio?»

Il misterioso odore si fa sempre più intenso. Zaffate pestilenziali si innalzano dalla botola, impregnando l’aria.

«Cosa diamine c’è là sotto?»

L’uomo lancia occhiate spaurite alla botola. Afferra il ciondolo che porta al collo e lo stringe nel pugno. La voce rotta, lo sguardo spiritato.

«Khor mi perdoni, non potevo farci niente, non volevo. È più forte di me. Erano cresciuti troppo, avrebbero parlato. Che ne sarebbe stato della chiesa? Chi avrebbe guidato i fedeli? Aidan! Aidan sa che non sono un mostro, l’ho cresciuto come un figlio.»

«Troppo tardi, Alaistar…»

Aidan avanza nella stanza. Poggia la lanterna accanto all’uscio e punta la spada contro il vecchio.

«Irina aveva solo dieci anni.»

Dice, scuro in volto. La luce della lanterna si rifrange nei suoi occhi, intrisi di rancore.

«Ho sentito tutto. Sono stato uno stupido, ma è finita. Ne ho abbastanza della vendetta. Consegnati, Alaistar, e che sia un tribunale a decidere della tua sorte.»

Fa un passo in avanti e la lama balugina fugace nel buio.

«Mi arrendo, mi arrendo. Ma, vi prego, usciamo da qui…»

Dieci lunghi vermi neri fanno capolino dall’apertura, raschiando il pavimento. Dita che artigliano avide la pietra, in cerca di prede.

Dalla botola si erge uno scarno ovale colore onice. Un cranio privo di lineamenti, senz’occhi e senza orecchie, squarciato, da un capo all’altro, da una bocca irta di piccole zanne da squalo. Il torso della creatura si staglia alle spalle del patriarca, sospinto verso l’alto da gambe esili e oblunghe.

«Dietro di te, attento!»

Grida, rivolto al vecchio, ma quello resta immobile, paralizzato dal terrore.

«Alaistar!»

Aidan si getta in avanti, tentando di raggiungere l’uomo.

Agguanta il giovane monaco per un braccio e lo trattiene. L’altro tenta di divincolarsi.

«Sta fermo, Aidan, non abbiamo idea di cosa sia.»

Serra la presa e lo trae a sé.

La creatura si incurva sul vecchio e lo avvolge con le esili dita spettrali.

Il patriarca emette un grido strozzato e la sua voce si spegne tra le fauci del mostro. La testa dell’uomo svanisce in quella della creatura e il corpo crolla a terra, decapitato. Le zanne si aprono e si chiudono di scatto, frantumando il cranio del vecchio con disgustosa facilità.

Il rumore delle ossa frantumate riecheggia per la stanza.

Un nome scava nella sua mente e vi si imprime come un marchio.

Nim’Un’Duh.

Rita urla e si lancia verso la porta. Sully compare sulla soglia, la blocca e la stringe forte tra le braccia.

«Cos’è quella cosa?»

Domanda, la mascella spalancata in un muto gesto d’orrore.

«Portala via, scappate!»

I due si prendono per mano e fuggono nel bosco.

Fronteggia la creatura al fianco di Aidan, roteando lento la spada, pronto a scattare al minimo accenno di attacco.

L’essere si risolleva, la testa che sfiora quasi il soffitto. Procede curvo in avanti, facendo ondeggiare le lunghe braccia. Sibila sinistramente e, a ogni respiro, il lezzo della putrefazione si propaga attraverso la stanza.

Protende le dita verso di loro, come un cieco in cerca di appigli.
Si scaglia contro la mano ossuta, turbinando la spada. Recide due dita e un fiotto di sangue verde bile schizza sul pavimento.

La creatura emette un sibilo acuto e rotea la mano sinistra come una pala.

Il gigantesco palmo si schianta su di lui, facendolo rimbalzare sulla parete di pietra. L’aria esplode dai polmoni, lasciandolo senza fiato.

Spada al fianco, Aidan carica il torace del mostro.

«Khor!»

L’essere tenta di afferrarlo. Le dita si curvano come rami secchi su di lui, avvolgendolo. Il giovane fa una mezza piroetta ed erompe in un rovescio micidiale.

La mano si ritrae, imbrattando il saio del monaco di liquido verdastro.

Si rimette in piedi e scorge il braccio della creatura piegarsi fulmineo verso il giovane.

«A sinistra!»

Grida, rivolto ad Aidan.

Il biondo fa appena in tempo a reagire, si tuffa a destra e gli artigli del mostro, ritti e rigidi come lance, gli lacerano la spalla. Tre profondi graffi si dischiudono sul saio, che si impregna di sangue.

Alla vista del monaco riverso a terra, ringhia furiosamente, travolto dall’ira. Filamenti viscosi si dipanano lungo il suo corpo e si intrecciano tra loro, dando forma a un’armatura. Le spire del simbiota strisciano lungo la spada, accumulandosi sul filo e sulla punta.

La massa semiliquida gli avvolge il capo e si richiude in un elmo, che va sormontare la scura corazza organica.

Impugna lo spadone con entrambe le mani e avanza verso la creatura.

L’essere gorgoglia, esitante. Estende gli arti mutilati sull’avversario e le dita sottili stormiscono flebilmente, come fronde mosse dal vento. Le sue si tendono e si richiudono, i polpastrelli saldamente aderenti gli uni agli altri. Boccioli mortali, pronti a guizzare e lacerare la carne.

Il braccio destro del mostro scatta su di lui, schioccando come una frusta.

Lo spadone descrive un arco, dal basso verso l’alto, e la mano, tranciata di netto, piomba a terra, in una pozza di bile.

Un urlo assordante si leva dalle fauci della creatura.

Implacabile, la lama rotea ancora una volta, abbattendosi sulla spalla sinistra del mostro. Il braccio si torce e penzola inerte al fianco dell’essere. Le dita, flosce e inanimate, distese lungo il pavimento.

Accecata dalla rabbia, la creatura lo assale con il moncherino sanguinante.

Para l’attacco con il bracciale dell’armatura. L’esile arto si schianta sulla corazza, così leggero da essere quasi intangibile.

Afferra l’avambraccio del mostro e lo strattona verso di sé.

L’essere si protende in avanti e caracolla al suolo.

Aidan si solleva su un braccio e si getta sul nemico brandendo la spada. La carica si infrange tra le zanne del mostro. Il giovane affonda l’arma nel palato della creatura, rigirando la lama con spietata freddezza.

Nim’Un’Duh emette un tetro sospiro e si affloscia sul pavimento della torre, privo di vita.

Aidan punta un piede sulla testa del mostro ed estrae la spada.

«Per Irina, e le altre.»

Proclama, la mano serrata sulla spalla ferita.

L’armatura si disfa, ramificandosi in una miriade di filari. Soddisfatto, il simbionte si ritrae dalla spada e scivola sotto le vesti.

Si accosta al monaco, strappa un lembo di tessuto dalla camicia e fascia le ferite sul braccio del giovane.

L’altro evita di incrociare il suo sguardo. Fissa un punto sulla parete, sussultando a ogni giro della fasciatura. Attende che la medicazione sia conclusa, per poi parlare, in tono sconsolato.

«Mi dispiace per quel che ho fatto, a te, al ragazzo, a tutti quanti. Se solo me ne fossi accorto anni fa…»

La fiamma che ardeva nei suoi occhi si è ormai spenta, le rughe come unica testimonianza di un dolore insopprimibile.

«Se te ne fossi accorto anni fa, quella cosa ti avrebbe fatto a pezzi.»

Replica seccamente. Raccoglie la lanterna dall’uscio e si incammina lungo la ripida scalinata che, dalla botola, si immerge nel nucleo sotterraneo della scogliera.

Il monaco lo segue senza dir nulla. Procede meccanicamente, la spada abbandonata lungo il fianco.

I gradini terminano in un ampio e umido stanzone. Un’antica armeria, un deposito o una cantina. L’odore della decomposizione appena mitigato da una brezza costante, che li accoglie al loro arrivo, facendoli rabbrividire. Su una delle pareti, un buco circondato da profondi graffi. Un’apertura che si affaccia, vertiginosa, sullo strapiombo.

Ossa ammuffite e brandelli di vestiti giacciono scomposti sul pavimento.

Aidan si china a terra e raccoglie una catenella simile a quella del patriarca. La serra nel pugno e il volto gli si riga di lacrime.

Finge di non vederlo. Si volta e risale la scalinata. La luce della luna penetra nella stanza, rischiarando i cadaveri.

Risalgono il colle lenti, in silenzio, portandosi dietro i cavalli. Il monaco alla testa, subito seguito dagli altri. Ciascuno covando in sé le proprie ferite.

Raggiungono la piazza principale, apaticamente assopita tra lembi di tenue nebbiolina.

Il baffuto e l’uomo col berretto attendono, pesti e malridotti, sul bordo del lavatoio.

«Rita, figlia mia!»

L’oste si affaccia dall’uscio della taverna e corre verso il corteo, a braccia aperte.

Aidan gli sferra un pugno in faccia e l’uomo piomba a terra.

Si rivolge agli uomini sul lavatoio, richiamandoli con un gesto della mano.

«Portatelo via e sbattetelo in cella!»

Esclama, le mani tremanti, il volto stravolto dalla collera.

I due sollevano l’oste e lo trascinano via di peso.

«Non è stata colpa mia, è stato il patriarca. È lui che mi ha obbligato!»

Le grida dell’uomo si dissolvono gradualmente nella notte, disperdendosi tra le stradine del villaggio.

Il monaco si volge verso di loro. Si passa una mano sul viso, esausto.

«Innanzitutto, devo chiederti scusa.»

Dice, tendendo la mano a Sully.

Il giovane mutante la stringe con entrambe le mani, accennando un mezzo sorriso, il volto serio e impostato.

«Scuse accettate!»

La bambina si fa avanti. Scruta timidamente il monaco, aggrappata a una ciocca di capelli.

«Mi dispiace per tua sorella…»

«Se non fosse stato per te, l’anima di Irina non avrebbe mai trovato pace. Grazie anche a te, piccola Rita.»

Replica l’altro, sorridendo malinconico. Le poggia una mano sulla testa e la benedice, tracciando una croce nell’aria.

La luna piena illumina la piazza a giorno, avvolgendo i tre in un’aura sacrale. Li raggiunge, trainando il cavallo per le briglie.

Il monaco oltrepassa la coppia e gli getta le braccia al collo.

«Khor ti ha inviato tra noi, Dragoth. Non potrò mai dimenticare quello che hai fatto per me e per il villaggio.»

Si irrigidisce. Batte una mano sul dorso del giovane e lo stringe a sé.

«Non siamo tutti come quella cosa, Aidan…»

Gli sussurra.

Il monaco scioglie l’abbraccio e gli posa le mani sulle spalle. Annuisce gravemente, lo sguardo tormentato dal rimorso.

«D’ora in poi, Ruteborg sarà alleata dei mutanti e dell’Impero nella lotta agli abomini. Un solo popolo, un solo orizzonte.»

Proclama in tono solenne. Si stringono la mano con vigore, siglando la promessa.

Guarda il monaco dritto negli occhi, soppesando con cura le parole.

«Sei tu la guida spirituale del villaggio, ora.»

Gli dice, e un velo di stanchezza si va a posare sul volto del giovane.

«Ma prima…vatti a riposare.»

Aggiunge, stiracchiandosi rumorosamente, le braccia protese al cielo.

«Sono così stanco che non riuscirei neppure a cenare. Vi affido Contessa.»

Dice e cede le briglie al monaco. Passa in mezzo alla coppia, tutta presa in un tenero interloquio.

«Diamine, Sully, dalle tregua.»

Il ragazzo arrossisce e si gira a guardare dall’altra parte.

Gli arruffa la zazzera di capelli scombinati e il giovane mutante si ribella debolmente, agitando le mani e ridacchiando imbarazzato.

«Ehi, no, fermo.»

Si incammina verso la taverna, allentando i legacci del cinturone.

La voce del ragazzo lo raggiunge dal centro della piazza.

«Grazie, Dragoth.»

Alza la mano in cenno di saluto, senza voltarsi, e il suo animo si acquieta.

Giunto alla soglia, si volta un’ultima volta verso di loro e li abbraccia tutti con lo sguardo.

Aidan lega la giumenta al lavatoio, scompare in un granaio e torna con le braccia colme di fieno.

I ragazzi parlottano, tenendosi la mano al chiaro di luna.

A volte, una notte infinita, illimitata, si abbatte sulle vite degli esseri umani, senza pietà. Ma loro si rialzano sempre, ancora e ancora, in cerca di un raggio di sole.

Non c’è mai fine alla vita, in qualunque forma essa si dia.

Una civetta vola rapida al di sopra della piazza, emettendo un urlo agghiacciante. Ne avverte la gioia, la trepidazione al cospetto dell’abbondanza offerta dallo splendore lunare.

Si chiude la porta alle spalle e risale le scale che conducono alla sua stanza.

Claudio Kulesko

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