Che fine ha fatto Rachel Carson?

Rachel Carson (*), biologa marina, zoologa e autrice prolifica. Ritenuta la “madre dell’ambientalismo americano” è tra le maggiori, e indubbiamente la più nota, delle ispiratrici di quello che in seguito fu chiamato ecofemminismo, sorto nel mondo occidentale. Un movimento (e lei in prima persona) ferocemente criticato sia dall’establishment (lobbistico e accademico) che dalle correnti dei femminismi radicali e dell’ecologia sociale, persino dall’ecologia profonda. Un movimento che, benché marginalizzato dal dibattito dominante, si è sviluppato carsico per emergere con pensatrici come Sherry Ortner, Carolyn Merchant, Susan Griffin, Evelyn Fox Keller, Vandana Shiva, Karen Warren, Val Plumwood, Elisabetta Donini, Donna Haraway, Rosi Braidotti e molte altre qui e altrove.

Praticamente sconosciuta in Italia, sia dagli ambientalisti che dalle femministe, se non come una figura lontana e limitata all’eco mediatica del suo bestseller Silent spring del 1962 e al tema dell’inquinamento da chimica. Sconosciuta o non menzionata da chi oggi scrive di ecofemminismo, sul trend del momento, né più di tanto presente nel dibattito interno ai femminismi occidentali odierni, i quali nell’affrontare l’ecofemminismo – e accoglierne l’epistemologia – dovrebbero fare i conti con uno scomodo bias: la trappola dell’essenzialismo biologico di cui fu ed è ricorsivamente accusato. Accusa che, oltre alla superficialità, risulta incongruente nei presupposti e con i termini fondanti dell’ecofemminismo stesso, dato che, come ha rilevato Janis Birkeland (Birkeland, 1993) proviene dal pensare la natura separata dalla cultura, uno dei grandi dogmi del binarismo patriarcale e della sua logica oppositiva, incapace di reintegrazione e prospettivismo.

Ma Silent spring, e la sua critica radicale al dominio sulla natura-risorsa (ben al di là della specifica battaglia contro l’uso del DDT), non racconta tutta la storia di Carson. Un lavoro, il suo, che sfidò l’ideologia del progresso, rivelò l’arroganza epistemologica del discorso scientifico, denunciò l’indifferenza istituzionale nei confronti dell’alterazione dei fluidi equilibri ecologici e ammonì delle conseguenze sulla vita umana e alterumana.

È forse nei testi “minori” e preparatori che Carson rivela i nuclei profondi da cui sviluppa il suo pensiero. Nuclei che non toccano soltanto l’ecologia in senso occidentale, ma la centralità della postura maternale (ben lontana dalla mistica della femminilità), dell’etica della cura, della meraviglia e del mistero, dei saperi indigeni incentrati sulla inscindibile relazione corpo/terra e donna/natura (così come rivendicata da molti femminismi non-bianchi odierni).

Tre titoli. Undersea, il suo articolo d’esordio del 1937; Under the Sea-Wind, del 1941, sua prima opera sul mare; The Sea Around Us, pubblicato nel 1951. Con il rigore della scienziata, restituisce un mondo di interconnessioni, in cui fare esperienza di altre forme di vita dal punto di vista delle creature marine, servendosi dei sensi, di immaginazione e intuizione, giacché la conoscenza da sola è incompleta.

In Under the Sea-Wind, scrive: “Per quanto possibile volevo che i miei lettori vivessero, per un momento, la vita delle creature del mare. […] Dovevo pensare me stessa come un animale che vive nel mare e dovevo dimenticare molte concezioni umane. Divenni successivamente un beccaccino, un granchio, un maccarello, un’anguilla e un’altra mezza dozzina di animali. La cosa più difficile era sentire un mondo che era interamente acqua.”

Agli animali non assegna attributi umani, non cade nella tentazione comune dell’antropomorfismo. Né, d’altra parte, si appiattisce nella visione meccanicistica o puramente istintuale del comportamento animale. Si muove per analogie di accesso (già di per sé una critica al paradigma scientifico e al suo linguaggio) capaci di farci immaginare in quei corpi-altri: la letteratura, le tradizioni del folklore, la mitologia, i testi sacri, tutto contribuisce a sviluppare un “sentire”, una capacità di osservare, di fare esperienza conoscitiva e superare i confini tra alterità.

E quale punto di osservazione migliore che mettersi proprio sul “confine”? Nel 1955 esce The Edge of the Sea. Due anni prima (in modo non troppo dissimile da Thoreau, benché da diversa prospettiva), si costruì un cottage in riva al mare nel Maine, da cui osservare lo svolgersi fluido della vita della battigia. Qui entrano altri due temi importanti: il valore e significato dei “margini” – le zone ecotonali in cui si incontrano due ecosistemi “omogenei” – e la potente metafora della casa. Anche in questo testo, si combinano la precisione e la minuziosità della scienziata e l’immersione empatica nei mondi degli altri: “La riva è un mondo antico, perché da quando esistono la terra e il mare c’è stato questo luogo di incontro tra la terra e l’acqua. Eppure è un mondo che tiene vivo il senso della creazione continua e dell’incessante flusso della vita. Ogni volta che entro in quel mondo acquisisco una nuova consapevolezza della sua bellezza e del suo significato profondo, attraverso la percezione di quella intricata trama per cui una creatura è legata all’altra, e ciascuna con il suo ambiente”.

I margini sono flussi in continuo mutamento, un incessante intreccio di nessi, di diversità e di straordinaria ricchezza, impossibili da tracciare e punti di emersione della molteplicità della vita. Luoghi fondamentali di transito, dove le creature, animate da un intrinseco desiderio di sopravvivere, cercano incessantemente un riparo, un ancoraggio sicuro, una “casa”.

La casa dei viventi è parte del ciclo vitale: variabile, dinamica, comunitaria e spesso condivisa con specie diverse. Muta al mutare degli abitanti, è rifugio per altri quando i primi l’abbandonano. La natura-casa si contrappone alla natura-macchina e diventa un composto necessario della vita vivente. Anche in questo caso, come per la “madre”, non c’è idillio, idealizzazione, romanticismo: la natura-casa non è intesa come simbolo di domesticità, al contrario, la natura che Carson sperimenta e restituisce non è mai addomesticata né mai solo benevola e calda. È però sempre fonte di comprensione profonda della propria e altrui ecologia e fonte di meraviglia.

Alla capacità di apprendere ed esercitare la meraviglia – facoltà indispensabile per un mutamento radicale di interazione col mondo naturale – è dedicata la sua ultima fatica del 1963, rivolta a genitori e figli, The Sense of Wonder. A Celebration of Nature for Parents and Children. Il senso di meraviglia, innato nell’animo bambino, è per Rachel Carson l’antidoto al disincanto, al cinismo, all’alienazione negli ambienti artificiali, alla noia, al senso di separazione della nostra specie dal resto del vivente. Una pedagogia della meraviglia. “Nessun bambino dovrebbe crescere senza la consapevolezza del coro degli uccelli nelle albe primaverili. Non dimenticherà mai l’esperienza del risveglio mattutino con il proposito di uscire nell’oscurità che precede l’alba”.

È il suo ultimo desiderio, prima di lasciarci nel ’64, quello di sollecitare (tutti, ma in particolare i genitori nei confronti dei bambini) a mantenere l’attitudine contemplativa (che lei chiama reverenza), la muta e mutua osservazione; di raccomandare di non limitarci alla magra dieta dei fatti, di risvegliare i sensi percettivi, lo stupore per l’ignoto, l’eccitazione per il nuovo, la pietà e l’ammirazione per ciò che da una prospettiva umana mantiene enormi territori di inconoscibilità e mistero, su cui allenare l’immaginazione.

Parliamo con insistenza quotidiana (quasi ossessiva) di alterità, di relazioni intraspecifiche, di ecofemminismo, di bambini e didattica, di animalità, di interconnessioni, di ambiente ed ecologia, di culture native, di critica dell’abitare, di case e città, di un “nuovo patto con la natura”, dei limiti dell’approccio tecno-scientifico, del superamento dell’antropocentrismo …in un affastellarsi disorientato rispetto a riferimenti che sono esplosi. Rachel Carson – e a seguire la produzione di pensiero che da lei prese l’avvio – è un punto cardinale nella cultura eco-filosofica occidentale. Non condivido certo l’idea di creare divinità ed eroine, di approntare occasionali celebrazioni, ma mi chiedo: dentro alle nebbie del discorso corrente, nelle pieghe di una auspicabile riflessione e autoformazione ecologista/femminista/ambientalista/eccetera, dov’è finito quel vasto e complesso paesaggio tracciato da Rachel Carson?

(*)Oltre ai suoi numerosi testi (solo tre in traduzione italiana), si vedano quelli di Linda Lear, biografa e curatrice di molti suoi scritti, e di Vera Norwood. Un tributo speciale al grande lavoro di ricostruzione e sistematizzazione della figura di Rachel Carson e della sua produzione va alla professoressa Bruna Bianchi, visionabile in DEP. Deportate, esuli, profughe, portale online di Ca’ Foscari https://www.unive.it/pag/31776 Photo by Sophie Carr.

Rebecca Rovoletto

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