Il Benefattore

L’esplosione

[…] Camerun, 60 chilometri da Yaoundé. Tre ore prima dell’esplosione che mi ha danneggiato per sempre l’udito, un primo raggio di sole sfiorava il paesaggio desertico illuminando la catena rocciosa verso ovest. Avevo appena salutato i miei uomini in partenza per gli ultimi rilievi sul campo ed ero rimasto a osservare la jeep che si allontanava lasciandosi dietro una nuvola di polvere. Poi avevo indossato un paio di sandali e mi ero messo in viaggio. Alle 8:35 avevo consegnato il passaporto alle guardie all’ingresso del compound dei palazzi ministeriali, quindi avevo raggiunto l’edificio del ministero dell’Agricoltura camminando lungo il viale bordato da acacie coperte di fiori color rosso incandescente. Al secondo piano mi aveva accolto Princy, l’assistente del ministro, un donnone che conteneva le sue forme corpulente sotto larghe vesti di seta.

Alle nove avrei incontrato il ministro. Sapevo cosa dovevo fare, ormai era diventata una formalità. Lui avrebbe fatto un discorso generico sui problemi del paese e sull’attenzione che la sua amministrazione avrebbe riservato alle aree di lavoro da me rappresentate. Avrebbe usato parole e slogan che aveva sentito in qualche conferenza mondiale su tematiche come sicurezza alimentare, Obiettivi di Sviluppo del Millennio, partnership globali e approcci partecipativi. Da parte sua avrebbe assicurato che con il suo intervento potevo star certo che il governo avrebbe garantito una partecipazione in termini finanziari, di risorse umane e di infrastrutture. Poi sarebbe arrivato al punto: quanti soldi riuscivo a garantirgli con il pacchetto di progetti che gli mettevo sul tavolo?

Mentre aspettavo di essere ricevuto dal ministro, mi sedetti su un divano di pelle con i braccioli consumati, cercando di evitare lo sguardo di Princy. Le finestre davano su un cortile interno, verde di vegetazione e accompagnato da svolazzi nervosi degli uccelli. Ripensai a qualche settimana prima, a quando, tornando da una giornata di lavoro nel bosco, ci eravamo imbattuti nelle prime gocce dopo mesi di sole; era iniziata la stagione delle piogge e allora l’autista aveva fermato la jeep ed eravamo scesi per farci bagnare. La terra dura e secca punteggiata di macchioline scure e poi sui nostri vestiti e sui nostri volti e tutti cantavano e ballavano. A stento avevo trattenuto un sorriso e forse ho anche mosso le mie gambe in uno sgraziato ballo europeo. C’era, fra i miei compagni di lavoro, un evidente senso di fratellanza, la gioia della condivisione di una vita scandita dal ritmo delle stagioni. Per un istante mi sembrò di provare un senso di appartenenza, di percepire il senso di tutti quegli anni passati nella polvere. Tutto il resto, pensai, erano solo carte e intrighi burocratici.

Stando alle ricostruzioni, alle 8:50 un furgoncino si era fermato davanti al cancello di ingresso del complesso governativo. L’esplosione avvenne alle 9:02. L’ala ovest dell’edificio, quella che ospita gli uffici del ministro, si disintegrò lasciando una voragine e un cumulo di detriti. Princy e io, gli unici due in quel momento nella sala d’aspetto, vedemmo il soffitto cadere a pochi centimetri dalle nostre teste. Il volto di Princy era coperto di sangue e polvere. Frammenti di calcinacci sul suo vestito e sulle mie spalle. Il suo collo lucido di sudore e del sangue che fluiva da una ferita dietro la testa. Princy fece a tempo ad alzarsi e a buttarsi contro di me, poi ricademmo insieme.

In quegli attimi ero cosciente, ma sentivo che avrei potuto perdere conoscenza in ogni momento. Le sirene dell’allarme mi giungevano come un sibilo lontano, le mie orecchie piene di un suono violento e sconosciuto. Al piano terra, intanto, i terroristi si erano fatti largo a colpi di mitragliatrice, avevano freddato le guardie all’ingresso e raggiunto gli uffici. I dettagli non li conoscevamo ancora, ma quei suoni orribili, che non dimenticherò mai, erano inequivocabili. Cercai un nascondiglio. Trascinai Princy con me fino alla stanza della fotocopiatrice, mi sedetti in un angolo, lei si abbandonò su di me. Vidi il suo respiro estinguersi sulle mie gambe mentre il sangue dei nostri corpi si mischiava sul pavimento.

Poi ci fu un silenzio irreale che sembrava coprire tutto, la polvere alta nell’aria rendeva opaco ogni riflesso di sole. In lontananza le sirene e le autoambulanze, gente che gridava. Lasciai il corpo di Princy per terra e mi azzardai ad abbandonare il nascondiglio e scendere nel cortile. Vidi i morti e il loro sangue sulle pareti, ma non riuscivo a distinguere i suoni, non riuscivo a capire se provenivano dall’esterno o se erano dentro la mia testa. Le mie orecchie avevano smesso di funzionare. Dopo l’esplosione e l’attacco al ministero ci furono altre rappresaglie e scontri armati. Una settimana più tardi erano ancora attivi numerosi focolai in tutto il paese e ai dodici morti della prima esplosione se ne aggiunsero a decine. Il livello di sicurezza era salito da phase 2 a phase 4, situazione nella quale potevano rimanere nel paese solo i programmi di emergenza, le operazioni umanitarie e il security management, mentre il resto del personale internazionale doveva prepararsi a lasciare il paese.

La separazione da quel mondo avvenne in modo violento e inaspettato. Quelle rare volte in cui avevo pensato a un mio ritorno a Londra, me lo ero immaginato più poetico: un rientro in nave con le luci del porto che scompaiono nel mare e il vento che diventa freddo insieme alla notte. Niente di tutto questo: mi imbarcai sull’ultimo dei voli charter che erano stati messi a disposizione per completare l’exit-plan e il 9 luglio del 2012 ero a Londra. Ho aspettato fino all’ultimo ma alla fine non ho avuto scelta. E poi dovevo curarmi le orecchie.

Il cambiamento climatico

[…] Riguardo al tema del cambiamento climatico Giuliani aveva percorso nel giro di pochi anni tutto l’arco di prospettive possibili, dal negazionismo convinto all’entusiasta sostegno alla causa, attraversando tutte le tappe di quella che si può definire una tassonomia del negazionismo ambientale. Giuliani non era del tutto scettico in materia di cambiamenti climatici. Rappresentavano una delle svariate voci nell’elenco delle tragedie incombenti che fanno da sfondo ai notiziari. Rimaneva scettico però di fronte alle previsioni lugubri degli ambientalisti, di fronte alla catastrofe verso la quale era avviata l’umanità: metropoli lungo la costa destinate a essere sommerse, milioni di umani in fuga dalla siccità, alluvioni, carestie e conflitti sempre più frequenti a causa delle risorse vitali sempre più scarse. Per Giuliani si trattava di una “vecchia storia”, un monito che si ripeteva ciclicamente. La convinzione di vivere alla fine dei tempi, di considerare la propria morte indissolubilmente legata all’estinzione del mondo, dando così un senso e un’importanza alla propria esistenza. L’innata tendenza dell’uomo a osservare il mondo esclusivamente attraverso la lente dell’antropocentrismo. Mentre il mondo scientifico accumulava un’enorme quantità di studi che evidenziano i pericoli dei cambiamenti ambientali, una parte dei media, foraggiati dalle lobby più potenti, diffondeva l’idea che il dibattito scientifico sul cambiamento climatico era tutt’altro che risolto. La situazione era particolarmente variegata. Nel mondo dei negazionisti si possono identificare almeno tre macro gruppi: coloro che escludono in toto l’esistenza di una crisi ambientale (il riscaldamento globale per loro semplicemente non esiste); un secondo gruppo che, pur riconoscendo che le temperature della terra sono in aumento, nega la responsabilità dell’uomo e lo attribuisce a cause naturali; un terzo gruppo, infine, riconosce il trend negativo ma rimane scettico riguardo al reale impatto sul pianeta terra. Al di sotto di questi macro gruppi un’infinita gamma di posizioni, di accettazioni e dubbi. Ed è stato proprio il proliferare del dubbio che ha fatto il gioco dei negazionisti, i quali, non potendo confutare dati scientifici ormai assodati, si collocavano in quelle aree grigie e rasserenavano il mondo con i loro sorrisi da pubblicità di dentifricio: i mercanti del dubbio, abili oratori al soldo delle multinazionali. Per un breve periodo Giuliani si è lasciato ammaliare anche da loro. Infine, quando si è reso conto che la questione ambientale poteva essere una fonte di guadagno ci si è buttato dentro a capofitto. Aveva addirittura preso contatti con Richard Branson, il magnate della Virgin, il quale, dopo un colloquio con quel paladino dell’ambientalismo che di nome fa Al Gore, nel giro di pochi mesi ha fatto proclami messianici e stanziato cifre mai viste per la ricerca e attività di mitigazione degli effetti del cambiamento climatico. Giuliani riuscì anche ad accaparrarsi una fetta della torta di Branson, anche se, dopo il clamore mediatico iniziale, sono seguite notizie frammentarie e discordanti. Una cosa certa è che le cifre da destinare alla “lotta per un mondo più verde” annunciate da Branson si sono rivelate essere molto più esigue, ma intanto il ritorno di immagine della Virgin gli aveva già fatto intascare milioni di dollari.

La morte del padre

[…] Mi trovavo ancora in Gambia il giorno in cui, verso le sette di sera, mi arrivò la notizia che mio padre era morto. Ero seduto a fissare il freedom tree, l’albero, ormai monumento storico, che gli schiavi dovevano raggiungere di corsa per guadagnarsi lo status di uomo libero: li facevano correre, pieni di speranza e poi giocavano con loro al bersaglio, gli sparavano al petto o alle spalle quando il loro cuore gonfio spruzzava un getto di sangue nero. Voltando lo sguardo a est, rimasi con gli occhi puntati sul fiume che scorreva lento e sentii il coro di lamenti degli schiavi incatenati, le loro caviglie costrette, le loro cicatrici sanguinanti, le cicatrici di un continente intero che non si è mai più ripreso, e oltre il fiume, nella boscaglia fitta, sentivo ancora le loro voci. Quell’allucinazione auditiva fu interrotta dalla chiamata di Vera, che mi chiedeva di tornare, ora che era troppo tardi.

Arrivai a Londra una settimana dopo. Il funerale c’era già stato, e papà era stato seppellito nel cimitero di Clerkenwell. Ci andai insieme a mia madre e a Vera. Mia madre si aggrappava al mio braccio come se io fossi l’ultimo lembo di terraferma. La pelle del suo viso colava come cera da una candela. Mi mostrò la tomba, un rettangolo di terra delimitato da una sottile decorazione in ferro brunito, la lapide una lastra di marmo bianco posta su una base di granito nero. Rimanemmo in silenzio per pochi minuti, avevamo portato dei fiori e li infilammo in un vaso sostituendoli ad altri appassiti. Poi raggiungemmo una sala da tè che odorava di moquette bagnata. Io e mia madre, seduti senza sapere bene cosa dirci. Dopo pochi minuti arrivò Giuliani. Scambiammo un abbraccio veloce e mi diede una pacca sulla spalla, chiedendomi sottovoce «allora, come va coi negretti?» Disse proprio così, “negretti”. Io rimasi in silenzio e lui si ricompose. Poi, sempre a bassa voce, aggiunse: «Scusami, volevo sdrammatizzare».

Mia madre provò ad alzarsi, non ci riuscì, ci riprovò, al che Giuliani si avvicinò e le disse di non preoccuparsi. Si chinò, allungò un braccio intorno alla sua spalla e le diede un leggero bacio sulla guancia. Continuammo un dialogo fatto di frasi lasciate a metà, poi Giuliani estrasse dalla borsa la foto di una placca commemorativa in onore di mio padre che voleva appendere all’ingresso dell’Istituto. Mia madre si commosse e lo ringraziò, io le presi una mano e mi unii al suo gesto facendo un cenno di approvazione. Non c’era altro da dire.

Altre chiacchiere su questioni pratiche: quando sarei ripartito, cosa ne sarebbe stato di mia madre. Lei sembrava determinata a voler rimanere nello stesso appartamento ma prima di lasciarci, sottovoce, Giuliani mi rassicurò che ci avrebbe pensato lui a trovarle una sistemazione più decorosa.

In quel momento di tristezza e di debolezza pensai di proporre a Vera di ripartire con me. Magari lontano da Londra saremmo riusciti a sopportarci, a esprimere un minimo di interesse reciproco. Lei sarebbe rimasta in hotel, oppure avremmo preso un appartamento in città. Io avrei passato molto tempo sul campo, non ci saremmo soffocati a vicenda. Vera sulla spiaggia di Banjul a bere succo di cocco sotto una capanna. Sì, pensai, perché privarci di questo possibile futuro?

Fu Vera stessa a riportarmi alla realtà: «Sai» disse «Abbiamo quasi finito i lavori, dovresti passare a vedere che bello». Proseguì con una descrizione della nuova struttura che stavano costruendo nel parco della villa dei suoi. Era stata una sua idea, una galleria d’arte privata che poi avrebbero aperto al pubblico. Aveva preso lei tutti i contatti, parlato con altri galleristi di Londra, e poi con gli architetti e i creative designers, si era buttata a capofitto in quel progetto. E io l’ascoltavo in silenzio, contento per lei: da quando ero partito lei passava sempre più tempo con la sua famiglia, tornava sempre lì, alle origini, dopo gli attriti degli anni passati erano tornati a essere una vera famiglia. I genitori erano due persone squisite e in qualche modo li invidiavo, invidiavo la loro compattezza, il senso di appartenenza famigliare che era più forte di tutto. Una sensazione della quale, ne ero ormai certo, io non avrei mai fatto esperienza. Istintivamente, però, risposi che non avevo tempo di vedere come stava venendo la sua galleria. Le dissi che dovevo ripartire subito e lei non aggiunse altro, non provò neanche a insistere. Poche ore dopo ero già all’aeroporto.

Il benefattore: il filantrocapitalismo in un romanzo inedito

Nota introduttiva di Mauro Maraschi

Marco Piazza mi parlò per la prima volta della sua idea almeno sette anni fa, quando entrambi vivevamo ancora a Roma: voleva scrivere un romanzo che avesse a che fare con l’antropocene, in un periodo nel quale la parola era molto meno diffusa di oggi. Ci conoscevamo poco, avevamo parlato in occasione di un reading al quale aveva partecipato con un buon racconto, ma la sua anacronistica pacatezza mi aveva subito predisposto al confronto (ai tempi mi occupavo di editing per Hacca). Nel maggio del 2013 un suo racconto rientrò nella cinquina di 8×8 (il concorso di Oblique Studio al quale ogni anno partecipano a centinaia) e, sempre in quel periodo, cominciammo a discutere di quel suo progetto. Letta la prima stesura pensai subito che l’opera avesse un buon potenziale, per quanto mancasse ancora dell’impalcatura giusta. Il punto forte erano i contenuti “di prima mano”: Marco lavora infatti da vent’anni come forestale nell’ambito della cooperazione internazionale, ha viaggiato in lungo e in largo e ha una profonda conoscenza delle materie che tratta. Inoltre declina in modo personale una genuina passione per la letteratura, spesso traducendo e proponendo inediti, come nel caso della lettera di Breece D’J Pancake contenuta nell’edizione minimum fax di Trilobiti (2016). Anche per questo, nel corso degli anni, ogni volta che ho letto una nuova stesura del Benefattore, e man mano che Marco pubblicava racconti su riviste letterarie e riceveva l’attenzione di diversi operatori del settore, mi sono sempre più convinto che prima o poi ne sarebbe uscito fuori un contratto editoriale. Così non è stato, ma sono pronto a scommettere che non sia dipeso dalla qualità intrinseca del lavoro.

È forse vero che Il benefattore è un testo austero e che, nonostante i viaggi del protagonista tra foreste e deserti, somiglia a un’avventura rinviata, l’odissea minuta di un uomo che crede di operare il bene e scopre di essere la pedina sacrificabile di un organismo piramidale. Ma una certa apatia dei toni e una certa impotenza della trama sono secondari, se non funzionali, ai contenuti quanto mai attuali: Il benefattore offre infatti uno scorcio inedito sul mondo di quegli enti benefici che vivono di finanziamenti e che, nell’immaginario del romanzo, vengono sfruttati dall’Occidente ricco per lavarsi la coscienza, dopo secoli di colonialismo, riversando nel Terzo Mondo capitali che però finiscono spesso nelle tasche di politici corrotti e di amministratori malevoli. Un aspetto, quello della gestione economica adombrata dallo stendardo della filantropia, che può spingere personaggi come Giuliani, “il benefattore” del titolo, a coltivare le proprie manie di grandezza fino a diventare, a tutti gli effetti, uno dei tanti burattinai del Bene. Il benefattore è in realtà anche molto altro, ma per il momento mi fermo qui.

Rimango convinto che Il benefattore, nelle mani giuste, possa raggiungere la sua forma ottimale e diventare un unicum nel panorama delle proposte letterarie italiane. Insieme all’autore ringrazio pertanto LGE per questa vetrina e invito gli addetti ai lavori a leggerne alcuni estratti nella speranza di poterlo finalmente vedere in libreria.

2 pensieri riguardo “Il Benefattore

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