Mostro

Dove c’è umanità, in tutte le mitologie e le cosmologie, in moltissimi reminiscenti folklori locali, sin dai graffiti rupestri, esiste almeno una figura o un lemma che scompagina l’ortogonalità della cornice civilizzatoria, che perturba lo spazio e il tempo convenzionali. Ed è una figura sempre necessaria per riequilibrare l’asepsi dell’ordine, per avvicinarci allo sconcerto dell’invisibile, del non-spiegabile-eppure-reale. Quando l’umano eccede in pastorizia c’è bisogno dell’irruzione del folle, della bestia, dell’estraneo, della divinità selvatica, per ristabilire un principio ecologico: i mostri sono sempre stati culturalmente importanti per rompere la fissità necrofora, creare movimento, trasformazione, riplasmare la materia. Insomma quello che, senza mistica o romanticismi, senza simbolismi o metafore, succede ad ogni corpo, in ogni istante: ogni primavera è un mostro, lo è ogni fiore di pomodoro e ogni pomodoro, ogni neonato, ogni pensiero, ogni decesso, ogni viaggio, ogni rupe. Il mostro è il maestro della metamorfosi dei corpi, confonde i nostri confini, smaschera le nostre presunte coerenze, ripristina l’agency di ogni cosa.


Il mostro è il male? Il diavolo? Certamente: la sua ambivalenza disturba l’unicità dell’essere, mischia forma, identità e orientamento, laddove c’è bisogno di separare. Nell’occidente confessionale è l’alieno per antonomasia, l’osceno, la minaccia o l’avvertimento, ciò che, per contrasto, definisce la ‘normalità’ fisica e psichica di selezione del gregge e dell’habitat. Lo è per il progetto antropologico della modernità, per quella scatola di omologazione al consumo lineare, alla scarsità, ai monopòli, alle parrocchie. È ab-norme, in-civile, sovra-naturale, talmente altro da non essere nemmeno ‘contro’: trascende tassonomie e acronimi, accordi, leggi, cliché, mercati, ortodossie, antagonismi. Entra nell’immaginario massificato come caricatura o rifiuto o rifugio; evocato ciclicamente è esteriorizzato, invisibilizzato e reificato: stessa sorte toccata agli animali, stessa sorte del femminile, dell’indigeno, stessa sorte della morte, in quanto luoghi di forza ‘altra’ attraverso cui agiscono i mondi del boh.
Invece, il mostro è lì per aiutarci. Ne abbiamo bisogno non per far brillare la nostra virtù, non per rispecchiarci feudianamente con intimi spettri, non per scimmiottare rituali sciamanici, per scivolare nel magico mondo dei sogni anestetici, trovare conforto della nostra unicità incompresa o atteggiarci a provocatori. Non per estetizzare una consolazione o un pericolo. Non per purificarci messianicamente, sostituire un paradigma con un altro, redigere un nuovo manifesto. Non per instaurare una dialettica, ma per mandare in frantumi la nostra identità espandendola. Abbiamo bisogno del mostro per esserne mangiati e tras-figurati: è l’iniziazione, la subsidenza, la catabasi, il gattonare a tentoni.

Abbiamo bisogno del mostro e della sua ancestrale presenza perché siamo a un crocevia come specie: in un grumo storico, dove si incontrano materia e senso, dove il binarismo fallisce, dove l’indipendenza dell’umanità crolla e incontra ecologie destabilizzanti, dove quel che era fuori diventa ora il nostro stesso significato, ricodificando le nostre cellule, e non possiamo più individuare il limite tra dove inizia e dove finisce ciascuno di noi e ciascuna cosa. L’Antropocene, tra le molte cose, è il portale liminale dei mostri, ci parla di caos e kairos, di complessità irriducibile, di mescolanze ineludibili.
Chiedersi come incontrare il mostro, dove siano finiti gli animali, dove cercare il femminile o l’infanzia in un mindset imprigionato in binarismi produttivisti (cognitivi, estetici e lessicali) è un’aporìa. Servono umani che abbiano ancora viva la memoria a-storica, cosmologie membranose, epistemologie non bianche o sbiancate, ontologie permeabili, geografie non-euclidee; servono storie e linguaggi stranianti, altri organi di conoscenza. Serve visitare luoghi che a volte sono luoghi, a volte oggetti tascabili, a volte circostanze, a volte nomi lunghi un’intera notte. Serve sostare con polifonie nonumane che richiedono sospensione, spaesamento, penombra e tanto silenzio vigile.

Rebecca Rovoletto

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