Primatologia dell’orrore, orrore della primatologia

Claudio Kulesko

Molte persone inorridiscono nell’apprendere che

uno scimpanzé potrebbe mangiare un neonato umano

ma, dopotutto, per quanto riguarda lo scimpanzé,

gli uomini non sono che un altro tipo di primate.

Jane Goodall, L’ombra dell’uomo

I. Colobo

Non potrò mai dimenticare l’orrore che provai nel vedere per la prima volta degli scimpanzé cacciare, catturare e uccidere un’altra scimmia. Si trattava di un eritrocebo, forse di un colobo, non ricordo. Il primo shock fu proprio scoprire che gli scimpanzé ‒ che la TV mi aveva abituato a figurarmi come simpatici e benevoli clown vegetariani, tutt’al più insettivori ‒ sono in realtà onnivori. E non solo, anche abili predatori. Il secondo shock fu apprendere le modalità attraverso le quali si svolgono e si concludono le cacce degli scimpanzé.

I membri più inesperti della tribù circondarono furtivi il branco di scimmiette appollaiate tra le fronde, e giunti ai piedi degli alberi, presero a fare un gran fracasso, agitando i cespugli, urlando e battendo sui tronchi con le braccia, con delle pietre o con dei pezzi di legno. Solo in questi giorni ho avuto modo di apprendere che gli officianti di questa prima parte della caccia sono denominati “battitori”. Spaventate, le scimmiette cominciarono a fuggire, ma non alla rinfusa. Piccoli gruppi. Cauti. Ben organizzati. Coscienti del pericolo. Fu allora che i cacciatori veri e propri uscirono allo scoperto, sciamando rapidi tra gli alberi. Non ricordo come la manovra ebbe luogo, ma nel giro di pochi secondi, i cacciatori riuscirono a isolare un cucciolo di scimmia dal resto del branco. Lo scimpanzé più esperto, o forse solo quello più fortunato, si avventò sulla scimmietta e, con un gesto secco, fece compiere alla testolina dell’animale un giro completo, spezzandogli l’osso del collo. Rimasi di sasso, la tazzina di caffé sospesa a mezz’aria, a un centimetro alla bocca. Quando il grosso cacciatore affondò i denti nel cadavere della scimmietta, la mia mente cedette del tutto. Ripugnanza, disgusto nei confronti di tutto ‒ del mondo, della vita, della natura stessa. Ecco cosa provai in quel momento.

Mi ci vollero mesi per cancellare quelle immagini dalla testa ‒ il terrore che esplodeva nel corpo del cucciolo, la crudezza meccanica del gesto del cacciatore esperto e la scimmietta che si afflosciava, inerte come un pupazzo di pezza. Oggi, per fortuna, non ne conservo che un vago ricordo.

La stessa angoscia, lo stesso perturbante senso di disagio, è riemerso nel corso della lettura de Il massacro del Monte Rainier (2020, titolo originale Devolution), l’ultimo romanzo di Max Brooks ‒ già autore di The zombie survival guide (2003) e World War Z (2006, dal quale è stato anche tratto il film World War Z, del 2013)1.

Stavolta, Brooks lavora con materiale altamente esplosivo, mettendo il lettore di fronte a un horror primatologico, dotato ‒ come ogni buon horror ‒ di una cornice metafisica radicale.

Ancora una volta l’autore si affida al formato del reportage, dando forma a un’opera corale, composta da più voci e più prospettive, situata a metà strada tra l’inchiesta di cronaca, il memoire e l’indagine criptozoologica.

Al centro delle vicende troviamo il villaggio di Greenloop (letteralmente “circuito verde”), un ecovillaggio hi tech dotato di tutti i comfort (pannelli solari, impianti domotici, wifi, connessione internet ad alta velocità, consegna periodica e automatica della spesa, e via dicendo), fondato da un guru delle tecnologie rinnovabili. Al pari del fondatore del villaggio, i pochi abitanti di Greenloop sono delle sorta di transfughi metropolitani: membri della upper class più agiata, “techies”, imprenditori e intellettuali di vario genere e calibro, intenzionati ad allontanarsi il più possibile dal contesto urbano ‒ senza tuttavia dover rinunciare alle comodità offerte dalla metropoli. Con ogni probabilità, non è un caso che quelli che potremmo definire i tre protagonisti provengano da estrazioni differenti rispetto a quelle degli altri personaggi. Kate, voce narrante e, per un buon terzo del libro, protagonista anonima e indefinita, è una contabile tormentata da una miriade di futili preoccupazioni che l’hanno condotta in terapia ‒ e che si riveleranno, giunti alla fine della prima metà del libro, null’altro che quelli che Freud definì sintomi di una ben più profonda “malattia della civiltà”. Si trova a Greenloop, nella villetta acquistata dal fratello, Frank, per “staccare la spina”.

Il compagno di Kate, Dan, è un aspirante entrepreneur digitale. Brooks non rivela quale sia il cruccio di Dan ‒ tra le ipotesi vi è una laurea non conseguita, l’impossibilità di accedere al lavoro dei propri sogni e, ancora, il fallimento di un’attività imprenditoriale; tutto quel che sappiamo all’inizio del romanzo, è che Dan è uno slacker che passa il proprio tempo steso sul divano a smanettare con l’Ipad ‒ così impigrito e depresso da risultare inavvicinabile persino per Kate, al punto da apparire come un vero e proprio “personaggio non pervenuto” per il solito primo terzo del libro.

La soglia del “primo terzo” appare particolarmente rilevante se si prende in considerazione il terzo personaggio chiave: Mostar, un’artista del vetro, reduce dell’assedio all’omonima città della Bosnia (allepoca Ex-Jugoslavia), avvenuto tra il 1992 e il 1993 ‒ e durato nove mesi. Mostar, ovviamente, non è il vero nome della donna (che Brooks non comunicherà mai al lettore), ma un nome “d’arte” nel senso più profondo del termine: una sorta di installazione vivente ideata al fine di celebrare la memoria dell’assedio. Mostar è il perno della narrazione, il Virgilio che condurrà per mano la protagonista attraverso l’orrore che si scaternerà su Greenloop. Le esperienze della guerra, dell’assedio, della fame e delle brutalità hanno temprato Mostar al punto da renderla estremamente reattiva nei confronti del pericolo, sviluppando in lei una tendenza a risposte semplici, chiare ed efficienti. Non solo un’artigiana, dunque ‒ dotata di competenze e mindset già piuttosto lontani da quelli degli altri abitanti del villaggio ‒ ma una bomba pronta a esplodere, una sorta di “agente dormiente” della sopravvivenza e del warfare. E quando il Monte Rainier, stratovulcano dormiente situato a due passi da Seattle, esplode, ricoprendo il cielo di fumo nero, bloccando le strade e scatenando rivolte, Mostar esplode con esso.

Greenloop si ritrova tagliata fuori dal mondo: nessuna comunicazione, nessuna via di fuga, nessun approvvigionamento e l’inverno alle porte. Ma non è tutto. Dal bosco giungono predatori affamati, resi spavaldi dalla carenza di cibo. Prima, un puma ‒ sarà proprio Mostar a scacciarlo, ma solo dopo che Kate avrà infranto l’ultima barriera che ancora la accomuna agli altri abitanti del villaggio, frapponendosi tra il puma e Palomino, la figlioletta adottiva di una coppia di pedagogiste. Poi, arrivano i mostri, le cose che fanno a pezzi e divorano il puma ferito ‒ lungo una vertiginosa scalata della catena alimentare. Nel cuore della notte, un antico avversario di specie ‒ assopito nella memoria genetica dell’essere umano ‒ emerge dalla foresta: Gigantopithecus blacki, Sasquatch, Momo, Yeti, Bigfoot.

Da questo punto in poi, Kate e Dan verranno trascinati da Mostar in un’ascesa forzata o, meglio, a una discesa. Il titolo originale del romanzo, Devolution, allude a questa caduta a piombo nel baratro di un ambiente evolutivo primordiale, a una perdita di umanità capace di ricacciare l’essere umano tra i primati ‒ giù dal podio tecno-umanista, fuori dalla socialità urbana, fuori dalla storia e dalla civiltà. In questo senso, Mostar incarna l’anomalo, l’individuo di confine, sospeso tra la civiltà e la barbarie del mondo naturale. Man mano che Kate interiorizza Mostar (ripetendone a mente le parole, divorandone i saperi, le immagini e le idee), la funzione della seconda si stempera ed esaurisce, mentre la linea di fuga della prima si fa sempre più marcata, perdendosi tra i meandri di una foresta astratta ed eterna, situata fuori dal tempo, totalmente dominata dai paradigmi della caccia e della fuga.

II. Gorilla

Se dovessi tracciare una linea che conduca da questo libro a un suo ipotetico precursore, passando da un intermediario, andrei intuitivamente a due titoli: La guerra dei mondi, di H.G. Wells, e la trilogia della Memoria del passato della Terra, di Cixin Liu. Tenterò di approfondire meglio tale parentela più avanti. Di fatto, l’architettura “a singhiozzo” del libro ‒ strutturata come un’alternanza tra discussioni teoriche, diatribe sulla sopravvivenza, stop dedicati alla preparazione e go! dedicati all’azione pura ‒ ben si presta a mascherare da semplice romanzo quest’opera di pura theory fiction. Da un punto di vista filosofico, i temi trattati da Brooks all’interno del libro sono tre ‒ disposti in uno pseudo-ordine crescente: la natura umana, l’animalità e la natura in sé. A fare da cerniera tra questi tre concetti, troviamo i primati, che l’autore sottopone a una decostruzione, seguita da una corrispettiva ricostruzione, orientata a un “annerimento” di gran parte delle idee più diffuse riguardo alle grandi scimmie. Homo sapiens compreso.

Fin dalle prime pagine, appare chiaro come il primo obiettivo di Brooks consista nello spaesare il lettore ‒ in particolar modo quello del tutto a digiuno in ambito naturalistico ed etologico. Un passaggio di particolare rilievo, suddiviso in due parti ‒ la prima situata all’inizio del libro, la seconda verso il fatidico primo terzo ‒ è il seguente:

Ho notato un paio di colibrì svolazzare attorno a questi alti fiori selvatici viola che spuntavano in una chiazza di sole disneyana. Ne ho visto uno fermarsi su un fiore e poi l’altro è andato a mettersi accanto al primo, e a quel punto è successa una cosa tenerissima. Il secondo ha iniziato a dare piccoli baci al primo, muovendosi avanti e indietro con le piume arancione ramato e la gola rosso chiaro.2

Kate passeggia sul sentiero. La soggettiva è tutta dedicata a «Questo posto, con i suoi alberi sani e i piccoli uccelli felici che si scambiano baci d’amore»3. Un paesaggio mansueto, anzi, benevolo, “disneyano”, come ammette per prima la stessa protagonista. Il tema chiave in questa prima annotazione nel diario di Kate è la wilderness come luogo “puro” e “incontaminato”, come spazio di riconciliazione con la natura.

Più avanti, nella nota #5, quando il paesaggio si sarà già da diverse pagine rivoltato attivamente contro i personaggi, incontriamo un’altra Kate, più lucida, più cosciente, divenuta ormai consapevole della trappola mortale nella quale si è tramutato il bosco:

Non avrei potuto essere più grata ai colibrì che mi sono passati davanti. Sfrecciavano intorno a quegli stessi fiori, dandosi quei piccoli baci affettuosi. Ero così felice all’inizio, le mani sulla bocca. Grazie a Dio! Ecco cosa ho pensato. Grazie a Dio è rimasta almeno una cosa bella. Ma poi ho guardato meglio e ho visto che non si stavano baciando. Uno stava cercando di uccidere l’altro, colpendolo rapido con quel becco a forma d’ago. Ecco cosa stavano facendo quel primo giorno, quando avevo visto solo ciò che volevo vedere.4

Non a caso, uno dei personaggi, l’antropologo Reinhardt, è autore di una “rivoluzionaria” monografia su Rousseau ‒ «[Rousseau] riteneva che i primi esseri umani fossero essenzialmente buoni ma che quando l’umanità ha cominciato a urbanizzarsi, staccandosi dalla natura, si sia separata anche dalla propria natura. Per usare le parole di Reinhardt, “i mali di oggi si possono attribuire tutti alla corruzione della civiltà”»5. Reinhardt sarà l’ultimo ad aprire gli occhi sulla nuova realtà che si è abbattuta su Greenloop. Nel nuovo habitat ad altissimo rischio, la fauna e la flora si tramutano nella duplice funzione di un sistema-ambiente dominato dalla diade sopravvivenza/morte: da un lato, essi si tramutano in prede, potenziali fonti di cibo; dall’altro, in predatori, potenziali sorgenti di minaccia. Ciò avviene senza che venga bandita una sostanziale ambiguità del ruolo di ciascuno. L’eterotrofia si mostra così nelle sembianze di una catena alimentare sfumata, non immediatamente evidente, nella quale anche gli erbivori si rivelano in qualità di predatori della flora. Scrive Kate nel suo diario:

Ascolti, la capisco. Anche io amo gli animali. E mi dispiace per loro. La siccità, il cattivo raccolto delle bacche. E adesso vengono cacciati via dalle loro case. Certo che hanno fame. Ma anche noi! Riflettere su questo mi induce a chiedermi se queste graziose bestioline [cervi e scoiattoli] non siano in realtà più pericolose di un orso. Dopotutto, se mangiano le nostre scorte di cibo, non ci minacciano di inedia? Morte per concorrenza6 […] È lo stesso modo in cui ho guardato il cervo al quale Palomino dava da mangiare. Mentre osservavo la ragazzina cedere altre preziose fette di mela a quel banchetto ambulante, ho scorto un paio di scoiattoli che si stavano ingozzando nel giardino aromatico dei Boothe.7

È più o meno in questa fase che il puma fa la sua comparsa, in pieno giorno, nel bel mezzo di Greenloop, tra le case. Tenta di catturare Palomino, l’unica bambina del villaggio ‒ in uno spietato scorcio di realismo etologico. Una scena che riporta alla mente un gran numero di vecchie storie americane su infanti strappati alle braccia delle loro madri da Coyote, aquile o leoni di montagna. Ma anche fatti che hanno segnato la storia del conservazionismo statunitense. Questo passaggio si ispira, infatti, a una serie di vicende ben documentate, avvenute a Boulder, Colorado, tra gli anni ‘80 e i primi anni ‘90 ‒ e che non possono non lasciare in chi vi si interessa una certa “marca emotiva”. Sarà la ranger che si è occupata del caso Greenloop, Josephine Schell, ad approfondire i legami tra gli eventi narrati e quelli verificatisi a Boulder.

La città sembrava un paradiso. Rigogliosa, verde e assolutamente incontaminata dagli umani. Solo che non era incontaminata perché, tanto per cominciare, non avrebbe neanche dovuto essere lì. L’area attorno a Boulder è naturalmente semidesertica. Sono stati gli abitanti a pompare tutta quell’acqua per i loro prati e gli alberi da frutto. E con gli alberi da frutto sono arrivati anche i cervi […] E con gli erbivori sono arrivati gli inevitabili carnivori. All’epoca, i leoni di montagna erano alquanto scarsi. I primi europei li avevano ridotti sull’orlo dell’estinzione […] Ma, seguendo i cervi fuori dalle montagne, avevano scoperto che questa nuova razza di umani non era affatto come i loro antenati “spara a vista”. Quegli umani sparavano con le fotocamere. “Oh, wow, ragazzi, guardate! Un vero puma!” Alcuni individui più assennati hanno tentato di intervenire. “Non siete allo zoo. Quelli sono predatori. Sono pericolosi. Devono essere marchiati e ricollocati prima che qualcuno si faccia male”. Nessuno ha dato loro ascolto 8[…] Poi Scott Lancaster è andato a correre e non è mai tornato. Scott aveva diciotto anni, era sano, forte […] Due giorni dopo, hanno ritrovato quanto restava di lui, il petto dilaniato, gli organi mangiati, la faccia masticata. Quei resti sono stati rinvenuti nello stomaco di un coguaro. Le indagini hanno mostrato che il felino non aveva la rabbia né era denutrito.9

Brooks dispone l’ambiente selvaggio alla stregua di uno dei suoi personaggi, conferendogli un ruolo attivo e marcatamente antagonistico. In questo senso, i singoli individui ‒ i predatori, il puma, gli orsi, i Sasquatch e, forse, gli animali in generale ‒ si trasformano in fauci, ossia in agenti dotati di un ruolo vicario rispetto alla natura-in-sé ‒ il grande “Predatore Astratto”. «La catena alimentare. Nessuno ricorda la posizione del nostro anello»10, afferma la ranger Schell a proposito degli eventi di Boulder. Tale scelta narrativa si fa ancor più marcata grazie all’ibridazione con l’horror contemporaneo, nel quale il male non “giace in attesa”, ma dà attivamente la caccia alle proprie vittime. Sempre Schell dichiara, a un certo punto dell’intervista: «[…] I film dell’orrore della nostra generazione erano essenzialmente racconti con una morale […] Se non vai in cerca di guai, i guai non verranno a cercarti!»11. È proprio questa stessa cornice a rendere Il massacro del Monte Rainier un romanzo speculativo, interessato tanto alla narrazione quanto alla teoria che si può ricavare dal porre determinati presupposti metafisici e ontologici, e restarsene a guardare quel che accade da un punto sicuro ‒ la posizione privilegiata del narratore.

La domanda che Brooks pone al lettore è: “Cosa accadrebbe se la natura fosse sostanzialmente malevola? Se l’agency umana fosse appena sufficiente, in condizioni ottimali, a consentire alla nostra specie di arginare tale pericolosa influenza?”

Questo interrogativo pone dei notevoli punti di somiglianza con le due opere menzionate in precedenza.

III. Papio

Ne La guerra dei mondi (1898!), Wells confeziona uno degli incipit più rilevanti a tale riguardo:

Nessuno, sul finire del XIX, secolo avrebbe creduto che questo mondo fosse sotto minuziosa e attenta osservazione da parte di intelligenze superiori a quelle dell’uomo, e tuttavia ugualmente mortali; che ci fosse qualcuno che studiava e analizzava gli esseri umani occupati nelle loro varie faccende, con quasi la stessa applicazione con cui un uomo al microscopio esaminerebbe le effimere creature che brulicano e si moltiplicano in una goccia d’acqua. Con infinito compiacimento, gli esseri umani se ne andavano di qua e di là per questo pianeta, presi dalle loro attività, nella beata certezza della loro supremazia sulla materia. È possibile che lo stesso facciano i microrganismi sotto la lente del microscopio. Nessuno si preoccupava che i mondi più antichi presenti nello spazio potessero essere fonte di pericolo per gli umani; e se mai li considerava, era solo per escludere come impossibile o come minimo improbabile l’eventualità che su di essi ci fosse la vita. È strano ricordare certi preconcetti di quei giorni andati. Se un terrestre immaginava la presenza di altri uomini su Marte, lo presumeva forse al massimo inferiore a sé e pronto ad accogliere con gratitudine una spedizione di missionari di civiltà. E invece sull’altra sponda dello spazio, menti che stanno alle nostre menti come le nostre stanno a quelle delle bestie più umili, intelletti evoluti e pratici e insensibili contemplavano questa Terra con invidia e architettavano con metodo e impegno i loro piani contro di noi. E all’alba del XX secolo venne il momento del grande disinganno.12

Il modello di Wells è chiaramente fornito dal colonialismo britannico ‒ con vette che, nel corso del romanzo, giungono a lambire e anticipare gli orrori delle Grandi Guerre, come nel caso del terraforming e dello sterminio sistematico degli umani a scopo energetico-alimentare. Lo sguardo coloniale dei terrestri, associato a quello che l’autore denomina “disinganno” e che potremmo benissimo traslare in “disincanto”, costituisce, nella cornice narrativa del libro, il bias che condurrà inesorabilmente la specie sul baratro dell’estinzione per mano dei marziani.

Da un certo punto di vista, gli sbuffi che gli astronomi osservano sulla superficie di Marte ‒ e che vengono unanimemente interpretati come eruzioni o impatti di comete ‒ ricordano da vicino i primi fumi che si levano dal Monte Rainier nelle prime pagine del romanzo di Brooks, ma anche i rumori percussivi che si odono giungere dalla foresta ‒ e che vengono scambiati per tentativi di comunicazione pacifica. Battitori. Provocatori che tentano in ogni modo di condurre allo scoperto il branco di scimmiette. Il pericolo è vicino, molto vicino. Ma, quantomeno nelle occasioni nelle quali esso provenga da fonti intelligenti, due sono i fattori che rendono l’essere umano cieco e incapace di reagire: il primo è costituito dalla sopravvalutazione dell’intelletto e della potenza umani; il secondo è l’equivalenza ingenua tra intelligenza e moralità. Da qui il ben noto sillogismo (particolarmente influente tra i ranghi del SETI) secondo il quale eventuali intelligenze extraterrestri non potrebbero essere animate che da buone intenzioni (la celebre “Confederazione Intergalattica”). Nel romanzo di Brooks, è Reinhardt, l’antropologo, a suggellare il matrimonio di tale coppia di assunzioni trascendentali: «Sono amichevoli […] Devono esserlo! La comunicazione implica intelligenza che, a sua volta, implica un innato desiderio di pace»13.

Il paragone con la vita extraterrestre spiana la strada a un secondo modello di riferimento, quello offerto da Cixin Liu in Il problema dei tre corpi e in La materia del cosmo (entrambi del 2008). L’idea proposta da Liu nella sua trilogia rimanda, in un primo momento, all’orizzonte dell’“intervento esterno”, tipico della metafisica apocalittica monoteista e della vulgata post-marxiana ‒ in particolare, le Tesi sulla filosofia della storia, di Benjamin. e il saggio neo-maoista l’Angelo, di Lardreau e Jambet. Si prenda, ad esempio, un passaggio presente nel secondo capitolo de Il problema dei tre corpi:

Il ricorso ai pesticidi le era sempre sembrato un atto normale, appropriato, o almeno neutro, ma il lavoro di Carson le permise di comprendere che, dal punto di vista della natura, l’impiego di veleni non era diverso dalla Rivoluzione Culturale ed era ugualmente distruttivo per il nostro mondo. Se le cose stavano così, quante altre azioni commesse dall’uomo, che le erano parse normali o persino virtuose, erano state in realtà malvagie? E mentre continuava a rimuginare su questi pensieri, arrivò a una conclusione che la fece rabbrividire: è possibile che la relazione tra “l’uomo è il male sia simili alla relazione tra l’oceano e un iceberg che galleggia in superficie? Sia l’oceano sia l’iceberg sono fatto dello stesso materiale. Se l’iceberg sembra separato dal mare è solo perché possiede una forma diversa. In verità, non è altro che una minuscola parte del vasto oceano…”. È impossibile aspettarsi il risveglio di una coscienza morale da parte dell’umanità […] “Conseguire il risveglio di una coscienza morale richiede l’intervento di una forza esterna a quella della razza umana”.

Liu si muove lungo la medesima, sottile linea di confine di Brooks: a un passo dall’orlo di un baratro naturalista, sul fondo del quale il male e la vita si intrecciano e si fondono in un’unica entità. Se la Kate di Brooks cerca nella natura un’escatologia trascendente, capace di salvarla dai mali della civiltà, la Ye di Liu tenta di appellarsi a una trascendenza escatologica al fine di epurare questi stessi mali dalla faccia della Terra. Il risultato, tuttavia, è il medesimo. Ne La materia del cosmo (titolo originale The dark forest), l’autocoscienza giunge sotto forma di una nuova risposta al Paradosso di Fermi14:

Quando l’umanità scoprì finalmente che l’universo era una foresta oscura piena di cacciatori in agguato, il bambino che un tempo aveva gridato in cerca di attenzione accanto a un luminoso falò spense il fuoco e rabbrividì nelle tenebre. Anche solo una scintilla ora lo terrorizzava.15

Per Liu, “non c’è nessuno là fuori”, nelle profondità dello spazio buio e silenzioso, proprio perché il cosmo è, in realtà, un tritacarne, un’immensa catena alimentare. Come gli animali che tacciono e si nascondono tra i meandri di una foresta, così le civiltà extraterrestri (per mera conoscenza o per dolorosa esperienza diretta) non osano mettere naso fuori dal proprio quadrante, mantenendo un profilo basso e preferendo evitare qualsiasi contatto con le miriadi di altre specie intelligenti che vagano per l’universo. Nella prospettiva di Liu, così come in quella di Brooks (ma anche di Wells), l’intelligenza, in quanto strumento forgiato dall’evoluzione, darebbe luogo, negli esseri viventi, a una tendenziale malevolenza, totalmente orientata alla proliferazione della propria specie, all’adattamento dinamico e all’accaparramento delle risorse.

È qui che entra in gioco la primatologia. Ne Il massacro del monte Rainier, sarà proprio la capo ranger Schell ha fare la seguente affermazione, rinsaldando il ponte che lega sci fi e xenobiologia: «Una volta ho sentito la teoria secondo la quale se mai gli alieni ci facessero visita è molto probabile che sarebbero ostili, perché lo stesso cervello che è riuscito nel volo spaziale ha imparato a pensare cacciando»16.

IV. Orango

Brooks procede in maniera piuttosto sistematica, proponendo le proprie tesi speculative sui primati fianco a fianco alle vicende narrate nel romanzo. Si tratta, in buona parte, di osservazioni zoologiche ed etologiche da parte della ranger Schell, ma anche di testimonianze dirette, provenienti da fonti disparate ‒ tra le quali spiccano, su tutti, diversi frammenti tratti dalle opere di Jane Goodall, e un interessante riferimento alla scoperta della cosiddetta Scimmia di Bili.

Sempre Schell afferma che:

Tutte le scimmie praticano un qualche tipo di faunivoria, che è un modo elegante per dire che mangiano altri animali. Le scimmie hanno la dotazione biologica per essere predatori. Denti canini per afferrare e strappare la carne. Occhi in avanti per individuare un bersaglio in movimento. E un cervello progettato per essere più furbo del cibo che cerca di fuggire.17

L’intelligenza diviene il fattore discriminante tra le grandi scimmie e gli altri animali, l’aspetto che più di ogni altro sembra condurre il male “primordiale” della natura a livelli superiori, inaccessibili alle altre specie (secondo un motivo che pare riecheggiare le opere di Leopardi e Schopenhauer). Poco più avanti, l’analisi della ranger giunge ad abbracciare gli aspetti più predatoriali della nostra stessa specie, costruendo una perturbante relazione tra noi e i nostri “cugini”:

Sa come abbiamo cominciato, giusto? Siamo stati le prime scimmie a spezzare le ossa […] Usando sassi per arrivare il midollo, rendendosi conto di che bottino calorico fosse la carne. Occorre molta meno energia per convertire animale in animale che vegetale in animale. E l’incremento cerebrale che abbiamo ottenuto con quel colpo di fortuna. Attrezzi, linguaggio, collaborazione. È evidente la spinta per tutti i progressi che ci rendono umani. Più carne. Cervelli più grandi. Cervelli più grandi. Più carne. Chissà com’è stato quando abbiamo sentito per la prima volta il sapore del sangue fresco. Cosa abbiamo pensato? Cosa abbiamo provato? Quel momenti in cui tutto è cambiato. Da saprofago a predatore. Da braccato a cacciatore.18

Tali considerazioni vengono riprese più in là, quando Schell offre un’involontaria risposta ai propri interrogativi, segnando una volta per tutte la dissoluzione tra primate umano e primate non-umano:

Ho visto un colobo rosso cercare di divincolarsi, strillando, mentre lo scimpanzè lo teneva giù con una mano e gli strappava l’intestino con l’altra. L’unica espressione che mi viene in mente è “sete di sangue”, perché è quella l’impressione quando gli scimpanzé fanno a pezzi una scimmia. Non è come qualsiasi altra uccisione, non come quando un leopardo abbatte una gazzella e neanche come quando uno squalo dilania una foca. I gesti sono freddi, meccanici. Gli scimpanzé impazziscono. Saltellano e ballano. Non venite a dirmi che non si divertono. E non venite a dirmi che la caccia esiste unicamente a scopo di sostentamento.19

Le componenti horror che dominano il romanzo operano, in tale cornice, come altrettante occasioni per mettere in discussione l’esclusività e la superiorità umane. In questo senso, le varie note criptozoologiche che Brooks dissemina all’interno del libro, rivelano ben presto la propria utilità nell’offrire nuova luce e nuove prospettive sulle attuali teorie primatologiche. All’interno del romanzo, lo stesso Sasquatch diviene una sorta di doppio o di nemesi dell’essere umano, incarnata dal Gigantopiteco di Black ‒ primate estinto del quale non si possiede che una manciata di resti fossili incompleti. Sarà Frank, fratello di Kate, a porre alcune domande sulla natura, tanto arcaica quanto tetra, di tale (paleo-, o forse cripto-)primate:

Si, ho letto The Sasquatch Companion e, in gran parte, concordo con la storia ufficiale delle origini. Penso che il libro faccia delle giuste osservazioni riguardo alla discendenza dal Gigantopithecus e alla migrazione dall’Asia alle Americhe. Ma la co-migrazione? Non saprei […] Se…se…non stessero semplicemente co-migrando insieme a noi? Se ci stessero braccando? Non è per questo che siamo venuti qui? Seguendo gli animali da pascolo al di là del ponte di terra della Beringia? E se avessimo dato la caccia ai caribù, mentre loro davano la caccia a noi?20

Sempre Frank, subito dopo, si fa carico di un’ulteriore responsabilità, offrendo un interessante rovesciamento di prospettiva o, forse, sarebbe meglio dire “offuscamento” di prospettiva:

E se per noi, questa piccola specie debole, fosse passato abbastanza tempo per accrescere il nostro numero e la nostra fiducia, al punto da sfidare i primati più grandi per il predominio sul Nordamerica? E se fosse questo il motivo per cui sono rimasti così elusivi, perché sapevano cosa sarebbe accaduto se fossero usciti dall’ombra? Hanno visto cosa abbiamo fatto alla tigre dai denti a sciabola, al metalupo, all’orso gigante americano. Hanno avuto sufficienti dimostrazioni per capire di essere dal lato sbagliato dell’evoluzione. Per lo meno, fino al Rainier.21

Di fatto, l’orrore della primatologia teorizzato da Brooks pone sotto il medesimo cono d’ombra tutte le grandi scimmie, nessuna esclusa. È il titolo originale del libro a disvelare il senso complessivo, generico dell’opera: Devolution (letteralmente “Devoluzione”). Con tale termine Brooks non intende una regressione a uno stato precedente ma «Qualcosa di più profondo, primordiale». «E se quei poveri bruti ottusi avessero premuto in Kate», si domanda Frank, il fratello, «un interruttore, latente nel DNA di tutti noi? E se non si fosse limitata a cacciare via quelle creature?»22. Gli insegnamenti che Kate riceve da Mostar, sottoposti alle costanti pressioni dell’ambiente, trasformano una giovane donna civilizzata in una bestia primitiva ‒ qualcosa che non è più essenzialmente e non ambiguamente “umano”. Quando i soccorsi, capitanati dalla ranger Schell, giungono sul posto, rinvengono resti di Sasquatch essiccati e congelati, pronti per il consumo alimentare.

Si tratterebbe, pertanto, della stessa linea di fuga innescata da Mostar ‒ la “sopravvissuta”, la testimone delle atrocità di cui è capace l’essere umano ‒ ma traslata e proiettata su una scala molto, molto più vasta di quella deducibile dai parametri iniziali. Dal punto di vista logico, scientifico e narrativo del nostro ragionamento, tuttavia, ogni atrocità umana appare, ancor prima che strettamente “umana”, fondamentalmente primatologica. Due determinazioni che il darwinismo ha reso ontologicamente inscindibili.

Quella dinanzi al quale ci pone Brooks, pertanto, non è una mera “devoluzione”, ma una “cir-con-voluzione”: un intreccio, un incontro-scontro che sbilancia, sconvolge e sconquassa gli equilibri evolutivi. Sfruttando l’occasione offerta da una serie di mutamenti ambientali radicali, la preda si tramuta in cacciatore. E il cacciatore, a sua volta, in preda, finendo sorpreso e sopraffatto da quegli stessi mutamenti. Poi, il processo inverso, ancora e ancore. Sospinta da una “sete di sangue” ancestrale, la preda torna a essere cacciatore ‒ ri-attivando facoltà latenti nel suo stesso corpo e nel corpo astratto della specie. E così, il cacciatore torna a essere preda.

Sullo sfondo, la natura come campo di battaglia darwiniano, nel quale qualsiasi equilibrio appare inevitabilmente precario, punteggiato, costantemente sull’orlo della catastrofe.

Note

1 In realtà non si tratta esattamente del romanzo più recente di Brooks, considerando il ben più pacifico Minecraft: The mountain, uscito all’inizio di quest’anno

2 M. Brooks, Il massacro del Monte Rainier, Mondadori, Milano 2021, p. 21.

3 Ivi, p. 22.

4 Ivi, p. 90.

5 Ivi, p. 33.

6 Ivi, p. 115.

7 Ivi, p. 118.

8 Ivi, pp. 269-270.

9 Ivi, p. 271.

10 Ivi, p. 270.

11 Ivi, p. 144.

12 H.G. Wells, La guerra dei mondi, Castelvecchi, Roma 2016, p.1.

13 M. Brooks, Il massacro del Monte Rainier, p. 194.

14 “Se l’universo pullula di vita extraterrestre, dove sono tutti quanti?”

15 Cixin Liu, Nella quarta dimensione, “Nictoilofobia”, Mondadori, Milano 2018.

16 M. Brooks, Il massacro del monte Rainier, p. 191.

17 Ibidem.

18 Ivi, pp. 192-193.

19 Ivi. p. 229.

20 Ivi. p. 174.

21 Ivi, p. 175.

22 Ivi, p. 330.

3 pensieri riguardo “Primatologia dell’orrore, orrore della primatologia

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