Nim’Un’Duh

Claudio Kulesko

Per gli Heruhak’ha, tra le innumerevoli specie di abomini, ve ne sarebbe

una che sfuggirebbe del tutto alla comprensione umana.

Aberrazioni tra le aberrazioni, esistenti in non più di un solo e unico esemplare,

senza che se ne possano trovare d’uguali in tutto il globo.

Nessuno sa perché esistano, né da dove provengono. Come dèi e bestie leggendarie, essi infestano i miti e le leggende popolari.    

Gli Heruhak’ha denominano queste particolari creature “Dragorethscz”, un termine che, in lingua imperiale, corrisponde, grossomodo, alla parola “Demoni”.

Anonimo, Toruk kre’tchka Dash. Il Grimorio abominevole di Dash

I

I tre sbucano dalla boscaglia ai lati della strada, armati di spade e mazze. Due di loro indossano armature di cuoio logore, sulle quali campeggia una croce inscritta in un cerchio, maldestramente tratteggiata con della vernice rossa. Il terzo è ammantato in un modesto saio, assicurato in vita da una corda di iuta irta di nodi.

Figli di Khor. Predicatori, monaci girovaghi, fanatici religiosi.

Ne ha percepito l’odore già da qualche minuto. Il lezzo della pelle conciata, frammisto a quello di incenso e corpi sudati, l’aveva raggiunto cavalcando la brezza mattutina. Aveva tranquillizzato il cavallo e rallentato l’andatura, quel tanto che era bastato a costringere i tre a uscire allo scoperto.  

Il giovane monaco si stacca dal gruppo e gli sbarra la strada. Lo squadra dal basso verso l’alto, soffermandosi a lungo sulle corna. Gli occhi carichi di disprezzo.

Alza una mano dinanzi al petto e gli intima l’alt.

«Fermo là.»

Il mutante si tira le briglie al petto e accarezza il collo della giumenta. Lancia una rapida occhiata alla spada del monaco: l’elsa, riccamente decorata e intarsiata in oro, contrasta con  la lama sbeccata, semi-arrugginita.

Un relitto di guerra stountoniano

Pensa

Recuperato da chissà quale campo di battaglia.

«Sei un artificiale, vero?»

Gli domanda il monaco, scuotendo debolmente i lunghi capelli castani, in un gesto di eloquente disapprovazione. Gli altri due gli ciondolano alle spalle, in attesa di ordini, le armi pigramente abbandonate lungo i fianchi.

«Beh, qualcuno mi dovrà pur aver messo queste corna. A meno che mia madre non fosse una capra.»

Risponde, con un ghigno sgraziato. Reclina leggermente la testa e le pupille si tramutano in fessure.

Il monaco, per niente affatto divertito, gli punta contro la spada.

Una miscela di nuovi odori si fa strada nello spazio tra l’uomo e il mutante. Rabbia, sconforto, paura.

«Fai meno lo spiritoso. Chi sei?»

Lo incalza il monaco.

Nota solo ora che ha più o meno la sua stessa età.

«Sol, dovrei essere io a chiedervi chi diamine siete. Sono Dragoth Tasherian, agente imperiale di primo livello, di rientro da una missione riservata.»

Estrae qualcosa dalla tasca della giubba e, per un attimo, una scarica di bagliori promana dal pugno sollevato. Apre la mano, mettendo bene in mostra un sole d’oro massiccio.

Da dietro il monaco, si fa avanti uno dei due uomini. Si aggiusta il floscio berretto che porta in testa e osserva attentamente il monile.

«Il sigillo imperiale, non c’è dubbio. Mio cognato esattore ne aveva uno identico.»

Sentenzia dopo un po’.

Il monaco sgrana gli occhi e abbassa la spada. Lo sguardo teso, la fronte solcata da una profonda ruga orizzontale. La mano libera si stringe sulla corda del saio e corre lungo i primi tre nodi.

«Non credevo che un mutante potesse ambire al ruolo di ufficiale.»

Dice, tra i denti.

«La capitale riserva sempre delle sorprese. Non sempre gradevoli, a dire il vero.»

Il mutante ignora la provocazione e prosegue l’interrogatorio.

«Perché state bloccando la strada?»

Il monaco socchiude la bocca, esitante. Fruga con lo sguardo il volto del mutante, in cerca delle parole giuste.

L’uomo col berretto punta la mazza a terra e vi si appoggia con entrambe le mani.

«C’è un assassino nel villaggio!»

Esclama d’un tratto.

Il monaco gli rifila un’occhiata velenosa. Il mutante ne approfitta, insinuandosi nel varco dischiuso dal silenzio.

«Un assassino?»

Domanda, rivolto all’uomo col berretto, ma il giovane monaco si intromette ancor prima che quello possa aprir bocca.

«Ci sono stati degli omicidi nel villaggio.»

«Che genere di omicidi?»

«Il genere di nefandezze di cui si macchierebbe un mutante.»

Replica il monaco, puntandogli gli occhi addosso.

Il terzo uomo estrae dalla tasca del tabacco e una pipa, che inizia a caricare con gesti misurati. Scambia un’occhiata furtiva con il compare col berretto e rompe il silenzio.

«Dei bambini sono scomparsi. Alcuni sono stati ritrovati in riva al fiume, fatti a pezzi.»

Dice, indicando con un cenno del capo un punto al di là del bosco, a oriente.

Il monaco distoglie lo sguardo e il suo dolore si fa strada verso il mutante, trapelando dagli occhi, dai gesti, dai battiti del cuore.

Dragoth raccoglie la scia di dolore. Respira, lentamente. La isola. La esclude.

Torna a concentrarsi sull’uomo con la pipa.

«E perché ve ne state qui, nascosti tra i cespugli?»

«Controlliamo tutti quelli che entrano e che escono.»

Spiega l’uomo. Sfrega un fiammifero sul bracciale dell’armatura e accosta la fiamma al fornello.

«Da qualche giorno, nel villaggio si aggira una compagnia di vagabondi. C’è un mutante tra loro, e non si sà mai…»

Conclude, tirando alcune boccate frettolose da sotto i baffi.

Il monaco si ridesta di colpo. Fende l’aria dinanzi a lui con la spada e riprende a parlare, irremovibile.

«Il patriarca ci ha concesso di star qui. È per il bene del villaggio, perciò lasciaci in pace e non ti intromettere, imperiale.»

«Formare milizie cittadine è consentito fin tanto che non arrechi danno o disturbo. Voi, invece, fermi così in mezzo alla strada sembrate dei briganti. Vi do tempo fino a stasera al tramonto per levarvi di mezzo. Attenderò al villaggio.»

Replica, glaciale, il mutante. Scuote leggermente le briglie e la cavalla riparte di colpo al trotto.

I tre si fanno da parte. Il giovane balza agile al lato della strada, subito seguito dall’uomo con la pipa, mentre quello col berretto barcolla sul suo punto d’appoggio e finisce a gambe all’aria tra la polvere.

Alle sue spalle, il mutante ode il monaco imprecare a mezza bocca. Non riesce a cogliere alcuna parola, ma può avvertirne sulla schiena lo sguardo traboccante d’odio.

Risale di gran lena la strada di terra battuta e, ben presto, le sagome delle casette di terra e fango si profilano all’orizzonte.

Ruteborg, un minuscolo puntino sull’atlante dell’Impero.

Mi ci vuole una sosta, un bel pranzo, un bagno caldo.

Il villaggio giace mollemente adagiato sulla cima d’un colle. Tutt’attorno, campi coltivati, bruscamente interrotti, a levante, da una fitta boscaglia di pioppi, che si inerpica su per un ripido pendio. Tra le chiome degli alberi, incistata come una immensa zanna fossilizzata, fa capolino la cima diroccata di una torre.

Una figura minuta discende la strada in senso opposto. Procede ricurva sotto il sole battente, gesticolando, come se fosse intenta a discutere animatamente con qualcuno.

Tende le briglie al petto, per non sommergerla di polvere e la sente farfugliare tra sé e sé. Man mano che avanza, i contorni della sagoma si fanno sempre più chiari, popolandosi di dettagli. Una donna non più giovane, vestita di stracci, i capelli grigi e sporchi attaccati a un viso nervoso, dilaniato da sciami di scatti muscolari.

Pare accorgersi di lui solo all’ultimo secondo. Si passa una mano sulla veste cenciosa, quasi intendesse stirarne i lembi spiegazzati, e si ferma a fissarlo con sguardo vacuo.

«Tutto a posto? Serve aiuto?»

Domanda, salutandola con un cenno del capo.

Il volto della donna si contrae in un ghigno che esplode in una caotica smorfia di puro terrore.

«Nim’Un’Duh! Nim’Un’Duh! l’uomo nero, vecchio quanto il mondo. È stato lui a portarmela via, lui me l’ha presa. L’ho visto! L’ho visto strisciare nella torre, quando Sol socchiude gli occhi e sprofonda nella terra.»

Con il dito ossuto, indica un punto in lontananza, verso la foresta. Si placa per un istante, smarrita tra i propri pensieri, e comincia a muovere le labbra senza emettere suono. Poi, riprende a marciare sotto il sole, oscillando a destra e a sinistra, sull’orlo del collasso.

La osserva avanzare giù per la collina, finché non torna a essere nulla più che una sagoma indistinta.

II

La brocca barcolla, come un soldato ferito.

La ragazzina allunga una mano per agguantarla e il vassoio vibra pericolosamente. Lo scatto sferra alla brocca il colpo di grazia. Va ad accasciarsi su un fianco, tra le salsicce e il formaggio. L’acqua trabocca sul pavimento e, per un istante, la ragazzina gli appare trasfigurata. Il visetto tondo e lentigginoso; il vassoio d’argento, giustapposto alle misere vesti; la brocca di cristallo, riversa su se stessa, che vomita acqua come una cornucopia vomita ricchezze.

«Mi scusi tanto!»

Esclama l’ondina, arrossendo. Rialza la brocca e poggia il vassoio sul tavolo, di fronte a lui.

«Tranquilla, non è niente.»

La ragazzina vaga ansiosamente con lo sguardo in cerca di uno straccio e, a ogni istante in cui non ne trova uno, la sua angoscia cresce e si fa più intensa. Si stropiccia un ricciolo rosso tra due dita e si mordicchia nervosamente il labbro inferiore, ruotando nervosamente la testa qua e là.

L’imbarazzo e la fretta che si propagano dal corpo dell’ondina lo contagiano, si insinuano nella sua mente, facendolo sentire come se avesse un orologio attaccato dritto all’orecchio. 

Tic toc, tic toc, tic toc.

Dall’altra parte dello stanzone, l’oste la vede ciondolare disperata. Si china di colpo dietro il bancone e accorre lesto, sbandierando un secchio e uno straccio.

«Ci scusi, la prego, è una bambina un po’ stupida. In questo periodo non abbiamo molti clienti, perciò è un po’ arrugginita.»

Dice l’uomo, in tono servile. Lancia un’occhiataccia all’ondina e quella abbassa lo sguardo, aggrappandosi alla ciocca di capelli.

«Non è niente, davvero.»

Replica, increspando istintivamente la bocca in una smorfia.

L’oste fa un brusco gesto con la mano e la ragazzina si tuffa sulla brocca, la stringe saldamente tra le mani e trotterella verso il bancone. Non appena si volta, un grosso livido violaceo fa capolino da sotto le spalline del vestito.

Il mutante afferra un pezzo di formaggio e prende a masticare avidamente.

«Cos’è questa storia dei bambini scomparsi?»

Domanda, cogliendo di sorpresa l’oste, che si blocca di colpo.

L’uomo, carponi sulla pozza d’acqua, sbuffa rumorosamente.

«I bambini qui sono sempre scomparsi, signor ufficiale, portati via dai lupi o dai mutanti.»

Chiosa, sbrigativo. Troppo sbrigativo.

Risponde con un grugnito a mezza bocca e riprende a masticare.

L’uomo strizza con vigore lo straccio, raccoglie il secchio da terra e si avvia verso il bancone. Le parole del mutante lo raggiungono alle spalle, rapide e inattese come una pugnalata.

«Chi o cosa è Nim’Un’Duh?»

La domanda coglie nel segno. L’oste si arresta al centro della stanza, incerto. Ne avverte il battito del  cuore farsi più veloce, più incalzante.

La ragazzina torna con la brocca colma d’acqua fino all’orlo. La deposita sul tavolo e si allontana in tutta fretta, senza degnare di uno sguardo l’uomo immobile a pochi passi di lei.

«Grazie.»

Le dice, versandosi l’acqua nel bicchiere.

Dopo un lungo istante, l’oste si volta e riprende a parlare, mellifluo, il volto solcato da un sorriso contorto e forzato.

«Suvvia, una persona colta come lei che crede a una storiella come questa? Non è nient’altro che una vecchia leggenda. L’uomo nero? Ma si figuri…»

«Venendo al villaggio, ho incontrato una donna. Lì per lì mi è sembrata molto vecchia, per via dei capelli grigi. Poi, mi sono accorto che non avrà avuto più di quarant’anni. Parlava da sola e sembrava piuttosto…segnata. Ha detto che è stato Nim’Un’Duh “a portargliela via”. A chi si riferiva?»

Tracanna l’acqua nel bicchiere e si fionda, forchetta alla mano, sulle salsicce.

«È la povera Tyrella. Sua figlia è scomparsa anni fa e non se n’è più saputo niente. Da allora non è più stata la stessa. Se ne va in giro, notte e giorno, blaterando. Nim’Un’Duh qua, Nim’Un’Duh là. Eh, il dolore di un genitore. Non c’è nulla di più grande!»

Annuisce debolmente alle parole dell’uomo, senza alzare gli occhi dal piatto. Si porta alla bocca un grosso pezzo di salsiccia e passa rapido al formaggio.

«Mi porti un altro piatto di tutto, anzi altri due.»

Si infila una mano in tasca e lancia sul tavolo tre pezzi d’oro.

Gli occhi dell’oste si illuminano. Abbagliato dal luccichio delle monete, l’uomo si passa distrattamente lo straccio sulla fronte.

«Ma certo, subito. Ritaaa!»

Sbraita, rivolto alla ragazzina.

«Prepara altre salsicce, e altro formaggio, anche! Ah, e aggiungici anche due uova al tegamino!»

«Offre la casa, naturalmente.»

Aggiunge, ammiccando furbescamente.

Ne evita lo sguardo. Inforca l’ultimo pezzo di salsiccia e passa alla seconda.

Soddisfatto, l’oste si allontana fischiettando tra i tavoli deserti e torna al bancone.

Eppure, quei tre sembravano piuttosto convinti di quel che facevano. Lo sguardo del monaco parlava da solo. E quella donna…solo a ripensarci mi vengono i brividi. Cosa diamine sta succedendo, qui? Ora che ci penso, il biondo ha nominato un patriarca, o qualcosa del genere. Forse, è il caso di fargli una visita di cortesia.

La porta cigola e un ragazzo fa capolino dalla soglia. Si scosta dal viso la zazzera di capelli castani, rivelando un’enorme mascella sporgente, dalla quale spuntano due corte zanne da orco delle fiabe. Dodici, tredici anni appena. La stessa età dell’ondina, anno più anno meno.

«Dov’è Rita?»

Domanda, trafelato.

L’oste batte una mano sul bancone, adirato.

«Ancora tu! Avrei dovuto trascinarti dal patriarca!»

Per nulla intimorito, il ragazzo se ne resta aggrappato alla porta.

«So cosa le volete fare e non ve lo permetterò!»
Esclama, puntando l’indice contro l’oste.

L’uomo afferra una scopa e si lancia contro il ragazzo, che sussulta e si precipita fuori dal locale. Lo sente gridare dalla strada, disperato.

«Resterò qua fuori finché non me la farete vedere!»

Con un ringhio, l’oste sbatte la porta, facendo vibrare l’intera stanza. Alza le braccia al cielo e si rivolge al mutante.

«Mi perdoni, oggi proprio non è giornata. È solo un vagabondo di passaggio. C’è n’è un’intera brigata, sa? Si guardi la borsa…»

L’altro non risponde. Con la coda dell’occhio, scorge l’ondina affacciarsi timorosamente dalla cucina.

«Mi metta l’ultimo piatto in una scodella, vado a fare una passeggiata. Ah, mi dia anche la chiave di una stanza. Pagherò tutto domattina.»

L’oste preleva il piatto dal tavolo e lo porta con sé, al bancone. Armeggia tra scodelle e posate, lanciandogli, di quando in quando, rapide occhiate, brulicanti di sospetto.

III

Il villaggio è deserto, come al mattino. Risalendo dall’unica strada, che attraversa da capo a capo l’abitato, un contadino trascina sulle spalle delle fascine di legna, seguito da un cagnolino scodinzolante.

Gli abitanti paiono asserragliati nelle case, come se una tempesta stesse per abbattersi sul colle, nonostante il cielo terso e la fresca brezza primaverile.

Il ragazzo se ne sta seduto, mogio mogio, sul bordo di un antico lavatoio in pietra, non lontano dalla locanda. Non appena lo scorge, drizza la schiena e strabuzza gli occhi, incuriosito.

Ne avverte lo sguardo sulle corna e sugli occhi, fin sulla pelle squamosa del volto.

«Sei un artificiale?»

Domanda il ragazzo. La bocca perennemente semiaperta, simile al muso di un cinghiale.

«Dritto al punto, eh? Chi lo sa, forse…»

Risponde, evasivo. Gli agita la scodella sotto al naso e gliela abbandona tra le mani.

«Non starai pensando di startene qui tutto il giorno senza mangiare?»

Il giovane guarda la ciotola, interdetto. Scruta con desiderio il formaggio e le salsicce e vi si avventa di colpo, con le mani.

«Grazie, signore!»

Farfuglia a bocca piena, sputacchiando qua e là briciole di cibo.

«L’ha fatto la tua Rita.»

A quella rivelazione, lo sguardo del ragazzo si illumina. Arrossisce e inizia a masticare più lentamente, gustando ogni singolo boccone.

«Come ti chiami?»

«Sully…Sullivan.»

Replica il ragazzo, pulendosi una delle zanne con la manica del vestito.

«Mio padre era un artificiale.»

Aggiunge, imbarazzato, come per giustificarsi.

Il mutante corre con lo sguardo sui bizzarri abiti del ragazzo. Una calzamaglia variopinta, alla moda degli acrobati e dei saltimbanchi. Scarpe a punta e fasce di lustrini luccicanti, sparsi qua e là senza un preciso criterio.

«Lavori per un circo?»

Domanda.

L’imbarazzo del giovane si dissolve, soppiantato da un accesso di spavalderia.

«Artisti girovaghi! Acrobati, giocolieri, buffoni…e, poi, ci sono io. Posso sollevare una vacca adulta sopra la testa.»

Proclama orgoglioso, ficcandosi in bocca un grosso pezzo di formaggio.

«Se tuo padre è un artificiale dovresti navigare nell’oro, anziché startene qui, seduto su un muretto, in un villaggio sperduto.»

«Mia madre fa la puttana.»

Spiega, deglutendo a forza.

«Conobbe mio padre durante la Guerra dei Tre Regni. Era un ufficiale. Quando nacqui, mia madre voleva spillargli qualche pezzo d’oro per il disturbo, ma gli dissero che era morto durante una carica della fanteria stountoniana. Non mi ha cacciato di casa perché gli facessero schifo i mutanti, o cosa…È solo che non aveva più il becco d’un quattrino e mi ha sbattuto fuori.»

Sorride, divertito dalla sincerità del ragazzo.

«Te la stai cavando alla grande, direi. Dove siete diretti?»

«In nessun posto in particolare. Ma un paio di volte l’anno andiamo a Vemer, lì c’è più gente, più denaro. Siamo qui solo di passaggio. E tu, come ti chiami?»

Gli domanda, tenendo una salsiccia inforcata a mezz’aria, a pochi centimetri dalla bocca.

«Io sono…un cacciatore. Anche io solo di passaggio. Dragoth, piacere di conoscerti.»

«Piacere mio!»

Risponde prontamente il ragazzo, la mascella sporta grottescamente in avanti in un grande sorriso.

«Lo sai che c’è un bel comitato di benvenuto che ti aspetta, fuori dal villaggio?»

Il giovane sbotta e getta la salsiccia mezza morsicata nella scodella.

«Dannazione! Sono giorni che mi danno il tormento.»

«Che hai combinato? Che c’entra Rita?»

Il ragazzo avvampa. Esita, guardandosi attorno circospetto. Gli si accosta all’orecchio.

«Signore…Dragoth, tu sei l’unico che può aiutarmi. Vogliono fare del male a Rita!»

Mormora, quasi in un sussurro.

«Chi? L’oste?»

«No, non l’oste, cioè, anche lui…Intendo il patriarca, i Figli di Khor. Le fanno delle cose orribili. È stata lei a raccontarmi tutto, ma nessuno mi crede. Devo portarla via. Io devo!»

Gonfia il petto, ringhiante, e alza il pugno con fare minaccioso.

«Rinfodera gli artigli, eroe. Cos’altro sai?»

A quella domanda, il ragazzo abbassa la testa, avvilito.

«Ben poco, purtroppo. So solo quel che ho visto. Quello che lei mi ha raccontato. La sera, poco dopo del tramonto, l’oste, suo padre, la benda. Poi arrivano due, forse tre uomini e la portano via. Tutto quel che sente durante il tragitto è il rumore degli zoccoli dei cavalli e il vento sulla faccia. Una notte, la benda era stata stretta troppo poco e, scendendo da cavallo, si è spostata quel tanto che bastava per sbirciare. È riuscita a scorgere il patriarca, tutto vestito di nero. Era assieme ad altri uomini, conciati allo stesso modo, ma li ha visti solo per un istante. L’hanno trasportata con un altro ragazzo in una grande stanza buia. Ma non sappiamo dove sia la stanza, né chi siano gli altri.»

Sgranocchia svogliatamente l’ultimo pezzo di formaggio, mesto e furente allo stesso tempo.

«Se entro stanotte non riusciremo a lasciare il villaggio…Andrò io di persona e gliela farò vedere a quei…a-a q-quei mostri!»

Aggiunge, zagagliando per la rabbia.

Resta a osservarlo per un po’, sovrappensiero, mentre il ragazzo snocciola tutto quel che sa. Poi, balza giù dal muricciolo. Una rabbia profonda lo pervade, alimentata dalle menzogne dell’oste; dal volto dolce e spaventato dell’ondina; dall’immagine della donna che si trascina sotto il sole; dall’impotenza del ragazzo.

Dovrei radere al suolo questo villaggio di pazzi!

Il simbionte si agita e scalpita nelle vene, rispondendo alla sua collera. Un lungo filamento viscoso fa capolino da sotto la manica della camicia. Fulmineo, strattona la manica al di sopra del polso.

Svuota la mente e i neri tentacoli dell’ira si ritraggono, temporaneamente sconfitti. La creatura si placa e torna a fluire, indifferente e assonnata, tra i meandri del suo corpo.

«Vedrò cosa posso fare, Sully. Resta qui, non ti muovere. E, soprattutto, non fare idiozie, intesi?»

Il ragazzo lascia andare la ciotola sulle ginocchia, gioendo maldestramente, le mani giunte in preghiera.

«Grazie, grazie mille!»

«Aspetta a ringraziarmi…Dimmi, dove posso trovare il “Patriarca” di cui tutti parlano?»

«Abita in una villa di mattoni rossi, proprio dietro la Casa di Khor. Impossibile non trovarla!»

Raccoglie la scodella dal grembo del ragazzo e fa ritorno alla locanda. La stanza, desolata e silenziosa, gli appare disabitata da secoli. Abbandona la ciotola sul bancone e percorre le scale che conducono alla pensione.

Mentre fruga nelle tasche, in cerca delle chiavi della stanza, un flebile gemito si leva da dietro una porta. Si arresta e aguzza le orecchie, la mano ancora sprofondata nei calzoni.

Due voci discutono animatamente, a bassa voce. L’oste e l’ondina.

«Non ci voglio andare!»

«Decido io se ci andrai o meno. Tu mi appartieni!»

«No, no, no! Dirò tutto all’ufficiale!»

Un rumore confuso, il suono di uno schiaffo e un pianto sommesso.

«Vatti a lavare, idiota. Prova a parlare e ti affogo nella vasca con queste mani.»

Avanza a passo felpato. Raggiunge la stanza e si richiude la porta alle spalle, giusto in tempo per udire uno scricchiolio di passi lungo il corridoio.

La nausea gli serra le viscere in una morsa. Respira, lento e affannoso, le mani tremanti, il petto compresso dall’angoscia.

Non posso. Devo aspettare. Devo ancora aspettare.

Si abbandona sul letto e resta immobile, a fissare il soffitto coperto di ragnatele.

IV

Risale a cavallo su per il colle, lungo la mulattiera polverosa, mentre il sole declina morbidamente sulla sponda occidentale del cielo.

Le ombre degli edifici si stiracchiano sul percorso, ergendosi sul lastricato come  spaventosi esseri di tenebra, in sordida attesa del tramonto. Dalle case, sprofondate nel silenzio, occhi furtivi lo scrutano dalle veneziane socchiuse.

La fitta coltre di ossessioni che aleggia sul villaggio lo assale, gli si arrampica lungo le gambe e lo attanaglia in una viscida morsa.

In un cortile, un bambinetto gioca a campana, lanciando il sasso sui grandi riquadri tracciati a terra con il gesso. Al suo passaggio, esclama:

«Sette!»

Lacerando il silenzio.

Di colpo, la madre del bambino si sporge dall’uscio, lo afferra per un braccio e lo trascina in casa.

La Casa di Khor sorge solitaria e appartata sulla vetta, leggermente defilata dalle case. Una modesta capanna di legno, affiancata da un alto campanile.

Alle spalle della chiesa, appena visibile attraverso lo spazio tra i due edifici, l’unica struttura in mattoni del villaggio. La confronta mentalmente con la descrizione fattagli da Sully. Un’elegante villetta di due piani, dalle tegole rosso brillante, circondata su tre lati da un vasto giardino, nel quale, tra cespugli di margherite e rosmarino, razzolano libere oche e galline. La dimora del patriarca, ben più accogliente di quella del Santo.

Smonta dalla giumenta e la assicura a un alberello nel cortile della chiesa.

«Torno subito.»

Le sussurra, sfiorandole l’orecchio con le dita.

Aggira il campanile e si sporge cauto da dietro la parete di legno, assicurandosi che non vi sia nessuno nel cortile. Raggiunge alla svelta il fianco del villino, correndo rapido con lo sguardo lungo le finestre. Spessi drappi pendono al di là delle vetrate, nascondendo le stanze ad occhi indiscreti.

Nota, al primo piano, delle persiane socchiuse. Sgattaiola ai piedi dell’edificio, guardandosi attorno ed estrae la spada. L’arma pare sbocciare, dividendosi in quattro sottili uncini ricurvi. L’elsa scompare e la lama si accorcia, percolando e liquefacendosi lungo l’impugnatura. Con la mano destra, plasma il flusso di metallo fuso, avvolgendolo paziente attorno al braccio. Un lungo rotolo di corda, saldamente assicurato all’occhiello di un rampino.

Fa roteare la fune e scaglia il rampino sul tetto. I ganci raggiungono le tegole con un “tac”. Tende la corda un paio di volte, saggiandone la resistenza, e si arrampica su per la parete, puntellandosi sugli avampiedi. Giunto alla finestra, rimane immobile, in assoluto silenzio. Dalla stanza non giunge alcun rumore.

Dondola cautamente e si aggrappa al bordo della finestra. Dischiude le persiane e si issa oltre il bordo, portando con sé la corda e il rampino. Atterra oltre le tende, sul pavimento di legno.

Con un guizzo leggero, la fune serpeggia attorno all’avambraccio e svanisce attraverso i pori della pelle; gli uncini tornano a fondersi e a dar forma a una lama, mentre la massa di muco si addensa lungo l’elsa.

Si guarda attorno, costringendo gli occhi ad adattarsi in un lampo alla penombra. Una camera da letto, dominata da un grande armadio e da un  fatiscente letto a baldacchino. Tra il letto e la porta, una postazione da trucco ingombra di terre, ciprie e fiale di profumo.

Rinfodera la spada e percorre la stanza, finché la punta del piede non incontra qualcosa di morbido e cedevole. Ai piedi del letto, giace un orsacchiotto di pezza. Si acquatta e lo annusa attentamente. Talco; acqua di rose; il tanfo disgustoso del sudore e il tanfo della paura.

Si accosta alla porta e vi appoggia l’orecchio. Ode un bisbiglio soffocato, attutito dalla distanza e dalla dura superficie in noce. Socchiude lentamente la porta e sbircia attraverso le fitte tenebre del corridoio. Di colpo, da uno studiolo sul fondo dell’andito, lo assale il profumo dolciastro dell’incenso, seguito di presso da una rauca voce maschile.

«…Faremo esattamente come con gli altri. È cresciuta troppo, comincia a capire troppe cose. Ho già mandato gli altri a prenderla. Dov’è Aidan?»

Domanda.

Gli risponde una seconda voce maschile, più squillante.

«È al confine settentrionale del villaggio, con i suoi, come sempre. A lui ci ho già pensato io. Gli ho già fatto riferire che la ragazzina è sparita e che abbiamo sorpreso il moccioso mentre si aggirava attorno alla taverna. Ancora qualche minuto e calerà sul villaggio come la peste…»

La voce rauca ridacchia, emettendo un flebile fischio.

«Molto bene.»

«Che facciamo con l’imperiale?»

Domanda l’altro.

«Nulla. È un’ottima occasione per sbarazzarsi di Aidan. Lasciamo che se ne occupi l’abominio, mentre noi siamo alla torre. Ne usciremo puliti. Limpidi.»

Maledetti bastardi!

Si sporge al di là della soglia, scrutando avidamente in direzione della stanza, ma non riesce a scorgere i due, parzialmente nascosti dalla porta.

Delicatamente, si tira dietro la maniglia e ripercorre a ritroso la stanza. Giunto alla finestra, si lancia nel vuoto. Atterra a quattro zampe come un gatto, sollevando una nube di polvere. Attraversa in tutta fretta lo spiazzo della chiesa, slega il cavallo e monta in groppa, incitando la giumenta con dei colpetti al garrese.

Dalla piazza che fronteggia la taverna, giungono già le prime grida.

V

«Lasciatemi andare! Rita! Rita!»

Sully si dibatte tra l’uomo col berretto e quello coi baffi, tentando di sottrarsi alla stretta dei due. Riesce a liberare un braccio, afferra l’uomo col berretto per il bavero della camicia e lo scaglia a terra con violenza.

Da dietro i cavalli, spunta il giovane monaco, spada in pugno. Si arresta a pochi passi dal ragazzo, puntandogli l’arma contro, furente.

«Dov’è Rita? Dove hai gettato il corpo di mia sorella? Parla, mostro!»

Scatta in avanti e colpisce di striscio il braccio del ragazzo.

Sully emette un breve grido di terrore, mentre i vivaci colori della calzamaglia si mescolano alla porpora del sangue. D’un tratto l’uomo coi baffi lo assale alle spalle e gli serra un braccio attorno al collo, puntandogli un coltello alla gola.

«Ora stai buono e rispondi alle domande…»

Dragoth piomba sulla piazza come una furia. Smonta in corsa e sfodera la spada.

«Fermi, per Sol! Cosa diavolo state facendo?»

Il biondo si passa una mano tra i capelli, sorridendo nervosamente.

«Logico che i mostri si difendano tra loro, dovevo aspettarmelo.»

«Lasciate andare il ragazzo!»

Esclama il mutante, avvicinandosi cauto ai tre.

L’uomo col berretto si solleva sulle ginocchia con un gemito di dolore. Tenta di sganciare la mazza ferrata dal cinturone, ma viene subito raggiunto da un poderoso calcio in volto. Rotola a terra e un sottile rivolo di sangue gli cola dal naso rotto.

Aidan gli si avventa contro, urlando come un ossesso.

Il mutante para il primo assalto e schiva il secondo. Colpi potenti, sferrati con odio, con vigore, ma resi ciechi dalla rabbia.

Devia un incauto affondo a due mani e il monaco gli scivola affianco. Invoca mentalmente il simbionte e, in una frazione di secondo, lunghi filamenti si arrampicano lungo le dita della mano libera. Col tirapugni improvvisato, sferra un colpo poderoso alla tempia dell’avversario, che barcolla e si accascia goffamente al suolo.

Si volta verso l’uomo coi baffi, mostrando i canini aguzzi.

«In nome dell’Imperatore, ti ordino di lasciar andare il ragazzo!»

Tuona, in un ringhio.

Intimorito, l’uomo farfuglia parole incomprensibili. Per un breve istante, tentenna, allentando la presa quel tanto che basta da consentire a Sully di sferrargli una gomitata alla bocca dello stomaco. Il baffuto si incurva in avanti, annaspando. Il ragazzo alza il pugno al cielo e lo fa ricadere con forza sulla testa dell’uomo.

Ora, i tre giacciono a terra, doloranti. L’uomo col berretto piagnucola sommessamente, così malconcio da non riuscire a rimettersi in piedi. Il baffuto emette flebili rantoli, sospeso sull’orlo dell’incoscienza.

Solo il monaco non demorde. Si tira su, appoggiandosi alla spada. Il volto trasfigurato dall’ira e dalla disperazione.

Dragoth rinfodera la lama, ignorando le occhiate ardenti del giovane, e gli si accosta. 

«Se davvero cerchi la verità, Aidan, allora seguici.»

Chiosa, laconico, fissandolo dritto negli occhi.

Poi afferra il braccio di Sully e lo aiuta a montare a cavallo.

Il monaco arranca verso di loro, tamponando con la mano la tempia livida.

«Come sai il mio nome?»

Grida.

Ma i due sono già lontani, lanciati al galoppo giù per la collina.

VI

Gli ultimi raggi di sole tingono di rosso la boscaglia, errando tra i filari di pioppi ritti sull’attenti. Passo dopo passo, il sentiero si inerpica verso l’alto, sovrapponendosi all’aroma residuo dell’incenso e a quello dell’acqua di colonia.

«Sei sicuro che siano andati di qua?»

Domanda timoroso il ragazzo.

«Per la terza volta, Sully, si! Il patriarca ha detto che sarebbero andati alla torre.»

«E se non fosse questa torre?»

«Se è così, siamo fregati.»

Il ragazzo tace.

Sotto la fitta coltre di rumori, a pochi centimetri dal suo corpo, può sentire il cuore di Sully palpitare all’impazzata, il respiro affannoso, le braccia rigide, avvinte alla sua cintola come gli arti di una statua.

L’angoscia del ragazzo si propaga in lui, come una febbre.
Deve essere questa torre. Deve!

Un urlo trapassa la foresta da parte a parte.

Il ragazzo sussulta sulla sella e gli si stringe alla vita con ancor più forza.

«È Rita!»

Esclama, ergendosi in piedi sulle staffe.

«Zitto, per Sol! Ci scopriranno.»

Il mutante tira le briglie e la giumenta rallenta, trotterellando al lato del sentiero. Si inoltrano nel fitto del bosco, costeggiando la scia odorosa lasciata dai cavalieri.

Dalla cima del pendio, giunge un vociare confuso.

Chiude gli occhi e si immerge nella scia sonora. Ne districa l’intreccio e lo traduce in informazione. Due uomini che imprecano e bestemmiano. L’inconfondibile voce, acuta e implorante, di una bambina.

«Ci siamo.»

Sussurra, appena sopra la spalla.

La sagoma di un edificio di pietra emerge tre le coorti di alberi.

La torre!

Due uomini vestiti di nero, appena visibili alla fioca luce del tramonto, trascinano per le braccia l’ondina, che si agita e strepita in preda al terrore. Alla testa del corteo, una terza figura, sottile e slanciata, coperta, dalla testa ai piedi, da un sinistro saio color pece. Avanza a passo deciso, senza mai voltarsi, strascicando sul fogliame i lembi della veste.

Il patriarca…

Giunto ai piedi della torre, l’uomo dischiude con la mano l’ampia porta di legno e i quattro scompaiono al di là della soglia, fagocitati dal buio.

Dragoth smonta da cavallo e cede le briglie al ragazzo.

«Resta qui e tieniti pronto. Lascia che me ne occupi io.»

Gli dice, lanciandogli uno sguardo che non ammette repliche.

Sully soffoca un gemito di protesta e annuisce debolmente.

Il mutante se li lascia alle spalle e si lancia  su per il pendio. A pochi passi dalla porta, ode il sommesso brusio dell’acqua. Oltrepassata la torre, come se l’edificio segnasse il confino tra la vita e la morte, il colle si arresta di colpo, rovinando in un alto strapiombo.

Scivola rapido al fianco del portone. Estrae la spada e si sporge per sbirciare all’interno. Uno degli uomini armeggia su una lanterna. L’altro, circondato da una maleodorante nube di profumo, tiene l’ondina ben stretta per il polso.

«Cosa ci facciamo qui? Che posto è questo?»

Chiede la bambina ai due aguzzini, senza ricevere risposta.

Sul fondo della stanza, ritto in piedi come se stesse per dir messa, il patriarca si abbassa il cappuccio, rivelando una folta massa di capelli bianchi legati in una coda. Ai suoi piedi, spesse catene, assicurate da un pesante lucchetto, serrano il portello di una botola.

L’uomo estrae dalla tasca una chiave e si acquatta sul pavimento di pietra. Inserisce la chiave nella serratura e la fa girare per tre volte. Con un acuto scatto, il lucchetto si apre e le catene si afflosciano mollemente. Le afferra e le trascina ai lati della botola. Solleva l’antico portello e l’odore della muffa si propaga per la stanza, soffocando quello dell’acqua di colonia. Poi, strisciano dalla cavità, giunge il tanfo della decomposizione, seguito un terzo odore. Un odore enigmatico, imperscrutabile.

Lo sgherro con la lanterna si sporge sulla botola e scruta attentamente all’interno, inclinando la testa a destra e sinistra. La fiamma gli rischiara il volto, teso e aggrottato.

Lentamente, a fatica, il patriarca si risolleva e si volta verso la bambina.

Finalmente, il mutante può scorgerne le fattezze. Occhi come cumuli di cenere, sotto i quali ancora divampa, subdolo e indomito, il residuo di un incendio. La barba curata ed elegante, disposta attorno a labbra sottili e inespressive. Dal collo sottile, scolpita nell’argento più puro, pende la ruota solare, il sigillo di Khor.

L’anziano prelato si rivolge all’uomo che trattiene la bambina, facendogli segno di avvicinarsi, e quello, obbediente, la strattona, tentando di trascinarla verso la botola.

«Presto, presto!»

Sibila rauco il patriarca.

Il mutante ne riconosce subito la voce, la stessa che ha udito nella villa.

L’ondina resiste, punta i piedi e molla allo sgherro un calcio sugli stinchi.

«Ahia, figlia di una…»

Ed ecco la seconda voce, gretta, venata d’arroganza.

Balza nella stanza e vibra un fendente sulla schiena dell’uomo, che si accascia carponi a terra, spillando sangue. Afferra la bambina per una spalla e la spinge dietro di sé, al sicuro.

Il patriarca trasale. Emette un grido strozzato e indietreggia, a un passo dalla botola.

L’uomo con la lanterna sguaina la spada e si scaglia sul mutante.

Dragoth blocca il rozzo assalto e spinge indietro l’avversario. Sferra un mandritto, poi un rovescio. L’uomo abbandona la lanterna, che si schianta al suolo, sprofondandoli nel buio.

Nel tempo di un respiro, le pupille del mutante si dilatano, oscurando l’orbita. L’avversario gli compare davanti, intento a frugare l’aria con la spada.

Scivola lentamente di lato, senza far rumore, e si protende in un affondo. La spada penetra nel fianco dell’avversario.  L’uomo grida e cade riverso sulle schegge di vetro.

«Chi sei?»

Domanda il patriarca, le braccia tese dinanzi al corpo a misera difesa.

«Sono il cane imperiale.»

Lo vede trasalire nella fitta tenebra.

«Cosa intendevate fare alla bambina?»

«Nulla, lo giuro su Khor! Siamo venuti perché ce l’ha detto lei. È stato il mutante, al villaggio, è stato lui a uccidere i bambini, ed è qui che ne ha nascosto i resti.»

L’anziano scuote frenetico le mani e la testa, il volto contratto in un’espressione patetica.

«Non è vero!»

Esclama la bambina, da dietro la schiena del mutante.

Dragoth punta la spada a terra. Avanza di un passo, sfregando la punta della lama sulla nuda pietra. Il patriarca sussulta e indietreggia ancora, fin quasi a finire inghiottito dall’antro.

«Vi ho sentiti parlare, oggi pomeriggio, alla villa. So già tutto. Cosa c’è là sotto? È qui che vi sbarazzate dei corpi?»

«No!»

Esclama il vecchio. Giunge le mani al petto, implorante. Il cuore che batte all’impazzata. Il terrore che cresce, accumulandosi alla superficie del corpo.

«Ti prego. Non qui, non ora. Dobbiamo chiuderla, potrebbe arrivare da un momento all’altro…»

«Cosa stai blaterando, vecchio?»

Ruggisce, per poi bloccarsi di colpo. Il misterioso odore si è fatto più intenso, più vicino, eruttando a zaffate dalla cavità spalancata.

«Cosa diamine c’è là sotto?»

Il patriarca lancia occhiate spaurite alla botola. Afferra il ciondolo che porta al collo e lo stringe nel pugno. Parla, con voce tremante.

«Che Khor mi perdoni, non potevo farci niente, non volevo. È più forte di me. Erano cresciuti troppo, avrebbero parlato. E che ne sarebbe stato della chiesa, dei fedeli? Aidan! Lui sa che non sono un mostro, l’ho cresciuto come un figlio, non gli ho mai torto un capello.»

«Troppo tardi, Alaistar. Un padre non ha il diritto decidere quali figli siano degni di vivere e quali no.»

Proclama una voce alle loro spalle.

Il giovane monaco avanza nell’antro, rischiarandolo alla luce della lanterna. Poggia il lume a fianco dell’uscio e leva la spada contro il vecchio.

«Irina aveva solo dieci anni.»

Dice, scuro in volto.

«Ho sentito tutto. Sono stato uno stupido ma è finita. Ne ho abbastanza della vendetta. Consegnati, Alaistar, e che sia un tribunale a decidere la tua sorte.»

Fa un passo in avanti e la lama balugina nel buio.

«Mi arrendo, mi arrendo. Ma vi prego usciamo da qui, prima che…»

Dieci lunghi vermi neri fanno capolino dall’apertura, artigliando il pavimento. Dalla botola emerge uno scarno ovale colore onice. Un cranio privo di lineamenti, senza né occhi né orecchie, solcato da parte a parte da una grande bocca irta di zanne da squalo. Il torso della creatura si erge come un’ombra alle spalle del patriarca, spinto verso l’alto da gambe esili e oblunghe.

Il mutante sgrana gli occhi.

«Dietro di te!»

Grida, rivolto al vecchio. Ma è troppo tardi, paralizzato dal terrore, il patriarca si irrigidisce, tremando convulsamente.

Aidan si slancia in avanti, con un grido.

«Alaistar!».

Dragoth lo afferra per un braccio.

«Sta fermo!»

Il monaco tenta di divincolarsi, ma il mutante serra la presa e lo trae a sé come fosse un bambino.

Restano a guardare, impotenti, mentre la creatura si curva sul vecchio e lo avvolge con le esili dita spettrali.

Un nome scava nella mente del mutante, imprimendovisi come un marchio.

Nim’Un’Duh.

L’urlo strozzato del patriarca si va a spegnere tra le grottesche fauci del mostro. La testa del vecchio scompare in quella della creatura e il corpo piomba a terra, decapitato. Le fila di zanne si aprono e si chiudono di scatto, facendo riecheggiare per la torre il rumore delle ossa frantumate.

Nim’Un’Duh.

Dragoth lascia andare il giovane monaco. Rammenta la bambina alle sue spalle e si volta a guardarla. L’ondina già serra gli occhi, premendosi con forza le mani sulle orecchie. Poi, la bambina urla, con tutta l’energia che ha in corpo.

Trafelato, Sully compare sulla soglia.

«Rita!»

La afferra e la stringe tra le braccia, soffocandone i singhiozzi sul suo petto.

«Lo so che mi hai detto di non venire ma…»

Gli  ci vuole qualche secondo per accorgersi dell’orrore acquattato nel buio.

«Cos’è quella cosa?»

Domanda, con un filo di voce, la mascella spalancata in un’espressione di muto terrore.

Il mutante si para dinanzi i due, eclissando l’incomprensibile sagoma.

«Portala via, scappate!»

Esclama, voltandosi appena.

Senza farselo ripetere, i due si prendono per mano e fuggono nel bosco.

Restano soli, faccia a faccia con la creatura.

VII

Sazio, l’essere si erge in tutta la sua altezza, fin quasi a sfiorare il soffitto. A ogni suo sibilante respiro, il lezzo della putrefazione si propaga attraverso l’antro.

Procede curvo in avanti, facendo ondeggiare le braccia. Giunto al centro della stanza, protende le dita verso di loro, come un cieco in cerca di appigli.
Dragoth turbina la spada contro la mano ossuta. Il colpo recide due dita. Un fiotto di sangue verde bile schizza sul pavimento.

La creatura emette un soffio acuto, roteando l’altra mano mano come una pala.

Il gigantesco palmo si schianta sul mutante, schiacciandolo alla parete di pietra. L’aria esplode dai polmoni, lasciandolo senza fiato.

Aidan carica il mostro,  puntando al torace rinsecchito, ma le dita della creatura si ripiegano su di lui come rami rinsecchiti, circondandolo.

Il giovane fa una mezza piroetta ed erompe in un rovescio micidiale.

La mano deforme si ritrae con un guizzo di dolore, imbrattando il saio del monaco di liquido verdastro.

Mentre si rimette in piedi, Dragoth scorge il braccio della creatura scattare fulmineo verso il giovane.

«Sinistra!»

Il monaco fa appena in tempo a reagire. Si tuffa a destra e gli artigli del mostro, ritti e rigidi come lance, sprofondano nella spalla del giovane da parte a parte. Con un grugnito, il monaco spalanca gli occhi e crolla in ginocchio nel suo stesso sangue.

A quella vista, il mutante prorompe in un ruggito. Rispondendo alla chiamata, viscosi filamenti si dipanano lungo tutto il suo corpo, intrecciandosi in una scura armatura. Le spire simbiotiche si arrampicano su per la spada, accumulandosi sul filo e sulla punta. Infine, la massa semiliquida gli avvolge il capo e le corna, richiudendosi in un elmo.

Fremente d’ira, impugna lo spadone con entrambe le mani e avanza risoluto al cospetto della creatura, fin quasi a sentirne in faccia il calore del respiro.

L’essere gorgoglia, colto alla sprovvista. Estende gli arti mutilati sopra l’avversario e le dita sottili stormiscono flebilmente, simili a fronde mosse dal vento. Poi le articolazioni si tendono e convergono verso un solo punto, finché gli artigli acuminati non aderiscono gli uni agli altri. Boccioli mortali, pronti a guizzare e squarciare la carne.

Con un sibilo, il braccio della creatura piomba su di lui.

Lo spadone descrive un arco dal basso verso l’alto e la mano, tranciata di netto, vola a terra, in una pozza di bile.

Un fischio rauco e assordante si leva dalle fauci della creatura.

Implacabile, la lama rotea ancora, abbattendosi sulla spalla del mostro. Il braccio si incurva grottescamente, assumendo un angolazione innaturale, per poi ricadere inerte lungo il torace dell’essere.

Accecata dalla furia, la creatura lo assale col moncherino sanguinante.

L’esile arto si infrange sul bracciale dell’armatura, alto come un scudo, affianco al volto del mutante.

Dragoth afferra l’avambraccio del mostro, torcendolo finché l’intera stanza non risuona di uno schiocco secco. Con un gesto rapido e deciso, lo strattona verso di sé. L’essere si inclina in avanti e caracolla al suolo.

Allo stremo delle forze, Aidan si solleva in piedi, sussurrando tra i denti una preghiera.

«Difensore dell’umanità, flagello del male, sii il mio scudo, sii la mia lama…»

Balza sull’essere, che latra e si dimena a terra come un animale ferito, aprendo e richiudendo le potenti mascelle schiumanti di bava.

«Bandisci la notte, possa il sole splendere in eterno..»

La carica si infrange tra le zanne del mostro. Affonda la spada nel palato, facendo ruotare la lama con spietata freddezza.

Nim’Un’Duh freme, come in preda alle convulsioni. Poi, emette un tetro sospiro e si affloscia sul pavimento, privo di vita.

Il monaco punta un piede sulla testa del mostro ed estrae la spada.

«Per Irina, e le altre.»

Dichiara, in un sussurro.

L’armatura del mutante si disfa, ramificandosi in uno sciame di filari. Appagato dal tributo di sangue, il simbionte si ritrae dalla spada e scivola sotto la giubba, tornado a sonnecchiare nel corpo del suo ospite.

Dragoth si accosta al monaco. Strappa un lembo di tessuto dalla propria camicia e inizia ad armeggiare attorno alla ferita del giovane.

L’altro evita di incrociare il suo sguardo. Si limita a fissare un punto sulla parete, sussultando a ogni giro di fasciatura.

«Mi dispiace. Per te, per il ragazzo, per tutti quanti. Se solo me ne fossi accorto anni fa…»

Esordisce dopo un po’, sconsolato.

Non vi è più alcuna fiamma nei suoi occhi. Null’altro che profonde rughe a testimonianza del suo dolore.

«Se te ne fossi accorto anni fa, quella cosa ti avrebbe fatto a pezzi.»

Replica l’altro, seccamente. Assicura il bendaggio con un doppio nodo e si china a raccogliere la lanterna sul bordo dell’uscio. Senza dir nulla, si incammina lungo la ripida scalinata che, dalla botola, si immerge nel nucleo cavo della scogliera.

Il monaco lo segue meccanicamente, la spada abbandonata lungo il fianco.

I gradini si interrompono in un ampio e umido stanzone. Un’antica armeria, un deposito o forse una cantina. L’odore della decomposizione appena mitigato da una brezza lieve ma costante.

Il mutante perlustra la stanza con lo sguardo. Su una delle pareti, quella che dà sulla scogliera, si apre una voragine, circondata da profondi graffi.

Quella cosa ha…ha tentato di uscire da qua.

Pensa, con una stretta al cuore.

Era prigioniero di quella gente. Come tutti gli altri.

Si sporge dal cratere. Dall’altra parte, sotto di lui, la scogliera si tuffa sullo strapiombo vertiginoso. Dal fondo, si leva l’impetuoso ruggito del torrente.

Aidan vaga tra le ossa fatte a pezzi e i brandelli di vestiti. D’un tratto, mentre scavalca cauto un mucchietto di resti, un gemito lo scuote e lo costringe a fermarsi.

Dragoth lo vede chinarsi a setacciare un cumulo di ossa minute, ricoperte da quel che rimane di una vestaglietta celeste, ormai scolorita e semi-decomposta. Un ciondolo fa capolino dall’ammasso, in tutto e per tutto simile a quello del patriarca. Il monaco stringe il monile nel pugno e china la testa, posando la fronte sul metallo impolverato e imbrattato di sangue. L’ombra di una lacrima gli riga il volto.

Finge di non vedere. Si volta e risale le scale.

Al piano di sopra, la luce della luna trapela flebile nella stanza, rischiarando i cadaveri.

VIII

Percorrono a ritroso la mulattiera, in silenzio, conducendo i cavalli per le briglie. Alla testa, il monaco procede ricurvo, come se su di lui pendessero tutti i mali del mondo. Alle sue spalle, gli altri tre, spaventati ed esausti.

Ciascuno covando in sé le proprie ferite, in una muta processione funebre.

Raggiungono la piazza principale, ancora assopita tra lembi di tenue nebbiolina.

Il baffuto e l’uomo col berretto li attendono, malconci, sul bordo del lavatoio.

«Rita, figlia mia!»

Esclama l’oste, affacciandosi dall’uscio della taverna. Corre verso il corteo, a braccia aperte.

Aidan gli sferra un pugno in faccia, facendolo capitombolare a terra.

Furibondo, il monaco si rivolge agli uomini sul lavatoio, richiamandoli con un gesto della mano.

«Portatelo via e sbattetelo in una cella!»

I due accorrono prontamente, sollevano l’oste e lo trascinano via di peso.

«Non è colpa mia, è stato il patriarca, Mi ha obbligato! Abbiate pietà di me! Pietà!»

Le proteste dell’uomo si dissolvono gradualmente nella notte, perdendosi tra le stradine del villaggio.

Aidan si passa una mano sul volto, quasi volesse strapparsi di dosso la rabbia e la stanchezza.

Si volge verso Sully, esitante.

«Innanzitutto, devo chiederti scusa.»

Dice, tendendo la mano aperta.

Il ragazzo la stringe con entrambe le mani, fissandolo negli occhi.

«Scuse accettate.»

Replica, in tono fermo. E, per un attimo, sembra farsi più grande e più alto del monaco.

Poi, il monaco passa alla bambina. Le prende la mano e le consegna il monile d’argento.

«Se non fosse stato per te, Rita, l’anima di Irina non avrebbe mai trovato pace. Grazie. Che questo sacro simbolo possa portare più fortuna a te di quanta ne abbia portata a lei.»

Con un sorriso malinconico, le poggia una mano sulla testa e la benedice tracciando una croce nell’aria.

La luna piena illumina la piazza, avvolgendoli in un’aura sacrale.

Il mutante li raggiunge dal lavatoio, portando con sé l’assonnata giumenta.

Il monaco oltrepassa i due, lo raggiunge e gli si prostra innanzi.

«Khor ti ha inviato tra noi, Dragoth. Non potrò mai dimenticare quello che hai fatto per me e per tutto il villaggio.»

Il mutante si irrigidisce. Lo solleva di peso da terra e lo stringe in un abbraccio.

«Non siamo tutti come quella cosa, Aidan.»

Gli sussurra nell’orecchio.

Il monaco drizza di colpo la schiena, sciogliendo l’abbraccio. Posa entrambe le mani sulle spalle del mutante e annuisce gravemente, lo sguardo contrito, tormentato dal rimorso.

«D’ora in poi…»

Esordisce, solenne.

«Ruteborg sarà amica dei mutanti, nonché alleata dell’Impero nella lotta agli abomini. Figli di Khor e Solariani, come un solo popolo. È il minimo che posso fare.»

Si stringono con forza la mano, a sigla del patto.

Non appena le mani si separano, il mutante si stiracchia, mugghiando rumorosamente, le braccia protese al cielo.

«Sono così stanco che non riuscirei neppure a cenare. Vi affido Contessa…»

Cede le briglie al monaco e si dirige in tutta calma verso la locanda. Passa accanto alla giovane coppia, ancora intenta a scambiarsi promesse e rassicurazioni, in un sommesso ronzio di sussurri e singhiozzi.

«Diamine, Sully, dalle tregua.»

Il ragazzo arrossisce e abbassa la testa, tornando di colpo a sembrare il bambino che è.

Si incammina verso la taverna, allentando con le dita la fibbia del cinturone.

La voce del ragazzo lo raggiunge dalla piazza.

«Dragoth…grazie.»

Risponde con un cenno della mano, senza voltarsi, mentre la cintura di cuoio scivola lungo i fianchi, liberandolo dal peso della spada.

Giunto alla soglia, si gira a guardarli un’ultima volta, abbracciandoli con lo sguardo.

Aidan fa capolino da un granaio, portando con sé un cumulo di fieno. Deposita il carico dinanzi alla cavalla, che lo accoglie con uno sbuffo soddisfatto.

Sully e Rita, seduti sul lavatoio, si scambiano racconti, medicando l’un l’altro le proprie ferite.

Non c’è mai fine alla vita, in qualunque forma essa si dia, sia essa oscura e spregevole, o nobile e innocente. Sopravviveranno agli incubi, e gli incubi sopravviveranno loro.

Una civetta sorvola rapida la piazza, con un urlo agghiacciante.

Ne avverte la gioia, la trepidazione famelica al cospetto della luce lunare. Si chiude la porta alle spalle e percorre le scale che conducono alla sua stanza.

In memoria di H.P. Lovecraft, a quattro giorni dal suo 131simo anniversario di nascita.

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