Fare letteratura, raccontare storie

Qualche giorno fa mi chiedevano: cos’è la letteratura? È come chiedere cosa siano la musica, l’architettura, la pittura, ovvero cosa sia l’arte. Se mi avessero chiesto cos’è la musica avrei risposto che è il risultato di una sapiente combinazione di suoni e strutture al fine di creare o ricreare immagini mentali oppure emozioni. Qualcosa quindi di ben differenziato dallo stile.

Allo stesso modo, la letteratura è il risultato di una sapiente combinazione di suoni e strutture al fine di creare o ricreare immagini, inserendole all’interno di un contesto, ma quest’ultimo è un aspetto secondario.

Le immagini sono le fondamenta dell’edificio letterario. L’immaginario è il minimo comune denominatore dell’arte.

Ma che cos’è, in cosa consiste, perché è così difficile dare una definizione di questo termine, immaginario? Partiamo dal suffisso neutro, -arium, che serve a formare sostantivi denotanti luoghi (ad esempio, nubilarium, tepidarium) o collezioni di testi, regesti, raccolte (ad esempio, herbarium, lapidarium, bestiarium). In generale, il suffisso fa riferimento a un luogo inteso in senso sia letterale sia figurato, a uno spazio, a un contenitore. L’immaginario è quindi un catalogo oppure un magazzino di tutte le immagini che gli animali umani si sono formati a partire dalla propria esperienza e dalla sua elaborazione.

È letteratura, dunque, anche ciò che avviene nell’immaginario, dentro quel magazzino a cui costantemente si ricorre per attingere le immagini, quando si leggono delle parole scritte senza contesto, in quanto è proprio a partire dall’immaginario stesso che ognuno crea il contesto oppure decontestualizza, dato un perimetro all’interno del quale si muovono e interagiscono delle immagini. Dentro quel luogo avviene questa trasformazione (ri/contestualizzare o decontestualizzare), l’interpretazione del testo, attività molto personale che passa attraverso i processi automatici della lettura e della scrittura, ma va oltre ogni automatismo. Per ottenere questo risultato – ovvero, perché si arrivi dall’immagine alla letteratura, o alle altre arti – sono necessarie una tecnica e una sapienza nell’applicarla. È necessario anche uno stile, ma è il penultimo dei problemi. L’ultimo dei problemi è invece la poetica.

È letteratura il risultato di un uso sapiente della tecnica scrittoria che attinga all’immaginario, anche se questo uso è privo di poetica? Se chiedete a me, rispondo di no, non è letteratura, perché per me una tecnica senza una poetica non è arte. Ma cos’è dunque la letteratura?

Senza affrontare una carrellata compilativa delle tante definizioni che sono state offerte nel tempo, va detto che fra le arti è l’unica che genera molta confusione, perché da un lato legata strettamente alla sua fruizione – è arte se non la si può fruire poiché mancano gli strumenti per comprenderla? – e dall’altro lato è vincolata a processi ormai ritenuti automatici. Così non era prima che il tasso di analfabetismo fosse azzerato tramite l’istruzione pubblica, garantendo a tutti l’accesso a prassi che fino a un secolo fa erano riservate esclusivamente a una fascia molto ridotta della popolazione mondiale. Ma la lettura e la scrittura sono oggi alla portata di tutti, non così accade per i linguaggi che costituiscono la base delle altre arti. Nonostante, infatti, chiunque riceva una infarinatura di musica e pittura, non si può affermare che al termine dell’istruzione obbligatoria leggere e scrivere musica o dipingere siano da considerare processi automatici come lo sono la lettura e la scrittura. Questo genera l’equivoco che chiunque domini la sintassi sia in grado di fare letteratura.

Il rapporto fra letteratura e scrittura è a questo stadio evolutivo inscindibile, essendosi persa la pratica del racconto orale. Si pone la questione della differenza fra il saper raccontare storie – attività umana basilare, applicata oggi essenzialmente a pratiche tardo-capitaliste – e fare letteratura. In cosa consiste questa differenza? Difficile rispondere se non diamo prima una risposta adeguata alla domanda da cui parte questa riflessione, ovvero cosa sia la letteratura.

È arte ciò che non produce alcuna identificazione, se non fa cioè immedesimare chi legge? Il processo mentale per cui leggendo (e non guardando) la rappresentazione di un’idea, si diviene una medesima cosa con quella idea, legittima l’opera, la trasferisce nel dominio dell’arte. Ma che accade se l’opera non innesca questo processo, non accende quella miccia, non fa esplodere il significato, cioè non fa conoscere nulla attraverso dei segni? Che arte è quindi se non rappresenta un’immagine di noi, se non parla a chi la legge, e se non emoziona chi la ascolta?

Iniziamo con lo svincolare l’arte dall’emozione. L’arte è innanzitutto un meccanismo per far fronte alla difficoltà di mettere in ordine e quindi disciplinare, addomesticare una realtà ostile e incomprensibile. Questo vale per qualsiasi arte ed è il modo in cui gli umani hanno iniziato a produrre le prime manifestazioni artistiche: mettendo ordine, subordinando, razionalizzando attraverso la rappresentazione. L’emozione ha un ruolo solo nella misura in cui l’uomo tenta di non lasciarsene sopraffare trasformandola in immagine.

La letteratura ha quindi un rapporto con l’emozione? Dovrebbe o non dovrebbe essere emotiva? Se in quanto arte, come le altre arti, ha una funzione di meccanismo per fare fronte alle emozioni, è controproducente, pleonastico e in ultima analisi fallimentare che se ne lasci sopraffare. Ecco perché una letteratura iperbolica è ultimativamente la negazione stessa della letteratura, perché fa il contrario di ciò che l’espressione artistica ha come scopo principale, ovvero esagera invece di ordinare, amplifica invece di comprendere, confonde invece di chiarire.

Detto ciò, non ci sono doveri nell’espressione artistica e così non esistono doveri neppure nella letteratura. È interessante, tuttavia, cercare di capire cosa sia efficace e cosa sia invece inefficace nella rappresentazione letteraria, e soprattutto come e perché fare letteratura e raccontare storie siano a tutti gli effetti due attività radicalmente diverse, puntando la prima a contenere e dominare l’emozione e la seconda ad amplificarla. Solo tenendo bene in mente questa distinzione si può separare la manifestazione artistica dalle pratiche maggioritarie e utilitaristiche tipiche del tardo-capitalismo. Non si tratta quindi banalmente di salvare le storie dal collasso di un sistema, ma di mantenere viva l’attività principale dell’animale umano, cioè mettere ordine nelle emozioni rappresentandole attraverso immagini, costruire, ampliare e perfezionare quel magazzino che chiamiamo immaginario.

Cosa accade, infatti, se ci si trova a un certo stadio evolutivo in presenza di emozioni nuove? Cosa accade se, ad esempio, la paura dell’ignoto, emozione antica quanto l’uomo, diviene paura per ciò che è noto, che si sa con certezza che accadrà, anzi che sta per accadere, ma non vi sono strumenti per impedire che accada? Come si domina, ordina, come si riduce a sistema un’emozione simile, del tutto inedita? Quale efficacia può avere il ricorrere al processo di identificazione, e se questa efficacia è minima, si può ancora affermare che è letteratura qualsiasi rappresentazione che inneschi un processo di immedesimazione attraverso un uso sapiente del mezzo linguistico?

Per tornare quindi al nostro quesito, cioè cosa sia la letteratura, si può rispondere – ma naturalmente questa è una risposta fra le tante già offerte e a venire – che è una espressione artistica e in quanto tale si avvale delle tecniche che le sono proprie (il preciso significato delle parole, il dominio della sintassi, la sensibilità verso il suono, la capacità di esprimere una idea di mondo), ma a questa definizione basilare si può aggiungere che proprio perché è un’arte produce un effetto in chi la fruisce.

La questione dell’effetto è più importante di quanto si pensi. Quale effetto produce l’espressione artistica che chiamiamo letteratura, e soprattutto: ci importa dell’effetto che produce?

Questo interrogativo non ha a che fare direttamente con l’espressione in sé, in quanto io umano posso decidere di mettere a frutto tecniche che dòmino senza pormi il problema di come e quanto il risultato che ottengo dalla mia attività artistica influenzi il mondo che mi circonda, l’uguale a me quanto l’altro da me. Posso decidere che la mia espressione sia funzionale solo al mio stare al mondo e che se essa influenza il mondo, ciò non mi riguardi. È possibile, è accaduto, sta accadendo, accadrà di certo ancora.

Quindi nel tentare di capire cosa sia la letteratura c’è un’altra domanda, molto più subdola, alla quale ci si trova a dover rispondere, ed è: a cosa serve la letteratura?

Escludiamo – ma possiamo escluderlo, vista l’origine stessa dell’espressione artistica? – che tutta l’espressione artistica “serva” a qualcosa. Posso mettere a frutto il mio dominio di una tecnica per puro piacere, ma una volta terminato il piacere, posso davvero essere sicura che il mondo non attribuisca dei significati a ciò che io ho espresso assecondando una mia ispirazione? E che succede se il mondo attribuisce un significato diverso dalla mia intenzione, influenzandone e modificandone l’esito, distorcendo quindi ciò che avevo in mente quando ho iniziato?

Quanto margine si decide di lasciare all’interpretazione, e quanto invece è più funzionale a un esito positivo della mia espressione artistica se io guido, se do una forma al suo significato? Ecco cos’è la poetica, cioè l’ultimo dei problemi di cui si diceva sopra.

Per identificare una espressione letteraria completa, che comprenda quindi la forma ma anche un significato non ambiguo, è necessario contemplare il risultato della migliore combinazione di tecnica e poetica. Una riflessione piuttosto vecchia, a dire il vero, eppure proprio in questa fase in cui l’arte è ridotta a merce, sempre più difficile da articolare, per così dire, more geometrico.

*Ringrazio Luca Giudici e Laura Liberale per avere letto e commentato per primi questi appunti.

Claudia Boscolo

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