Nel labirinto dell’Antropocene

Stiamo percorrendo il passaggio liminale da un’era a un’altra – piaccia o no, è questa la scala dei cambiamenti che viviamo e ci aspettano. Non sarà una trasformazione lineare e indolore, da qualsiasi punto la si guardi. Con quali strumenti decodifichiamo qualcosa che ha fattezze iperdimensionali intrise di anomalie? Come facciamo funzionare un cervello neolitico in un corpo-mondo antropocenico, in tempi di crisi? Come ne usciamo da primati Sapiens anziché da primati e basta?

Alcuni autori hanno il dono di saper maneggiare con chiarezza e propositività questioni enormemente complesse. Tra questi Matteo Meschiari, antropologo e geografo: vale a dire un conoscitore dell’umano collocato nello spazio terrestre e nella sua lunga parabola di specie. Da capace narratore, con Geografie del Collasso (ultimo nato per Piano B), dà un’altra zampata lucida e scorrevole a temi spinosi [1]. E, da buon eretico, ne fa istruzioni di militanza.

Ecco, militanza, sì, in tutte le forme che possiamo immaginare. Questa è sempre la postura da cui parto per assimilare un testo e parlarne, giacché se la cultura non produce azione attualizzata è onanismo narrativo, così come l’azione senza cultura attualizzata è onanismo militante. Ed è lo stesso Meschiari a mettere in guardia dalle derive narrative che si stanno producendo (negazionismo, anticapitalismo nichilista, approssimazioni sciamaniche e distopie varie). Quindi so di cosa ho bisogno adesso come membro di una specie in transito, allenata al pensiero e destinata a sperimentare dinamiche di collasso in un modo che va verso l’irriconoscibilità. Ma anche come architetta critica e come attivista situata, perché non si dà azione sensata se non si ri-definiscono i connotati di un reale che ci si sta sgretolando sotto i polpastrelli. “Si preferiscono usare molte metafore, oggi, ma la parola ‘collasso’ dovrebbe essere ripetuta come un mantra” (p. 20).

Servono nuove coordinate – e il libro ne contiene molte più di quelle che dichiara nel sottotitolo – perché queste traversate sono inevitabilmente dei deserti dove la maggior parte dei riferimenti (culturali, di pratiche, di analisi, di ricette) si dissolvono in miraggi, effetti ottici inutilizzabili. Oppure sono “labirinti a più dimensioni le cui pareti sono membrane vive nello stomaco di un mostro tentacolare e pulsante” (p. 25) che non sappiamo riconoscere, persi tra dialettica e cronaca distratta. Di certo, prima ce ne rendiamo conto, più probabilità abbiamo di “saltare la faglia” del reale, magari ammaccati ma vivi: “[…] siamo circondati da narrazioni tossiche (il nemico, la malattia, l’invasione, la sicurezza…) e per quanto se ne possa pensare, le narrazioni oscure vanno combattute non con statistiche, ragionamenti, analisi, debunking e pubblicità progresso, ma con narrazioni e cosmonarrazioni alternative. Ma, come sempre, prima di Kosmos c’è Kaos, e il caos del nostro tempo è non vedere il caos” (p. 47).

Il volume si snoda in nove parole-chiave: nove segnavia dove soffermarsi a leggere chi e dove siamo e in che modo ci siamo arrivati come civiltà. Nove specole da cui osservare il grande flusso antropocenico che sta investendo i sistemi terrestri, ecologici ma anche cognitivi, socio-economici ma anche politici. A cosa serve osservare? A “sintonizzarsi sul presente cercando paradigmi percettivi diversi e inventando esercizi cognitivi nuovi, per guardare nella nebbia che viene” (p. 12). Qualcuno, dal Chiapas, ci sollecitava a fare proprio questo: salire sulla ceiba, l’albero cosmico, e farci sentinelle delle tempeste in arrivo.

Collasso, Catastrofe, Cosmologia, Stupidità, Complessità, Trauma, Sopravvivenza, Immaginazione, Cultura [2]. Categorie attualissime e scomode affrontate come nodi di una cartografia cognitiva/immaginativa, che fa avanti e indietro tra preistoria e contemporaneità, tra accademia e culture indigene, tra neuroscienze e fiction. Ne esce una mappatura – graffiata da illustrazioni-rebus dello stesso autore – capace di far convivere uno sguardo nudo sulla realtà e l’ottimismo di specie; un’analisi impietosa (dei nostri bias, modelli, comportamenti) e una poetica della fiducia; lo smascheramento delle nostre comfort zone dissimulate e stimoli concreti per pratiche prosociali.

Ciascun capitolo si apre come un delta e meriterebbe un racconto a sé. C’è però un tema che, dalla mia lettura del testo, è il vero ordito su cui l’autore intesse i capitoli. Una questione che trovo cruciale: se l’Antropocene è un ignoto labirinto, il filo di Arianna inizia con Kronos; in altre parole, se l’immaginazione (e le sue forme narrative) è il principale tool sviluppato dalla nostra specie per sopravvivere producendo cultura, l’orizzonte da recuperare è il Tempo (e le sue declinazioni nel reale).

“Il presente non va visto come una conseguenza del passato ma come un attacco da parte del futuro” (p. 79).

Il problema del Tempo permea tutto il testo. Del resto, lo dice già il titolo: Geografie. È infatti il movimento dentro le dimensioni spaziali a ‘creare’ il tempo e non esiste tempo senza geografia. Lo dice la lettera di apertura indirizzata ai figli, Lucia e Claudio, che erediteranno quel che sarà il 2060. Lo dice il capitolo Cultura, attraversando i gangli coevolutivi della nostra specie assieme ai cani. Lo dice Mondo Nuovo, a chiusura del libro, evocando la lettura di Moby Dick nel 2150 dopo l’estinzione dei capodogli. Ma il Tempo diventa coprotagonista nel capitolo che più mi ha colpito, Trauma.

“Che cos’è una crisi se non un crollo della percezione? E nel crollo del XXI secolo cos’è che sta crollando se non l’idea di Tempo? Un pianeta destinato al multi-collasso è un pianeta sottratto al delirio di onnipotenza demiurgica dell’uomo, il che certamente è un bene, ma è anche un mondo in cui l’individuo non vede più il futuro, e di conseguenza anche le sue visioni del presente e del passato diventano più offuscate” (p. 78).

Nell’Antropocene – termine usato da Meschiari sia come ipostasi della contemporaneità che come dispositivo multifocale per maneggiarne la complessità – la dimensione temporale è esplosa in parossismo: persa la linearità, restano turbolenze, stalli e grumi. Tutto viaggia su tempi diversi e collidenti. Dall’accelerazione dei fenomeni climatici globali all’immobilismo da shock pandemico, dall’escapismo survivalista delle ecofortezze ai mulinelli intellettuali dell’editoria da talk show. Il tempo è in caos perché sono in caos le eco-geografie e le mappe cognitive. “[…] tutto il problema dell’Antropocene è un problema di tempo: tempo che manca, tempo che resta, tempo che si frantuma, tempo rubato, tempo che giace in un dopo fuori dalla nostra portata […] E la prima cosa che possiamo notare è che oggi siamo ossessionati dal tempo lineare, così come, di conseguenza, siamo incapaci di gestire narrazioni temporali complesse” (p. 76).

Ora, ragionare sul Tempo non è solo materia per filosofi e fisici, né equilibrismo da salottieri annoiati: è roba militante, è roba di tutti. Sul Tempo il capitalismo gioca la sua miglior partita, dettando ritmo e agende, produzione e consumi, politiche e cronaca. Oggi questa categoria dell’esistere è tanto più politica quanto maggiore è l’accelerazione impressa dal neoliberismo alle nostre vite, all’erosione di risorse e ai danni planetari che ne conseguono. Tanto più cogente nel nostro continuo sperimentare stati di eccezione, nel perenne presentismo dell’emergenza storica. Riacquistare la capacità di maneggiarlo, di ri-pensarlo, dai molti spigoli in cui ci si presenta, in affinità e risonanza con le nostre strutture antropologiche profonde, è una delle cose più sensate da fare: “Riallenarsi a immaginare il futuro, magari reimmaginando il passato, potrebbe aiutare a sbloccarci” (p. 47).

Torniamo per un momento in Chiapas: quando si racimolano persone in clandestinità per dieci anni, quando poi si costruisce autonomia per altri venti, si autogestiscono scuole e case di salute, mentre si resiste agli attacchi paramilitari, mentre si recuperano le proprie radici cosmologiche, dentro a che Tempo si è? Ecco, altrove il Tempo lo si pensa e lo si pratica come responsabilità sociale intergenerazionale, interspecifica e politica, perché se il territorio fisico è la ‘geografia’, quello dell’azione umana è il ‘calendario’. O, per dirla con Meschiari, “occorre inserire nella riflessione sul ‘che cosa fare?’ un’oscillazione temporale in bilico tra anacronismo e inattualità, uno sguardo da sopra la spalla verso il proprio presente come se fosse già finito, uno spietato no alla cronaca” (p. 120).

La comparsa di Covid-19, “il primo grande trauma collettivo [planetario] dell’Antropocene” (p. 13), è stato un catalizzatore di patologie (ecologiche, sociali, economiche, politiche) che ci trasciniamo avanti da decenni. Ma, nella sua tragicità, ci ha anche fatto sperimentare la sospensione, la disarticolazione, il singhiozzo, il ritrovamento, la compressione e la dilatazione, l’uso alternativo del tempo. Per la maggior parte degli umani, questo tempo ignoto che porta in sé l’incerto, è stato destabilizzante, per altri una risorsa. Per pochi un fattore di comprensione del mondo. E quasi nessuno, almeno in Italia, si sta occupando in chiave collettiva del Trauma che si è inscritto nella nostra epigenetica; tantomeno della categoria del Tempo su cui ridefinire una cosmogonia generativa di immaginario, riassestare le nostre pratiche e rinfocolare la vis necessaria a superare la soglia.

Il lavoro di Meschiari è una sveglia di consapevolezza, ma soprattutto una proposta di ricomposizione della nostra antropologia, un invito all’ottimismo della volontà e della ragione; una sollecitazione all’azione appropriata e collettiva. L’attitudine alla cura ecologica, d’altra parte, deve includere ogni aspetto della nostra umanità e passare per una rigenerazione cognitiva e tempografica decolonizzante, disintossicante. Infatti, “non si tratta solo di gestire il rischio, l’emergenza, la catastrofe nelle loro declinazioni materiali, ma bisogna fronteggiare il trauma, perché sono i crolli interiori la vera entropia che genera il collasso di un’epoca” (p.75).

[1] Geografie del collasso. L’Antropocene in 9 parole chiave, 2021, Piano B Edizioni. Segue il filone dei precedenti La grande estinzione. Immaginare ai tempo del collasso (2019) e Antropocene fantastico. Scrivere un altro mondo (2020), entrambi editi da Armillaria. Matteo Meschiari è antropologo, geografo e scrittore. È professore associato all’Università di Palermo. Si occupa di preistoria, paesaggio, letteratura e dinamiche culturali dell’Antropocene.

Rebecca Rovoletto

[2] Un estratto è disponibile qui: https://lalinealaterale.com/2021/10/01/lantropocene-secondo-matteo-meschiari-un-estratto-da-geografie-del-collasso/

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