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Ecco il nostro eroe.

Tornando a casa dopo una cruenta battaglia quotidiana, attraversa la foschia lungo un sentiero che nessuno si prende cura di riparare perché signora mia non ci sono più gli operai di un tempo. È l’eroe, quindi è un maschio bianco etero di mezza età, dovrebbe essere biondo ma non lo è, wrong tradition. Questa sensazione di essere circondato, osservato, la solitudine, non vogliono proprio andare via per un caso, un errore del pensiero, dimentica di essere maggioranza perché no, il nostro eroe è un intellettuale, sente di esserlo quindi non ha mai fatto parte di un gruppo numeroso e non ha davvero mai subito lo stress di trovarsi insieme a veri estranei, non è cresciuto in un paese monoetnico che fondamentalmente lo è ancora; eppure ha, quando serve, schiere di altri eroi simili, a difendere lui ma anche il mondo aka lo status quo. È sempre stato tra i pochi anche se questa notizia non è mai stata chiara, piuttosto è un rumore di fondo, un fischio da esplosione che è in realtà la perdita della capacità di sentire quella frequenza, ha la sua lingua speciale che è quella giusta, la chiama naturale o qualcosa di simile, pensa di essere spirito affine a certi, indistinguibili, solidi personaggi del passato. Non ha racconti di guerra ma la sua mente è popolata di nobili e anziani cavalieri disarcionati, vilipesi, non meritavano di finire nel fango, di esservi lì trascinati per un singolo errore. Non lo sa ma forse sente di essere affine ai bisnipoti dei coloni olandesi in Sudafrica. Non ha un Banquo accanto mentre cammina che questi sono tempi confusi, cornacchie banchettano su eserciti sconfitti immaginari, il futuro incombe, il passato diventa sempre più bello e così, proseguendo e invecchiando ecco apparire in fronte all’eroe tre parole fatali e le streghe che le pronunciano. E queste streghe hanno tre volte mille volti ma quello che più volte sembra tornare è quello della Murgia. Le streghe non esistono dicono gli eroi ma alle tre parole una qualche magia si compie, forse convincendo streghe che allora la magia della parola esiste. Tre parole: Queer, Patriarcato, Uguaglianza. Poco triggera l’eroe intellettuale quanto questi incantesimi.

Ahi ahi, povero eroe, povera eroina raccontaci, ancora, come ti senti. Conferma con il tuo racconto dei sentimenti che certe robe di cui parlano da un pezzo i berkeleyani esistono davvero. Perché qui bramavamo sapere, vedere in azione un carico di bias cognitivi, che il privilegio bianco esiste e lotta insieme a voi e non una roba che si trova scritta sul The Atlantic, che abbiamo davvero bisogno di post-colonial studies qui in questa landa e non di supercazzole travestite da arguti esercizi intellettuali. Volevamo la conferma da voi, eroi ed eroine, che il collasso cognitivo è davvero in corso e per trovare conferme a certe teorie che no, non è il solito shock da catastrofe, ma qualcos’altro.

Qui, in montagna, abbiamo paura, noi paurosi, di essere contagiati dai virus narrativi social e ci si tiene lontani dal flusso della cronaca culturale. Ora, con l’Antropocene manifesto, magliettina e zanzare in Lombardia e trombe d’aria e allerte meteo continue in Sicilia, guardiamo preoccupati uniformitaristi ingenui e sciocchi gradualisti scrivere e sproloquiare; qua, da queste parti è sempre stato chiaro che espressioni come “politicamente corretto” e cancel culture fossero maldestri controincantesimi della propaganda di destra, che la culture war non esiste eppure, magia per niente esoterica, lancia bottiglie da auto in corsa e pesta a sangue. Ogni tanto, quando giù a valle c’è fumo, folla e rumore, è bene fare una ricognizione e via.

Abbiamo letto questo articolo. Ci è sembrato equilibrato, completo, per nulla timido. Sembra il Guardian. Abbiamo letto con attenzione il contenuto informativo, seguito il dibattito, ma anche ghignato: c’è del sano, vero sarcasmo. Sì, si può fare sarcasmo, nostri eroi, anche se si hanno le tette. Abbiamo cercato, una buona ricognizione è a medio raggio, anche certi nomi indicati. Ci sono esseri bizzarri che daranno grandi soddisfazioni anche con la Co2 a 500 ppm.

L’articolo di Boscolo però si conclude così, con un’immagine, una scena, qualcosa del futuro: Fra qualche anno saremo in fila per l’acqua potabile, ma ancora oggi in questo paese c’è chi trova opportuno mantenere intatte differenze di censo, di genere, di etnia, cosicché in quella fila c’è chi avrà la precedenza e chi resterà ultimo. La differenza è che nel frattempo c’è chi ha costruito comunità, chi ha saputo guardare agli slittamenti essenziali di quest’epoca, che sono semantici quanto economici, e su questi ha voluto edificare un orizzonte di lotta, mentre altri difendevano il fortino. Ma arriva un momento in cui i fortini diventano un peso per tutti. Se su altri temi dell’articolo boscoliano il nostro carico informativo è forse carente, qui è tutto chiaro: l’Antropocene è una macchina del tempo, quel tempo è già scaduto, bisogna affrontare adesso, tentare, ora, di ridurre la sofferenza umana. Una fila per l’acqua può funzionare solo se fatta da cittadini (adesso, siamo quasi sempre utenti), uno status sotto attacco da decenni, in cui diritti formali e reali sono davvero uguali per tutti. È lo stesso identico motivo per cui l’escapismo viene dichiarato fuorilegge ne il Problema dei Tre corpi di Cixin Liu. La lotta per l’uguaglianza può essere imperfetta, esperimenti possono fallire ma è teoria dei giochi preparare, tentare, per l’uguaglianza reale prima di mettersi in fila. Poi, come si deve, perché tutto questo casino, l’orda di scrittorini triggerati, il fumo della protesta social, abbiamo letto la risposta all’articolo di Boscolo.

Qui capiamo meno, ci sono i kulaki, Marx, liste di meriti. È tutto più semplice anche se si capisce meno o niente. Manca la progressione dell’argomento, lo svolgimento della tesi. Strano, chi scrive adesso, tornati al rifugio, sono maschi bianchi cisgender. C’è Dave Chappelle ma nessuna discussione su un qualche gender realism, una piramide dell’oppressione che esce dalle statistiche e diventa una fiction risibile. C’è una tragedia e un grave rischio, non è quella dei Commons, alla fine dell’articolo di Vitiello ovvero che gli passi la voglia, in un downgrade di un protagonista di Houllebecq: “In quanto maschio bianco etero cis non disabile do quasi per scontato che non mi sarà permesso ironizzare su nessuno, a meno che il bersaglio non sia un maschio bianco etero cis non disabile miliardario. Ma anche nei rari casi in cui concluderò che mi è consentito ridere, credetemi, me ne sarà passata la voglia.” Sembra ci sia un grave rischio ma la sliding door tra quotidiani di diversa “estrazione” sembra funzionare benissimo.

Che non si possa più dire niente signora mia, un vero rant, deve essere un altro prodotto della mente distopica: le femministe vogliono togliervi il diritto di essere creativi, di parlare, di esternare il vostro pensiero. Riunite in un politburo stanno organizzando la rivoluzione e toglieranno il diritto di dire e scrivere fregnacce ai nostri eroi. I nostri eroi sono intellettuali ma l’immagine fantasmatica che torna è quella dello zio macchietta che, una volta l’anno, con l’occasione della tavola e del vino, la spara grossa ed ecco, il silenzio, così, senza strutture culturali o citazioni alla buona che si impilano per sembrare monumenti. Questa storia l’abbiamo già sentita, a ripetizione, da colti o meno, da scrittori sollevati dal lavoro manuale e commentatori compulsivi sui social con un bel nickname esotico.

È stata una ricognizione stancante, speriamo che la memoria chimica del cervello acceleri i processi di eliminazione e stoccaggio delle informazioni irrilevanti. Detto questo anche a noi, qui, piacciono i film. Uno adeguato adesso è Pontypool (Canada, 2008). Una sequenza di parole sovraccarica la mente umana, la manda in crash come un software. La popolazione impazzisce, atti di autolesionismo compulsivo come dare testate su un vetro rinforzato non si contano, gli hackerati dismettono ogni pudore e ogni senso di autopreservazione. Diventano zombi che recitano sempre la stessa, prima infantile poi sempre più macabra, cantilena. Fine della fiction. Si provi a dire Shwa, sillabe magiche, un esperimento-invito che non attenta ad alcun diritto e non impone doveri, ed ecco che l’epidemia si scatena, lo sbrocco impazza, gli schieramenti opposti si confondono, gente assennata sbatte la testa sulla barra dei feed, gli schieramenti non esistono, status culturali sono devastati dall’inflazione, migliaia di battute per un commento a un post, estranei spersonalizzano, applausi in Parlamento, la mente distopica vede pericoli ovunque tranne i soliti protocolli del disaster capitalism, 414,78 ppm di Co2. Va tutto bene.

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