Città liquida

Di lì a poco il caldo sarebbe diventato insopportabile, il sole stava per alzarsi dietro i ruderi degli edifici affacciati sul porto, ormai quasi del tutto sommersi dal mare. Un intricato labirinto di radici e rizomi aveva preso possesso delle fondamenta di cemento trasformando quel che restava del litorale di Palermo in una palude tropicale, abitata da specie mai viste prima.

Le mangrovie giganti crescevano a dismisura a causa della radioattività elevata, si aggrappavano ai ruderi dei palazzi e si arrampicavano verso l’alto. Sembrava volessero divorare tutto e coprire col loro fogliame i resti di una città ormai quasi del tutto sommersa.

La forza impietosa dei raggi del mattino sembrava crivellare il fogliame. Giallo contro verde. Erano solo le otto e già il termometro segnava 47 gradi, a mezzogiorno le acque si sarebbero trasformate, come ogni giorno, in un ribollire di fuoco dai riflessi ramati.

Giulia era uscita per un attimo dall’osservatorio, una semisfera in vetro tappezzata di pannelli a isolamento termico che trasformavano la violenza delle radiazioni solari in energia, la stessa che alimentava, fra le altre cose, l’impianto di climatizzazione e aerazione. Somigliava più a un’installazione bizzarra che a un luogo di lavoro. Appoggiata al balcone osservava il mare che, una ventina di metri più in basso si insinuava nei primi piani dei palazzi trascinando con sé rifiuti e fogliame. Più che acqua a vederla dall’alto, pareva un’enorme discarica.

Il livello dei mari si era alzato di dodici metri negli ultimi trent’anni e la forma triangolare della Sicilia si era trasformata in una sorta di goccia bislunga dagli spigoli smussati. L’acqua l’aveva cinta, strozzata e arrotondata. Il profilo dell’intera isola era ormai irriconoscibile.

Giulia amava quel momento della giornata, la laguna sotto i primi raggi del sole era di una strana, malinconica bellezza, quel che rimaneva della città di Palermo si rifletteva nelle acque bluastre, come se due mondi diversi, quello reale e quello riflesso, si avvicinassero fondendosi.

«Buongiorno Giulia, hai dormito bene?», la voce familiare alle sue spalle, le strappa un sorriso.

«Buongiorno Roberto, abbastanza, tu?», chiede, senza voltarsi.

«Forse è meglio se rientri, la tua pelle potrebbe risentire delle radiazioni, anche se so che sei prudente e ti schermi con l’unguento, non sappiamo ancora che effetti abbia l’aria sui nostri organi respiratori e sulle mucose, mi sembra imprudente uscire senza maschera».

Giulia guarda mesta l’uomo e gli scivola accanto sfiorandolo, entra nell’osservatorio e va subito nella doccia disinfettante, un particolare tipo di doccia che vaporizza un presidio medico sperimentale contro virus e batteri.

I capelli li deve rasare una volta a settimana, il protocollo prevede la depilazione totale sia per le donne che per gli uomini.

Roberto e Giulia lavorano insieme da due anni, da due anni condividono gli spazi dentro la cupola, solo le stanze da letto e i rispettivi bagni sono distanti fra loro.

Sanno di essere loro stessi due cavie, si vuole testare la capacità di sopravvivenza dell’uomo alle latitudini più critiche, quelle dove la temperatura raggiunge ormai i 55 gradi nelle ore più calde e dove la concentrazione di ozono è tale da non permettere la respirazione senza maschera per più di quindici minuti al giorno.

L’avvistamento di nuove specie animali era all’ordine del giorno e Giulia si limitava ormai a fotografare le strane creature, quando riusciva, e a inviare i rapporti al centro elaborazione dati, anche se in cuor suo dubitava che qualcuno si sarebbe preso la briga di catalogarle. Erano per lo più anfibi e rettili, che si aggiravano lenti fra le enormi propaggini delle piante acquatiche.

Le rilevazioni dei dati erano diventate per i due, un lavoro di routine monotono e senza senso, ma quel lavoro era ben pagato.

Il giorno della partenza si avvicinava. Ogni sei mesi un elicottero dell’esercito prelevava lei e Roberto di notte per portarli in Sede, dove venivano sottoposti a una serie di esami e visite mediche.

I peggiori erano i colloqui con gli psicologi che di volta in volta valutavano gli effetti dell’isolamento e della mancanza di rapporti sociali e contatti col mondo esterno.

Giulia non aveva nessuno da chiamare. I corpi di quel che rimaneva della sua famiglia se li era presi il mare nel primo di una serie di tsunami che si erano abbattuti sulla costa. Onde anomale alte quanto i palazzi avevano afferrato e risucchiato decine di persone, colte di sorpresa nel sonno. Si era salvata solo lei perché era fuori città a un convegno.

Aveva accettato tutto, le telecamere ovunque, il taglio dei capelli, le analisi e il fatto che il suo corpo sarebbe divenuto un oggetto di studio, un esperimento vivente. Tutto il dolore, i ricordi, i pensieri, li aveva raccolti in un punto al centro del petto, l’unica parte ancora viva di lei, il resto aveva subito il processo inconscio del freezing. Si era involontariamente congelata per non sentire nulla. Aveva conservato solo quel nucleo pulsante, microscopico, un embrione destinato a non crescere, incistato fra le costole, in un luogo dove non c’era spazio per altro.

«Dovremmo mandare gli ultimi report, Giulia, si deve fare il back up dei dati della stazione meteo e sistemare il censimento degli ultimi avvistamenti, ho visto che ancora non li hai trasferiti nella cartella condivisa. Delle analisi di aria e acqua mi sono già occupato io, ho quasi finito».

Giulia annuisce, mette ordine nei suoi file ma la testa è altrove. Si è accorta, osservando alcuni dati, che uno strano fenomeno avviene periodicamente, sembrerebbe una sorta di tempesta solare, un fascio circoscritto di una potenza inimmaginabile colpisce una zona precisa e la riduce in cenere in pochi secondi. Dalla torretta di avvistamento ha notato queste chiazze grigie fra le rovine dei palazzi e i sensori hanno registrato un picco di energia tale da far impennare i valori.

«Roberto c’è una cosa di cui ti devo parlare, ho registrato un fenomeno inspiegabile, guarda qui», dice porgendo le tabelle stampate.

L’uomo esamina i dati e le fotografie, non si azzarda a dirlo ma sembrerebbe una tempesta elettromagnetica ad alta intensità concentrata in un unico raggio devastante, una sorta di laser.

«Però non abbiamo dati a sufficienza per capire se colpisce a random o se segue una traiettoria, io ho individuato solo tre zone grigie fino a ora e tutte qui vicino», dice Giulia indicando tre punti su una piantina.

Roberto, assorto, osserva la disposizione di queste macchie di nulla, «Giulia, pensi che dovremmo avvisare subito la Base operativa?», chiede.

«Hanno i dati, ci sono telecamere che ci controllano 24 ore su 24, pensi che se a qualcuno interessasse già non ci avrebbero contattati? Il fatto è che il nostro lavoro qui è un pretesto, le loro cavie siamo noi, non quello che succede qui fuori».

Roberto la guarda, le sfiora la mano, sanno entrambi di non potersi toccare, hanno firmato una clausola sul loro contratto, non è concessa nessuna intimità agli occupanti dell’Osservatorio, Marco non ce l’aveva fatta, dopo qualche mese se n’era andato, diceva che gli sembrava di impazzire senza una donna da abbracciare, annusare, senza fare sesso per giorni e giorni.

Roberto potenzia la schermatura della cupola, imposta il termostato in modo che la temperatura non superi i 25 gradi, il sole si è alzato e sembra un enorme disco pulsante, circondato da un alone bluastro. Nessuna nuvola all’orizzonte, non se ne vedono da giorni. La temperatura esterna ha raggiunto i 53 gradi centigradi.

In quel momento del giorno un’immobilità feroce cala su tutto, sembra che il caldo paralizzi tutto. Si deve attendere l’imbrunire per scorgere qualche movimento, una leggera brezza che accarezzi le foglie, un serpente acquatico che scivoli fuori dalla sua tana buia per procacciarsi del cibo.

Il tramonto era divenuto il momento del risveglio delle zanzare giganti che infestavano la laguna, dei predatori affamati. Solo dopo le 21 Giulia e Roberto abbassavano gli schermi che sovrastavano la cupola e si concedevano di guardare il cielo costellato di puntini luminosi.

Potrebbe arrivare un’altra onda anomala o quel fascio devastante, di noi non rimarrebbe nulla», dice Roberto, spezzando il silenzio.

«Non credo che saremo così fortunati» risponde sardonica Giulia, questo schifo ce lo dovremo sorbire ancora per un bel po’.

I monitor accesi emanano una luce azzurrina e i bip delle apparecchiature erano divenuti ormai un suono familiare.

«Non parli mai di te», sussurra l’uomo passandole accanto mentre si alza dalla sedia.

«Buonanotte Roberto» risponde Giulia, gelandolo con lo sguardo e si avvia verso la sua stanza con un bicchiere di thè freddo in mano. Il tintinnare dei cubetti di ghiaccio contro il vetro accompagna la sua camminata lenta.

In lontananza, nella notte, un raggio incenerisce quel che rimaneva dell’antica Cattedrale.

Giulia, quella notte sogna di nuotare al largo in un mare pulito come quello che aveva visto in alcuni vecchi filmati di sua nonna. Sogna di avere ancora i capelli. I sogni sono l’unica cosa che nessuno può spiare né incenerire.

Francesca Maccani

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