Se un dopo c’è, lo dobbiamo pur cantare

FERMATE LA PRODUZIONE! – DIARIO DI UN ARBORICOLO, di Giovanni Peli

Un attivista esce dal carcere dopo tanti anni. Lottava perché si fermasse la produzione, voleva sabotare le fabbriche, per il cambiamento del mondo e del nostro stile di vita. Attento a ciò che desideri, perché si potrebbe avverare. Terminato il suo periodo di detenzione, scopre infatti che la produzione s’è quasi fermata, e punta forse a divenire ancora più esigua. Il mondo è cambiato, come no. Ora quasi tutti sono connessi H24, chiusi in casa e nutriti col sondino. La vita, il gioco, il lavoro, tutto si svolge in una realtà virtuale che pare il tentativo riuscito dopo una lunga serie di aborti stile Second Life. Applica la giusta pressione, e potresti scatenare il meccanismo evolutivo. Se di evoluzione si può parlare. Il protagonista, tuttavia, in virtù del suo status ha la facoltà di disconnettersi qualche ora al giorno ed esplorare l’ambiente circostante.

L’ambiente s’è ripreso la città. La vegetazione cresce lussureggiante in un bosco odoroso, ricco di animali mai visti, la terra ricca d’insetti e gli edifici in uno stato di degrado progressivo. Gli esseri umani che insieme a lui popolano questo nuovo ambiente tornato a percorrere la vecchia strada sono gli ufficiali sanitari, quei pochi incaricati di verificare che tutti i connessi stiano bene, abbiano tutto il necessario e contratti in regola per mantenere la connessione e mandare avanti il sistema senza mai doversi disconnettere. Girano con le bici ecologiche, vanno in giro con i pochi mezzi di trasporto ancora concessi, poi tornano a connettersi.

La vita là fuori non s’è fermata, non importa quanto le pareti della bolla siano spesse. Non solo le piante sono cresciute, non solo gli animali si sono adattati, ma nuovi uomini sono mutati, cambiamenti fisici che sono lo specchio di un cambiamento profondo necessario per sopravvivere, se non prosperare, in un’era nuova. Cambiamenti non tutti positivi, società non tutte pacifiche, non di meno il flusso non s’è arrestato, e qualcuno, in qualche modo, lo deve pur cantare.

Ed è forse questo il punto di Fermate la produzione! – Diario di un arboricolo. La lingua. Giovanni Peli parte da una fantascienza che ricorda il Lino Aldani di Quando le radici e la impasta con quella sua sensibilità di poeta e cantautore consumato che lo spinge alla sintesi. Una lingua non scarna ma spartana, che gioca su una manciata di immagini chiave ripetute e rimaneggiate: la foresta, le cannule, gli uomini del mare e poco altro. Le chiavi di volta di un universo narrativo che vengono rilavorate in continuazione, lucidate ma non appesantite di velleità estetiche o decorative che risulterebbero forse inutili di fronte all’urgenza di esprimere con chiarezza pochi concetti fondamentali senza stare a girarci troppo intorno. Giovanni Peli è introspettivo, sempre e comunque, senza però risultare ombelicale, con questo oggetto letterario profondamente irregolare ma meno ermetico, e questo non è un difetto, di quanto sarebbe potuto essere.

Viviamo in un’epoca complessa, difficile da cogliere nel suo insieme, quantomeno ora come ora. Domani chissà. Forse anche per questo qualcuno decide di lavorare sulla forza di un singolo frammento.

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