FUTURO, MONDO, IPEROGGETTO

THE MINISTRY FOR THE FUTURE, DI KIM STANLEY ROBINSON

Due minuti nel futuro, un’ondata di calore fa una strage di proporzioni inaudite in India. Una manifestazione estrema di un processo complesso in atto da tempo, l’iperoggetto chiamato global warming. Una manifestazione estrema che ne genera altre, a loro volta aspetti particolari di un fenomeno più grande e complesso. Prende corpo un organo sovranazionale con lo scopo di difendere i diritti delle generazioni future, validi e reali quanto quelli delle generazioni presenti. Un movimento terroristico nato per vendicare i morti dell’ondata di calore sceglie di combattere il fenomeno con i propri mezzi. Una massiccia operazione di geo ingegneria viene messa in atto per arginare, se non arrestare, lo scioglimento delle calotte polari. Questo è il 2025 della diplomatica Mary Murphy, del volontario internazionale affetto da PTSD Frank May e di tanti altri attori che vanno a comporre un romanzo mondo che affronta la narrazione con ricchezza e rigore necessari a raccontare complessità del reale.

Il lavoro di Kim Stanley Robinson riporta la razza umana alle proprie responsabilità collettive di specie raccontandone l’estensione nel tempo e, soprattutto, perché ci sia ancora un tempo. La necessità dell’azione è per il presente ma fino a un certo punto, la posta in gioco reale è giocata per l’umanità tutta ma, soprattutto, per l’umanità del futuro. I protagonisti di The Ministry for The Future lavorano per il destino degli esseri umani di domani. Le possibilità ci sono? Forse. Ciò da cui in ogni caso non siamo esentati sono le responsabilità.

Utopia? Sì e no.

Del termine s’è fatto un largo uso, forse in parte a sproposito, parlando di quest’ultimo romanzo di Kim Stanley Robinson. Certo lo scenario si allontana dal fatalismo rassegnato e dalla facile attrattiva della schadenfreude di un certo modo d’intendere la distopia, che per inciso non esaurisce il sottogenere nella sua totalità, ma lo fa in maniera del tutto disincantata. Ci sono gli interessi in gioco e le azioni di forza. Il Ministry guidato da Mary Murphy forse non agisce sempre con pacatezza e specchiata trasparenza, e ciò rappresenta il contrasto forse più doloroso fra il romanzo e il mondo reale in cui le organizzazioni sovranazionali che si occupano di tematiche come il climate change hanno un potere profondamente limitato che troppo spesso non va oltre un certo velleitarismo che assolve il suo compito di alleggerire l’etica. In The Ministry for the Future non è così. Qui la difesa dei diritti delle generazioni future è attiva e, pare, efficace, perché il potere viene preso e utilizzato, nonostante gli interessi in gioco, contro gli interessi in gioco, facendo quel che serve.

Dallo scontro con la realtà il romanzo non esce con le ossa rotte, anzi, tiene botta mica male. Robinson il pane lo sa fare, e nella complessità del mondo-iperoggetto che racconta mette tonnellate di conoscenza nei più svariati campi pertinenti alle esigenze della trama: clima, ambiente, ingegneria, politica. Hard sci-fi, as hard can be. Sceglie la via impervia, per sé stesso e per il lettore, perché le giustificazioni alle sue affermazioni sono tutte lì presenti, non tanto in termini di soluzioni tecnologiche, che pure danno al tutto una profondità, ma in termini di contenuti politici, perché The Ministry for the Future è un romanzo politico. Dal carbon coin, che rivede il concetto di crypto alla luce della possibilità di una decarbonizzazione partecipativa, alle black ops, Kim Stanley Robinson non fornisce tanto un ricettario di soluzioni pronte all’uso quanto piuttosto il concetto di un sistema in cui l’umanità ha un futuro perché lavora per un concetto di futuro pensato per rendere possibile la specie umana stessa.

Stefano Tevini

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