Gli Anelli del Potere, S01-E04

Númenor, come Atlantide, verrà distrutta, sommersa dalle acque. Questo vede in un palantír la regina reggente Míriel, figlia di Tar-Palantír. La Caduta di Númenor avverrà in effetti di lì a poco, nell’anno 3319, per vicende così nefaste che forse vedremo rese in immagini nei prossimi episodi della serie (se gli scenaristi hanno osato farsene carico). Quello che invece emerge nell’episodio 4 è una riflessione costante e articolata sulle dinamiche di potere.

Cominciamo da Galadriel e Míriel: nel fondo si assomigliano, vedono la minaccia e agiscono per affrontarla, ma lo fanno in due modi diversi. Galadriel con l’intransigenza della verità, che è spina dorsale del personaggio nella declinazione Amazon, Míriel cedendo solo alla fine, dopo una lunga resistenza. Nonostante lei sappia che l’orizzonte si oscura, a lungo ritiene che l’esercizio del potere sovrano consista nel difendere il proprio popolo mentendogli. Mentendo sulla salute del padre, mentendo sul destino dell’isola, assecondando in qualche modo l’ostilità immotivata degli uomini verso gli elfi. Solo alla fine, leggendo segni (quindi affidando la scelta umana del leader a una lettura extraumana del mondo), decide di aiutare Galadriel e gli uomini della Terra di Mezzo contro Sauron, continuando comunque a mentire sull’imminente distruzione della patria. Da un lato c’è Galadriel-Cassandra che si inguaia per l’eccessiva franchezza, dall’altro Míriel che comanda tacendo e nascondendo.

Passiamo ai nani: re Durin III e principe Durin IV non la vedono allo stesso modo sull’opportunità di scavare il meraviglioso mithril. Il figlio destinato al trono ha un moto di ribellione ma il saggio Elrond lo convince ad abbozzare con un argomento emotivo: “se io potessi parlare ancora una volta con mio padre… non sprecare il tempo che ti rimane con il tuo” (e torna a più miti consigli). Il figlio fa allora visita al padre, che gli dice un’altra cosa interessante: “quando la corona passa da un nano all’altro, le voci dei suoi progenitori fluiscono in lui, condividendo consigli e saggezza, ma tu non devi attendere quel giorno per udire la mia voce, perché sempre io sono con te, figlio mio”. Che potrebbe sembrare un discorso motivazionale, ma sottotraccia dice altro: non è arrivato il tuo tempo, io sono sempre il re e tu sei ancora mio suddito.

Il terzo nucleo di dialettica del potere ha una spinta più metafisica e segue due piste complementari: Adar e Arondir, Waldreg e Theo. Adar è un signore degli orchi, un elfo decaduto, che gli orchi chiamano “padre”, quasi amorevole nella crudeltà, quasi malinconico nell’esercizio malvagio del potere. Waldreg sa che Theo gli ha rubato la spada oscura che gli orchi stanno cercando e si rivela come un fedele di Sauron, di cui attende il ritorno. Arondir e Theo sono la controparte debole con cui il potere gioca, quella che subisce la seduzione. Per Theo è palese, ma anche Arondir cede: potendo attaccare Adar, non lo fa, preferisce accettare la libertà per rivedere Bronwyn.

Tiriamo le fila. Mentre Galadriel rischia di diventare macchiettistica, quasi sgradevole nella sua compulsione ossessiva contro il male, il potere rappresentato nell’episodio 4 sviluppa tutte le sfumature del compromesso in nome di qualcosa di emotivamente più “importante”. In tutto questo mi sembra di vedere una comprensione della disubbidienza fragile che si traduce in pedagogia dell’ubbidienza. C’è una scena che lo chiarisce bene: il membro di una gilda artigiana di Númenor tenta di sobillare la folla contro gli elfi, con argomenti degni del più becero populismo (ci porteranno via il lavoro). Il discorso è così grossolano e così stupido che nemmeno uno sviluppatore di storie pagato in vecchie lire potrebbe concepirlo. L’idea è un’altra: spingere lo spettatore a schierarsi dal lato del potere ragionevole, incarnato nel consigliere Pharazôn. Chi conosce le vicende di Númenor sa però che il nome non promette bene…

Alla fine di tutto, siamo portati a comprendere l’innamorato Arondir, speriamo ancora che Theo non ci caschi del tutto, il principe Durin deve solo avere pazienza e avrà il suo regno. Va tutto bene, insomma, nel grande mondo “normale”. O quasi. Resta, inclassificabile, irriducibile, inarrivabile, instancabile, quella pain in the ass di Galadriel: retta, abitata dalla luce della preveggenza, capace di sporcarsi nelle tenebre per uscirne ancor più virginale, sembra l’avatar di un presidente donna, di una prima ministra, di una salvatrice dei tempi. L’America si sta preparando per votare una sovrana assoluta? L’Europa ci sta già provando grottescamente qua e là? Di tutta la serie, Galadriel è il personaggio che amo di più, e la cosa comincia un po’ a preoccuparmi.

M. M.

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